MLStories: Bradley Wright-Phillips

Chissà se lo sapeva il piccolo Bradley, agli inizi degli anni ’90, che sarebbe dovuto andare nella “terra delle opportunità” per poter inseguire il suo sogno. La carta d’identità, già da piccolo, era sicuramente di tutto rispetto: nelle vene scorreva lo stesso sangue calcistico del padre, Ian Wright, cannoniere dell’Arsenal ed autore di 128 gol in 221 presenze, statistiche da grande giocatore. Per non parlare, poi, del fratello Shaun, quattro anni più grande e dotato dello stesso talento. Le premesse per una carriera stellare, insomma, c’erano tutte, ma evidentemente fu una delle poche volte in cui Re Mida toccò qualcosa e non diventò oro. O per lo meno, non lo diventò subito.

La carriera di Bradley Wright-Phillips inizia nelle giovanili del Manchester City, la stessa squadra che stava lanciando il fratello nel calcio che conta. I Citizens, però, non sono quelli che siamo abituati a vedere di questi tempi: il team del presidente David Bernstein oscillava, all’avvicinarsi del nuovo millennio, tra First Division e Premier League, e non era neanche minimamente paragonabile a quello di ora. Come però è noto, l’academy della squadra inglese è sempre stata fucina di talenti puri da mettere in mostra, e il giovane Bradley ne è l’esempio. Soprattutto dopo che, nell’annata 2003/2004, diventa top scorer della squadra “B”, che oltre la Manica chiamano reserve team; viene integrato inizialmente da Kevin Keegan in prima squadra nell’estate dello stesso anno, ma il suo talento viene da subito oscurato da quello del fratello, ormai punto fermo della squadra mancuniana. Nemmeno il suo gol all’esordio, dopo 5 minuti dall’ingresso in campo contro il Middlesbrough, riuscirà a far cambiare idea all’allenatore.

Dopo due anni, e dopo non essere entrato negli schemi nemmeno di Stuart Pearce (successore del sopra citato Keegan), viene venduto al Southampton per 500.000 sterline. Curioso fu che la metà dell’importo venne “donato” da un fan della squadra dopo una vincita monetaria ad un concorso della CocaCola. Evidentemente, almeno lui, ci aveva visto lungo.

Il giovanissimo Bradley firma un contratto triennale e segna al debutto contro il Derby County. Grazie alle sue giocate, ai suoi gol e al suo grandissimo impatto con la “nuova” categoria, il ragazzo inglese trascina i Saints ai playoff, dove però la spunta la squadra alla quale aveva segnato al debutto in maglia biancorossa: un girotondo davvero letale. Se il primo anno si conclude positivamente, malgrado la non qualificazione alla massima serie, la stessa cosa non si può dire per il successivo biennio: il Southampton finisce l’anno seguente 20° e quello seguente ancora 23°, e questo gli costa la retrocessione in League One. Bradley, che comunque risulta sempre essere uno dei migliori in campo, in 3 anni segna 25 gol, non troppo ma neanche troppo poco per un attaccante alle prime armi.

Bradley Wright-Phillips con la maglia del Plymouth Argyle
Bradley Wright-Phillips con la maglia del Plymouth Argyle

In seguito alla retrocessione il contratto con i Saints viene rescisso. Il giocatore ha molte offerte dalla Championship, e accetta quella del Plymouth Argyle, che gli offre un biennale e la maglia numero 10. Questi saranno però due anni travagliati, caratterizzati da numerosi infortuni al ginocchio che non gli permetteranno di perfezionare quanto di buono fatto nel periodo precedente; inoltre, i Pilgrims inanelleranno due retrocessioni consecutive e questo contribuirà a portare il morale sotto i piedi a Wright-Phillips, che però nella prima parte del 2010 segnerà 13 gol in League One giocando 17 partite.

Non tardano ad arrivare offerte importanti nel mercato di gennaio: il Charlton, ugualmente di terza serie ma dall’indiscutibile storia calcistica, offre un contratto triennale al giocatore, prontamente accettato. La stagione in corso, iniziata quindi a Plymouth, si conclude con 21 gol, la migliore da quando è professionista, al terzo posto nella classifica dei marcatori. Ma è nella stagione seguente che Bradley “fa il botto”: migliora il suo personale score di un gol e trascina gli Addicks alla promozione in Championship con un record di punti in campionato: 101 e tutti felici.

La sete di successo e di un futuro in Premier League tuttavia rimangono un chiodo fisso nella testa del giovane Bradley, che l’anno successivo gioca da titolare ma non convince. I problemi al ginocchio continuano a farsi sentire e la stagione si conclude con il magro bottino di una sola rete in 19 presenze, numeri che di certo non fanno pensare al grande goleador intravisto negli anni precedenti. Viene allora spedito in prestito al Brentford, dove nonostante un passaporto con 5 gol nella seconda metà del campionato, non riesce a convincere i dirigenti della squadra londinese a richiamarlo al mittente.

Bradley Wright-Phillips, 28enne attaccante da 80 gol in 9 anni tra i campionati minori inglesi, rimane quindi senza squadra.

Bradley Wright-Phillips esulta dopo un gol contro lo Stevenage
Bradley Wright-Phillips esulta dopo un gol contro lo Stevenage

Ed è qui che ci riavviciniamo alle parole “terra delle opportunità” citate in apertura. Il procuratore del figlio d’arte propone la candidatura dell’attaccante oltreoceano, ai New York Red Bulls, franchigia della giovane MLS.

Dopo una carriera passata a vestire la pesante maglia numero 10, nella squadra della Grande Mela si ritrova con un 99 sulle spalle, simbolo della rottura con il passato e di un nuovo inizio, sperando finalmente che sia l’occasione giusta. Il suo arrivo a Luglio inoltrato tuttavia ne condiziona le prestazioni e la presenza in campo, visto che il campionato americano in quel periodo è nel pieno della corsa: il primo anno finisce dunque con 7 presenze e 1 gol. E’ dall’anno successivo, il 2014, che trova la sua dimensione ideale: in attacco con una delle stelle del calcio mondiale, Thierry Henry, gonfia la rete per 27 volte vincendo il Golden Boot, il premio per il capocannoniere del campionato e venendo inserito nel MLS Best XI e nell’All Star Team dell’anno, con cui affronterà il Bayern Monaco e segnerà la rete del provvisorio 1-1.

Non vince però la conference: né in quell’anno, né in quello successivo, in cui aiuta la squadra andando 17 volte a segno. E nella stagione che si sta sviluppando, dopo un’avvio in sordina, sta cercando di tornare ai livelli dei due anni passati: Bradley si è preso la sua rivincita.

Ora non è più un talento all’ombra del fratello, Shaun, con cui gioca nei Red Bulls ma che fa da gregario a giocatori non così tanto forti e famosi come si potrebbe pensare; la RedBull Arena conosce infatti un solo Wright-Phillips, arrivato a 29 anni con il numero 99 sulle spalle e diventato beniamino dei tifosi, con un passato travagliato e un presente da protagonista indiscusso.

E poco importa se il tocco di Re Mida ha iniziato a farsi vedere con qualche anno di ritardo.

Perchè Bradley is not old, Bradley is gold.

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