Responsabilità fuori dall’Ucraina

Andriy Yarmolenko è nato il 23 ottobre 1989 a San Pietroburgo, nell’ex Unione Sovietica.
È nato lì perché alla madre venne offerto un lavoro, e il marito la raggiunse poco dopo. Un evento di per sé già abbastanza singolare, per un paese in cui la donna ha sempre avuto un ruolo forte, solo a margine, entro le proprie mura domestiche.
Un luogo, San Pietroburgo, che gli Yarmolenko, abbandoneranno tre anni dopo, ritornando nella, loro, natia Ucraina, nel distretto di Chernihiv.

Nella storia di Chernihiv

Chernihiv è un paese di quasi 300 mila abitanti noto per la forte presenza di ebrei e che, sotto l’amministrazione di San Pietroburgo, è stato il cuore pulsante del Governo di Chernigov fino alla Rivoluzione di febbraio del 1917 (anno della caduta dell’Impero Russo) instaurando un legame che diverrà indissolubile prima con l’URSS e poi con la Russia.

Di Chernihiv, Andriy Yarmolenko è diventato uno dei personaggi più rappresentativi.
Come il sollevatore di pesi ebreo Eduard Weitz che nel 1974 compì l’Aliyah (l’immigrazione ebrea in Israele) e che nel 1976 si posizionerà quinto per Israele alle Olimpiadi di Montreal, piazzamento che lo consacrerà tra i 50 atleti più importanti della storia israeliana fino al 1998.
Come Vadim Pruzhanov, tastierista della band metal inglese DragonForce; come Vladimir Antonov-Ovseyenko, che prese parte alla Rivoluzione di febbraio, appoggiò Trotsky, emigrò a Barcellona nella guerra civile spagnola come consulente dell’Unione Sovietica, dalla quale venne richiamato da Stalin che dopo un anno lo purgò; e come Anatoly Rybakov che quelle purghe le raccontò nella tetralogia anti-stalinista Children of the Arbat.

Nella storia dell’Ucraina

Andriy Yarmolenko, a differenza dei precedenti predecessori, però, non ha avuto mai la necessità o l’esigenza di scappare dalla sua Ucraina.

Neanche nel 2014 quando la crisi di Crimea (regione che si è sempre identificata come russa all’interno dell’Ucraina) ha toccato il suo apice con il referendum per l’indipendenza del 15 maggio, poi concretizzato con l’adesione/annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Un 2014 che sarà ricordato, da quelle parti, per l’inizio della Guerra del Donbass tra Ucraina e Russia, ancora non risolta. Una guerra che in quell’estate ha messo a forte rischio lo svolgimento di tutte le manifestazioni sportive in Ucraina, presa sotto assedio dai missili russi che non risparmiarono molti palazzetti e stadi, come quello, ad esempio, dello Shakhtar Donetsk che costrinse la squadra dei minatori a trasferirsi a Leopoli (oggi disputa le proprie partite a Metalist).

Nel 2014 Jarmolenko rifiutò di giocare in Russia, la nazione che bombardava l'Ucraina (nella foto l'ex stadio dello Shakhtar Donetsk) | numerosette
L’ex stadio dello Shakhtar Donetsk

E proprio in quell’estate Andriy Yarmolenko ha unito il suo nome all’Ucraina per sempre.
Con una scelta che non può non essere definita ideologica, rimandando al mittente un “no” secco.
Il mittente era lo Zenit San Pietroburgo che, nella circolarità degli eventi, nulla poté contro il volere dell’attaccante di non giocare nella nazione dei bombardatori invasori, neanche con i 40 milioni messi sul piatto della Dinamo Kiev: una cifra poco più alta a quella che, in quella finestra di calciomercato, il Chelsea spese per Diego Costa (38) e poco più bassa a quella che l’Arsenal investì per Sánchez (42).

Nella storia della Dinamo Kiev

Yarmolenko, così, è rimasto fedele alla sua Nazione, alla sua Dinamo Kiev, riportando nella sua Capitale, alla fine di quella stagione, uno scudetto che mancava dalla stagione 2008/2009 quando iniziò il lustro di successi dello Shakhtar Donetsk di Mircea Lucescu. La vittoria della Dinamo sullo Shakhtar si è ripetuta anche nel 2015/2016 mentre nell’ultima stagione le parti si sono nuovamente invertite.

Yarmolenko vs Stepanenko

La rivalità tra la Dinamo e lo Shakhtar in questo ultimo paio di stagioni ha tenuto bando soprattutto per i due giocatori ucraini più rappresentativi dei rispettivi club: Yarmolenko e Stepanenko.

Nella Coppa d’Ucraina 2015/2016 lo Shakhtar batte 3-0 la Dinamo Kiev. Dopo il terzo gol di Eduardo, Stepanenko bacia la maglia sotto i tifosi della Dinamo. I due si “chiariranno” in Nazionale.

Bellezza straniante

Andriy Yarmolenko è approdato alla Dinamo nel 2006 dopo essere cresciuto nella squadra locale di Chernihiv, l’FC Desna. Un approdo fortemente voluto da entrambe le parti, rimandato già nel 2002 quando Yarmolenko dopo un anno nelle giovanili della Dinamo è tornato a Chernihiv, non ancora pronto al grande salto. Come se fosse necessaria una lenta e più cosciente maturazione.

Il ritorno nella squadra della capitale, infatti, è impattante: è decisamente fuori categoria con la seconda squadra, e dopo 8 minuti dal suo esordio in prima, trova il gol vittoria finale contro il Vorskla Poltava (11 maggio 2008). La stagione 2008/2009 lo vede coinvolto nelle rotazioni della squadra campione con 5 gol in 3 presenze in Coppa d’Ucraina (vincendo il titolo di capocannoniere); in quella successiva è già titolare (28 presenze e 7 gol in campionato, 2 presene in Coppa d’Ucraina e 6 presenze in Europa League, più 1 presenza da subentrato in Supercoppa d’Ucraina persa contro lo Shakhtar).

Di Yarmolenko saltano all’occhio due cose che potrebbero risultare facilmente in antitesi: è alto (189 cm, e con gli anni arriverà al peso forma di 83kg) e gioca ala destra. Una fisicità enorme per chi si muove principalmente nell’area perimetrale del campo. Perché quel che poi sorprende è nel vederlo agire costantemente vicino alla linea del fallo laterale. Yarmolenko, infatti, si distingue fin da subito per il suo essere abbastanza anarchico, cercando poche volte il centro del campo, e spostando il cuoio con un’educazione mancina che è sinonimo di rara. Il suo movimento è armonico e quasi mai spigoloso, le leve in corsa sono quasi quelle di un ciclista alla ricerca della pedalata circolare perfetta: non salta quasi mai l’uomo sfruttando appieno la sua fisicità, piuttosto lo dribbla secco, nello stretto più che in progressione.

Possibilmente con l’elastico.

Ama toccare il pallone, è evidente, a volte più del necessario, e non sempre sembra compiere la decisione giusta, forzando qualche giocata (ed effetto ottico estenuante) volta sempre a superare l’uomo, spesso da fermo e con poco campo aperto, dove la sua fisicità potrebbe essere devastante. Eppure quando rientra, alza lo sguardo, si pone con il busto eretto, e scavalca la retroguardia con un passaggio morbido e preciso sul taglio della punta, non puoi che riconciliarti con una bellezza straniante: una giocata di Yarmolenko che, personalmente, mi ha sempre più esaltato dalla più classica rientrare per tirare che è senza dubbio la sua arma migliore, nella quale è in grado di sprigionare a pieno anche la sua violenza agonistica.

Così già nell’estate del 2010 si incomincia a parlare di un suo futuro lontano da Kiev. Ma è proprio dalla stagione 2010/2011 che Andriy Yarmolenko diventa uomo franchigia della Dinamo Kiev, sotto l’egida di Artem Milevs’kyj e Andrij Ševčenko.

Crescita graduale

In queste 7 stagioni Yarmolenko ha mostrato una crescita lenta e graduale sia nelle statistiche, sia nel suo approccio alla partita.

In numeri

Non ha mai concluso una stagione sotto i 13 gol stagionali (il massimo è stato 21 nel 2013/2014) e solo due volte non ha raggiunto la doppia cifra negli assist (9 nel 2012/2013 e 8 nel 2013/2014); la stagione con più bonus tra gol e assist è stata quella del 2014/2015 – del suo “no” allo Zenit – con 19 gol (14 in campionato) e 21 assist (14 in campionato) in 43 presenze totali (suo record) che hanno condotto la Dinamo al double; nell’ultima stagione conclusa (da capitano) si è, invece, laureato per la prima volta capocannoniere del campionato con 15 gol; mentre in quella appena iniziata con i 2 gol rifilati allo FC Zirka ha raggiunto 18 doppiette in carriera in casa, eguagliando in questa speciale classifica il suo ex allenatore Rebrov; ma soprattutto con 4 gol (e 3 assist) in 10 partite ha raggiunto quota 137 gol (99 in campionato) superando Andrij Ševčenko (136) che ovviamente è il suo idolo d’infanzia. A questi dati, poi, non si possono non aggiungere i 90 assist (65 in campionato) in 340 partite (227 in campionato).
Numeri che potrebbero sembrare relativamente bassi, ma che se presi per quello che offre la cifra del campionato ucraino sono numeri importanti: in Prem’er-Liha si segna in media poco meno di 2.6 gol a incontro (in Bundesliga poco più di 2.8, in Serie A nell’ultimo campionato 2.96) a fronte di una competizione che è passata da 16 squadre a 12 nel giro di 4 stagioni per i problemi finanziari che molti club hanno dovuto affrontare, in parte per la situazione complicata negli oblast (province) martoriati dalla guerra.

Oltre i numeri

Ma come detto, bisogna andare oltre le mere statistiche minime dei gol e degli assist.
Yarmolenko è un giocatore che, seppur gradualmente e apparentemente con fatica, è riuscito a migliorare in alcuni aspetti tecnici e tattici: collabora di più in fase difensiva (il temperamento non gli è mai mancato) sa usare meglio il proprio corpo statuario a protezione del pallone (dal debutto ha aumentato notevolmente la massa muscolare) e questo gli ha consentito di potenziare il suo gioco spalle alla porta, e di potersi dispiegare anche in una zona più centrale di campo, dialogando maggiormente con i compagni; è più essenziale anche nelle sue giocate (tra quelle classiche: il doppio passo e il colpo di tacco a rientrare) ma spesso casca ancora in un pletoricismo che, in quanto tale, è sterile.

Ciò che, invece, non è mai stato messo in discussione è il carattere e il peso delle responsabilità: nella Dinamo ha vestito dal 2012 la numero 10 appartenuta a Milevs’kyj ed è stato capitano nell’ultima stagione; mentre in Nazionale ha segnato al debutto e si è ripetuto altre 28 volte (2° di sempre dietro Ševčenko) in 69 partite (10° di sempre) e dal ritiro di Ševčenko (suo attuale CT) ha ereditato la maglia numero 7 siglando 6 gol nelle Qualificazioni per i Mondiali del 2014 (non disputati) e altrettante 6 reti in quelle per gli Europei 2016 (in cui l’Ucraina l’ha perse tutte segnando mai).

Neo Europa

Nella sua prima parte di carriera, tuttavia, Yarmolenko non è riuscito ancora a lasciare quel segno nelle competizioni europee, come tra le mura amiche. Con la sua Dinamo Kiev, infatti, non si è mai spinto oltre i Quarti di Finale di Europa League (nel 2011 arrivando dalla Champions e nel 2015 perdendo contro la Fiorentina) ed è andato a segno in questa competizione 12 volte (con 12 assist) su 44 partite, ma conta solo 2 reti nella fase a eliminazione diretta, contro l’Everton agli Ottavi nel 2015 e contro il Braga ai Quarti nel 2011. In Champions il numero scende a 7 gol (e 7 assist) di cui 4 nella fase a gironi e 0 in quella a eliminazione diretta nella quale è giunto solo una volta nel 2015/2016.

Yarmolenko ha denunciato più di un’occasione in conferenza stampa la scarsa propensione offensiva della propria squadra, sottolineandone più la bravura a difendere che a creare occasioni da gol, quasi dovesse farsi carico dell’intero peso offensivo, soffrendo la scarsa attitudine qualitativa dei propri compagni di reparto.

Borussia Dortmund

Il tempo di lasciare l’Ucraina è giunto (nel video, il tributo della Dinamo Kiev): nelle ultime 7 finestre di calciomercato è stato accostato a tante squadre inglesi (Everton, Tottenham e Arsenal su tutte) alcune italiane (timidamente a Milan e Inter, più insistentemente alla Roma di cui Sabatini era un ammiratore) e addirittura al Barcellona.
Proprio grazie ai blaugrana, indirettamente, deve il suo passaggio per 25 milioni al Borussia Dortmund del nuovo tecnico Peter Bosz che l’ha scelto per rimpiazzare Dembélé. Una responsabilità mediatica importante per sostituire un ragazzo appena pagato 105 milioni di euro, ma che molto probabilmente è meno importante di quelle già rivestite nella sua carriera.

La Bundesliga, di certo, accoglierà un giocatore dall’assoluto valore tecnico, la cui integrazione tattica e ambientale passerà dal giusto compromesso tra il togliere e il dare: un incontro tra quello che Yarmolenko sarà (dovrà essere) e quello che Yarmolenko rimarrà. L’ucraino avrà modo, finalmente, di esprimersi in un club che produce più manovra offensiva con molteplice e varie qualità, ma dovrà imparare, contestualmente, a ricercare di più lo spazio, a ricevere meno palloni sui piedi ed essere meno protagonista indiscusso, aumentando il suo grado di associazione con i compagni ed eliminando il più possibile alcuni fronzoli in una squadra costruita sulla coralità, senza rallentarne la naturale velocità dell’azione; ma non dovrà, tuttavia, rinunciare completamente a quella spregiudicatezza caratteriale e carismatica (che passerà anche da alcune sue giocate forzate) che, ai gialli, è mancata per poter competere con il Bayern Monaco negli ultimi 5 anni. Una presenza carismatica che molto probabilmente non sarà sufficiente per sovvertire le gerarchie interne alla Bundesliga, ma che Andriy Yarmolenko si è costruito gradualmente nel tempo come se fosse necessaria (ancora una volta) una lenta e più cosciente maturazione.

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