(Re)Aparecido: una nuova sfida

Nello sport a certi livelli devi sempre pensare a vincere, basandoti inevitabilmente sulla mentalità dell’impegno, del miglioramento continuo e della costanza.

Coming back to life cantava e canta tutt’ora uno stanco seppur unicamente inimitabile David Gilmour, storico chitarrista dei Pink Floyd. Tornare a vivere, o meglio, nel nostro specifico caso, tornare a praticare dopo anni – certo non molti – quello sport al quale tanto hai dato e che ancor di più ha saputo darti. Cèsar Aparecido Rodrigues, ex centrocampista di Lazio prima e Inter poi, capace di conquistare nel corso dei suoi lustri italiani due Coppa Italia e uno scudetto, ha deciso a 42 anni, di rimettersi in gioco ripartendo da zero o quasi, ricominciando da uno sport diverso, e da un club, il Terracina Beach Soccer, noto ad esperti e non del settore, come il più antico e titolato d’Italia.

L’occasione si dica faccia l’uomo ladro: venuto a conoscenza della possibilità di scambiare amichevolmente due parole con l’ex asso brasiliano, ho accettato, come ovvio che fosse, ancor prima che mi venisse formulata nella sua totale completezza la domanda, iniziando a concepire con fare quasi immediato, pensieri da rivolgere in maniera diretta ad uno che, in fondo, ha saputo conquistare i cuori sferici – no, non mi rifersisco a tutti quegli astronauti sottoposti per lungo tempo a microgravità – di migliaia di tifosi.

Prima di ogni cosa, ho inevitabilmente cercato di capire il motivo che lo abbia spinto ad accettare una sfida al contempo così importante ma anche lontana, anni luce, dal suo passato. La risposta, forse scontata – lungi da me non averci pensato – è stata: Quello che mi spinge è come sempre il pallone. Accompagnato naturalmente dallo spessore calcistico, organizzativo e mentale di una società così importante, modello per tanti, alla quale prometto dedizione e impegno.

Un club, il Terracina Beach Soccer, appunto come prima accennato, che può vantare trascorsi storici e gloriosi oltre che una bacheca piuttosto piena. “Ragion pura” di ogni sportivo è anche solo provare ad ottenere successi di squadra prima e personali poinello sport a certi livelli devi sempre pensare a vincere, basandoti inevitabilmente sulla mentalità dell’impegno, del miglioramento continuo e della costanza.

Calpestare palcoscenici importanti, “recitare” davanti un pubblico numeroso ed esigente colpendo – nel senso metaforico del termine – lo stesso con prove d’autore, non è da tutti. Un derby è un po’ come una prima di livello mondiale, il tifoso non perdona, sbagliare non è concesso. Riuscire ad imporre il proprio timbro su una “rappresentazione” di tale spessore non è da pochi: il pubblico sarà sempre il pubblico, indipendentemente dal numero alto o meno raggiunto. Soddisfare in qualche maniera gente che in te ha creduto – e parliamo di migliaia se non centinaia di migliaia di persone – non ha eguali. Segnare in un derby è meraviglioso; tutt’ora, dopo ben undici anni, ho un ricordo chiaro e preciso di quei momenti, che riaffiora con puntualità nella mia testa. Però, ci tengo a dire che alla base di tutto c’è sempre l’impegno e la dedizione al lavoro, due principi grazie ai quali son poi riuscito a diventare quel che volevo essere. Il rispetto dei ruoli, inoltre, è uno dei capisaldi che mai deve venire a mancare nel mondo del calcio come nella vita.

La Scala non è uguale all’Opera, il Sistina non può esser paragonato al Manzoni; piazze diverse hanno inevitabilmente modi diversi di vivere le emozioni: si, quelle di Inter e Lazio son due tifoserie differenti tra loro, sempre e comunque appassionate verso i propri colori, com’è giusto che sia, però a Roma tutto è diverso, più forte, intenso. Ho avuto modo di vivere il derby sia da calciatore che tifoso, seguendo lo stesso, lo scorso anno, direttamente in curva. Una cosa ho capito, in maniera anche piuttosto chiara: se un giocatore potesse presenziare sugli spalti prima che sul campo, riuscirebbe a comprendere la vera essenza di quella partita, ed esser poi sicuro di dare il 101% durante quelli che sono forse i più lunghi 90 minuti della stagione. Entrare in campo e trovarsi un muro di tifosi di fronte, ha fatto in me sempre scattare  la giusta reazione mentale, il dover dare tutto. Questo mi lega senz’altro alla Lazio. Ho fatto in modo di concedermi in maniera totale al club perchè penso che più di ogni altra cosa, sia l’uomo misurato anche in base all’impegno dato nel corso degli anni, che rimanga nel cuore dei tifosi. Ho visto persone, professionisti, vincere di più ma esser poi dimenticati. 

Qualcuno affermava, da qualche parte, che la memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata. Per quanto a volte possa esser piacevole condividere i propri ricordi, altre, magari, si preferisce tenerli strettamente e gelosamente conservati all’interno del proprio IO: ricordo con piacere un aneddoto bellissimo su un ex compagno diventato poi allenatore di fama mondiale. El Cholo Simeone, prima di scendere in campo, mi guardava caricandomi alla sua maniera – sei brasiliano o sei brasiliano – queste le parole che era solito dirmi all’interno del tunnel che portava poi sul rettangolo di gioco. Prerogativa di un leader, alla base poi della fama conquistata anche in panchina.

Il giocatore più forte con il quale hai avuto il piacere di condividere i colori, siano stati essi della nazionale o di club?  Ronaldo de Assis Moreira.

A volte ritornano, magari, più forti di prima.

Foto di Roberto Silvino

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