Working Class Hero

Il calcio d’Oltremanica

Qualche tempo fa, rilevavamo un fenomeno importante nella geopolitica del calcio britannico. Il baricentro del football si sta spostando di nuovo verso Nord: le squadre di Londra (Arsenal e West Ham su tutte) sembrano immerse in una crisi senza rimedi, mentre Liverpool, City e United, le storiche big delle terre settentrionali, si sono contese la Premier e appaiono molto più in salute.

In questo macro-fenomeno, che riguarda i risultati sportivi, i capitali finanziari e persino l’appeal dei vari club, abbiamo però dimenticato un quarto club, che merita a pieno titolo di far parte di questa rinascita calcistica del Nord inglese.

Parliamo del Burnley F.C., uno dei dodici club più antichi d’Inghilterra. Un club che dopo tanti anni di anonimato comincia a viaggiare nelle parti alte della classifica inglese. Un club guidato da un allenatore, Sean Dyche, capace di vincere il premio di Manager of the Month proprio nel giorno in cui un certo Pep Guardiola ha festeggiato il titolo dei record con il suo strabiliante Manchester City.

Sean Dyche and Keane | numerosette.eu
Sean Dyche è riuscito a creare una connessione speciale tra lo staff e i suoi giocatori. Si respira davvero un’aria d’altri tempi.

Un comune tra le metropoli

Il movimento calcistico del Burnley è tutto fuorché estemporaneo. In meno di cinque anni, la squadra si è trasformata in un vero e proprio laboratorio sociale, che non ha eguali in tutta l’Inghilterra che conta. E il premio recapitato a Sean Dyche non è che l’ultimo frutto di un esperimento impressionante.

Stasera il Burnley affronta il Chelsea e Turf Moor, lo storico impianto di fine Ottocento, vivrà una piccola finale. Perché battendo i blues di Conte, gli uomini di Dyche potrebbero superare momentaneamente l’Arsenal e candidarsi ad un posto per la prossima Europa League.

Ma ciò che sorprende del Burnley non è tanto la classifica (anche se un settimo posto dietro ai club miliardari d’Inghilterra non è affatto male), quanto l’aria che si respira. I Clarets hanno riportato in Premier quell’aria di calcio familiare che non si vedeva ormai da troppo tempo. Gli esperti del settore continuano a lanciare allarmanti descrizioni di stadi silenziosi, di tifosi-turisti e di imborghesimento delle curve; il Burnley ha dato una nuova risposta proponendo un calcio popolare che, a discapito di quanto si possa credere, non è nulla di improvvisato.

Il Burnley di Dyche vola | numerosette.eu
Il capitano del Burnley, Ben Mee., dopo la partita contro il Leicester (vinta per 2-1) ha dichiarato che “tutta l’Inghilterra li sta guardando”. E noi non possiamo che dargli ragione.

Burnley, come squadra e come città, è un comune in un mondo di metropoli. Tanto nella classifica di Premier quanto nel tessuto nazionale inglese, è circondata dai tentacoli di Londra e dai poli industriali di Manchester e Liverpool. Circondata e annichilita, avrebbe potuto soccombere.

Ma così non è stato.

E il simbolo della rinascita di un’intera città è stata proprio la sua squadra: se pensiamo che 1 abitante su 4 va regolarmente allo stadio, possiamo renderci conto di cosa sia il Burnley movement.

Il tribuno del popolo

Nella prima metà dell’Ottocento, in un periodo di industrializzazione e utopie socialiste, c’era un signore inglese di nome Robert Owen che provò a fare qualcosa di rivoluzionario. Egli aveva in mente un modello di città perfetta che organizzasse la vita di tutti i suoi cittadini, dal lavoro all’istruzione al tempo libero. Fu un vero e proprio visionario, un imprenditore filantropo, che diede speranza alla sua città natia e fu un importante modello per i movimenti sindacalisti che vennero negli anni a seguire.

Abbiamo scomodato uno dei padri del socialismo occidentale perché la sua avventura assomiglia incredibilmente a quella di Sean Dyche, il tecnico del Burnley. Un vero e proprio tribuno del popolo, un trascinatore calmo ed equilibrato capace di ridare vigore a uno dei dodici club più antichi al mondo e di riportare la gente tra gli spalti del Turf Moor.

Aaron Lennon Sean Dyche | numerosette.eu
Sean Dyche ha ridato linfa alla carriera di alcuni giocatori che sembravano destinati a un poco invidiabile tramonto. Su tutti c’è Aaron Lennon.

Sean Dyche si è preso qualche rivincita, vincendo il premio di allenatore del mese in una lega che vanta alcuni dei commissari tecnici più bravi e vincenti della storia del calcio. Tra Klopp, Conte, Mourinho e Guardiola, la critica sportiva d’oltremanica ha dato un riconoscimento a un signore sui quaranta, dai pochi capelli rossi e dal pizzetto che è già un’icona.

Lui, che la Premier in carriera (faceva il difensore) l’ha solo sfiorata, più volte, perdendo spesso le finali playoff. Lui che, da allenatore, aveva cominciato a vivere più esoneri che retrocessioni.

Lui che, trovata la propria filosofia calcistica, ha avuto il coraggio di applicarla nel campionato più difficile del mondo.

La verticalità inglese

La Premier League è un campionato globalizzato. Il calcio che si gioca da quelle parti non è più veramente inglese; è un calcio da Commonwealth, ibrido, spettacolare, impossibile da definire. Le squadre non hanno più una base dichiaratamente inglese, dal momento che la presidenza, i giocatori e molto spesso addirittura i tifosi non provengono più da Southampton e Gloucester.

Le prime sei squadre nella classifica inglese sono il testimone più evidente della globalizzazione sportiva della Premier League. Dalla prima alla sesta, tutte sono controllate da investitori stranieri; non hanno in rosa più di dieci giocatori inglesi, sono allenate da un manager straniero.

Sean Dyche | numerosette.eu
Contrariamente a come lo dipingono i tabloid inglesi, Dyche non è un sempliciotto impreparato. Dopo anni di dure esperienze nelle serie minori e nella nazionale inglese, è arrivato in Premier con una cura maniacale per la fase difensiva. Dopotutto, cosa aspettarsi da un ex difensore?

Per incontrare una squadra veramente inglese dobbiamo scendere di un gradino. Al settimo posto troviamo infatti il Burnley, guidato da un tecnico inglese e con in rosa “solo” sette stranieri. Una squadra dall’identità precisa, che da cinque anni persegue un obiettivo filosofico e identitario: quello di riportare il calcio inglese nella massima vetta d’Inghilterra.

Mentre il Liverpool adotta il gegenpressing di Klopp e il Manchester City assorbe i principi geometrici di Guardiola, Sean Dyche ha ridato lustro alla cara, vecchia verticalità inglese. La sua squadra gioca con un basilare 4-4-1-1 basato sugli assiomi di recupero palla e ricerca della profondità. Un calcio fisico, molto più simile al rugby che al football, ma praticato da giocatori di qualità: in mediana, infatti, giocano signori come Gudmunsson (che ci sarà, al prossimo mondiale) e soprattutto Cork, ventiseienne esploso proprio in questa stagione.

L'undici abituale del Burnley schierato da Sean Dyche | numerosette.eu
Lo Starting XI tipico del Burnley, che domani dovrebbe ripetersi a Turf Moor contro il Chelsea.

La ricerca della verticalità all’inglese (con la classica palla lunga arpionata da una prima punta) era diventata un’eresia in Premier League. Simbolo di un calcio vetusto e poco globalizzato, soppiantato dai modelli esteri. Con Sean Dyche, la verticalità inglese è tornata alla ribalta, e non è escluso che possa riservare clamorosi risultati da qui alla fine del campionato. Perché quella iniziata a Burnley è una rivoluzione urbana, cittadina e calcistica. La storia di un Davide circondato da mille Golia.

Lo splendido isolamento

Il Burnley ha offerto un modello calcistico sostenibile alternativo a quello che ormai domina la Premier League. Turf Moor è diventato un fortino ostico per chiunque, tant’è che persino il Liverpool tritatutto di Klopp è stato fermato sull’1-1, e solo il Manchester City di Guardiola è riuscito a imporsi grazie alla propria manifesta superiorità tecnica.

La squadra di Dyche è una squadra che unisce identità cittadina e filosofia calcistica. Tutto in nome del caro, vecchio splendido isolamento britannico. I Clarets si sentono investiti di una vera e propria missione, di un’impresa che richiede del sano pragmatismo e un’oculata programmazione. Linee compatte, intensità fuori dall’ordinario, attenzione difensiva sopra la media; in campo, Dyche vuole undici legionari. Gente capace di difendere la propria porta come fosse il passaggio delle Termopoli; solo 29 gol subiti in 34 partite (meglio di loro soltanto il City – ma non per meriti difensivi, diciamocelo – e lo United). Praticamente, uno ogni 150′ minuti. Niente male, per quella che sulla carta è una neopromossa senza pezzi da novanta.

Burnley FC in the community without Sean Dyche | numerosette.eu
La squadra della città di Burnley è diventata un motore di aggregazione sociale. E per un agglomerato urbano di nemmeno 90mila abitanti, una squadra al settimo posto di Premier League è motivo di vanto e scorcio per nuove opportunità.

Ginger Mou

Eppure in Inghilterra, qualcuno prima di Dyche era diventato famoso per la sua verticalità. Giocava con la stessa formazione, che però era ribattezzata con numeri diversi (4-2-3-1); allenava con una sola ossessione, la vittoria del trofeo; non si faceva problemi quando c’era da abbandonare il calcio propositivo per un anti-calcio tutto difesa e contropiede.

Il suo nome è José Mourinho. Uno che fece vincere il Chelsea di Abramovic quando c’era un certo Ferguson da battere; uno che ha portato l’Inter alla vittoria di un Triplete che rimarrà probabilmente ineguagliato. Se Sean Dyche lo chiamano Ginger Mou è perché a molti ricorda l’approccio del portoghese. Ma ci sono delle differenze sostanziali.

Dyche and Mourinho | numerosette.eu
The Special One and the Red One. Sean Dyche e José Mourinho sono davvero così simili come si dice?

Mourinho è un aristocratico, nel pallone quanto nella vita. Un nobile dell’entroterra portoghese che, se proprio deve giocare un calcio difensivo ed efficiente, richiede undici campioni disposti a seguirlo senza fare domande. Dyche, invece, è un working class hero. Un tribuno del popolo, venuto fuori dai quartieri operai del nord inglese. Uno che la Premier non l’ha mai giocata, e si è ritirato dopo una carriera da onesto mestierante.

Mourinho, inoltre, sta attraversando una fase di rielaborazione calcistica. Non riesce a plasmare lo United come vorrebbe e, nel pieno stile mourinhiano, attacca gli avversari. Si sente una bestia in trappola, e dopo aver speso oltre mezzo miliardo in attaccanti e centrocampisti vari possiamo comprendere il suo risentimento. Dyche, invece, è arrivato a coronare il suo pensiero british. Quando c’è da ammettere una botta di fortuna, lo fa senza mezzi termini; quando c’è da difendere perché si è tecnicamente inferiori all’avversario, non c’è nulla di cui vergognarsi.

Dyche è un mercante, è abituato a fare compromessi. Non come Mourinho, che vive tutto con aristocratico distacco.

Premiarlo Manager of the Month è stata una mossa coraggiosa, che ha voluto testimoniare l’ottimo lavoro fatto dal Burnley. Una squadra che ha più volte rischiato di scomparire, nella sua storia altalenante. Basti pensare che nel lontano 1987 si salvò all’ultima giornata da una terrificante retrocessione in quinta lega, tra i semi-professionisti. Oggi, invece è settimo nel campionato più competitivo al mondo, e stasera potrebbe allungare una mano sul sesto posto.

Che significa Europa League.

Turf Moor | numerosette.eu
Turf Moor è uno degli stadi più caldi d’Inghilterra. La tifoseria locale – che nel passato ha avuto brutti episodi con gli hooligans – ha visto in Sean Dyche il proprio condottiero ideale: diretto, energico, preciso. Uno del popolo, uno di noi.

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