Ray Allen, He Got Game

La storia in verde ha un numero, un nome ed un rumore, quello della retina.

Federico Buffa

Per raccontare una storia c’è sempre bisogno di tre elementi: il protagonista, l’antagonista e lo scenario. Tutto ciò che accade, le vicende che si susseguono, i colpi di scena che ribaltano situazioni e fatti, sono solamente la cornice corposa di qualcosa che è andato oltre le linee del tempo.

Era il 2008 e Boston soffriva dal 1986, da quando Larry Bird aveva conquistato con i verdi del Massachusetts il suo ultimo titolo NBA. Ma negli anni 2000, quando sempre i Lakers continuavano a essere gli antagonisti perfetti per una squadra che aveva tanta voglia di rivincita, le cose erano diverse. L’era degli Spurs, la prova di forza di Miami, la consapevolezza ritrovato di Los Angeles: mancavano solo loro, i leprecauni. E in quella stagione, 2007-08, il TD Garden vide nascere un trio solido e forte, di quelli che sarà difficile da vedere nuovamente sul parquet; tre uomini che hanno fatto in modo di raccontare una storia nello scenario magico dipinto di verde.

Non perché il talento non sia più di casa dalle parti di Boston, sia chiaro, bensì perché uno di quei tre aveva qualcosa in più degli altri, una forza mentale e una caparbietà che non si riescono quasi mai a trovare nelle teste di oggi. Ray Allen era così, metodo allo stato puro, energia sovrapposta a potenza, inventiva futurista di un basket senza limiti. O meglio, parafrasando Buffa, Allen aveva un profondo legame con la retina.

Si, perché quel jumpshot che lo ha reso famoso era inestricalbilmente legato al suono di un continuo canestro, mai banale e sempre perfetto, sia da vedere che da subire, perché se anche nella sconfitta bisogna trovare qualcosa di buono, allora quel tiro lo era senza dubbio. Lo ricordano bene i Lakers di Kobe, quando con il 20 disegnato sulle spalle di un trifoglio al quale tanto ha dato, dal quale tanto ha preso, con a fianco i due highlander Garnett e Pierce, ha vinto il titolo che ai Celtics mancava da 22 anni.

Ma se quella squadra era un insieme di talento e cattiveria, il vero obiettivo candyman l’ha raggiunto con i Miami Heat, insieme a un quintetto stellare e a una serie di finale storica. E allora quale metodo migliore se non raccontare il momento che ha spalancato il paradiso a Spoelstra e ha aperto l’inferno a Popovich?

Pochi secondi sul cronometro, Miami-San Antonio 92-95, Florida, tutto esaurito. Solo maglie bianche sugli spalti, solo il nome degli Heat gridato da un seggiolino all’altro. James prende palla dall’arco, spara sul ferro e, pronto come non mai, Bosh cattura il rimbalzo e allarga nell’angolo per Allen. In questi casi si direbbe “il resto è storia“, ma spesso ciò che accade non è importante quanto le sensazioni che si provano. La palla è stata afferrata con millimetrica precisione, come se quel passaggio fosse il più facile del mondo da addomesticare; i piedi sistemati con meticolosità dietro quella linea bianca che poteva segnare la differenza tra perdere tutto, o rinascere e provare a vincere; e infine il jumpshot, quella tripla fugacemente lasciata andare con 6 secondi sul cronometro, per impartire un 95-95 che ha poi portato a gara 7 e alla vittoria i Miami Heat.

Dal tiro di LeBron alla caramella di Ray il mondo ha vissuto in apnea, in un limbo temporale tra il finito e il ‘per sempre‘, in quell’attimo eterno in cui il respiro è mancato, così come mancò a Icaro quando volò troppo vicino al sole. Allena aveva volato su quel parquet, alzato i piedi e spinto quella palla con una tale semplice difficoltà che lo ha reso quasi pensabile agli occhi di chi guardava, che lo ha trasformato in leggendario nelle menti di quei tifosi americani impazziti per il pareggio della serie.

Ray Allen è stato questo, un uomo che ha passato la sua vita ad allenarsi per momenti come quello, a ripetere il gesto talmente tante volte che, come diceva Michael Jordan tanto per rimanere in tema di aforismi, “ha sbagliato talmente tante volte che sono diventate il segreto del suo successo“. Un successo che ha trovato due volte con due canotte diverse, Boston prima e Miami poi; un successo che ha visto sfumare nel 2000 contro i Sixers di Iverson, quando la maglia indossata era ancora quella dei Bucks e il numero disegnato sopra era lo storico 34, indossato anche nella parentesi ai Sonics e nella vittoriosa stagione in Florida.

Adesso a 41 anni, dopo essere rimasto sulle coste atlantiche, quello che nel 1998 è stato anche Jesus Shuttelsworth sugli schermi cinematografici, ha deciso di lasciare la mano del Gioco, di lasciarlo andare verso nuovi orizzonti, per aprirsi anche lui a nuove esperienze, lontano dal parquet, vicino a quei 5 figli che tanto ama. Gli darà amore come solo un padre sa fare, magari cercando di non fargli vivere i numerosi viaggi da una parte all’altra del mondo, quando doveva seguire il suo di padre, spostato fin troppo spesso da base a base per via del suo lavoro nell’Air Force USA.

Candyman insegnerà ai suoi figli a fare del duro lavoro un mantra, a trovare nella concentrazione il punto di partenza per avere successo nella vita; gli insegnerà a prendere  di petto le difficoltà, a volte saltandole con l’ingegno e non con l’inganno. E magari, quando saranno più grandi, insegnerà a uno di loro anche quel jumpshot che tante difese ha fatto tremare, che tanti canestri ha reso fieri, che persino la cinepresa ha relegato in un film facendo scoprire al mondo che He Got Game.

 

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