Warriors, strength in numbers

La forza nei numeri

Strength in Numbers. La forza nei numeri, nei dati, nelle statistiche. Mai slogan fu più azzeccato per descrivere una squadra di basket. I Golden State Warriors hanno letteralmente dominato statisticamente gli ultimi anni di NBA, tanto che la loro potenza è talmente sostenuta e dimostrata dai numeri da risultare terribilmente oggettiva. Ma questi segni che danno forza a una squadra, che oltre a muscoli e cervello possiede anche alcune delle percentuali migliori della lega, purtroppo o per fortuna, non sono sufficienti per portarli alla vittoria, e gli uomini di San Francisco ne sanno qualcosa; guardare la fine della stagione 2015-16, quella del record di vittorie, quando i Warriors hanno visto sfumare clamorosamente la vittoria del titolo, in quella fantastica serie che portò il Larry O’brien in quel di Cleveland.

Le premesse della post-season dei ragazzi della baia sono proprio queste: una squadra ferita, punta nell’orgoglio, affamata come non mai, che mira a riprendersi il titolo; e divorandosi i Blazers in 4 partite l’ha dimostrato eccome.

Si diceva che la musica del secondo turno avrebbe suonato note differenti, che i Jazz, galvanizzati dal successo sui Clippers, sarebbero stati un avversario più ostico per gli ex campioni; si diceva, almeno, ma così non è stato. Altro giro, altro en plein: 4 su 4 e Curry e compagni volano in finale di Conference per il terzo anno di fila, rispondendo al parallelo cammino dei Cavaliers ad est, in quella battaglia a distanza che ormai volge al terzo anno, che si potrebbe nuovamente riproporre concretizzandosi ancora alle Finals.

L’andazzo della serie poteva essere immaginato già in Gara 1, suggerito da Stephen Curry, che nel secondo quarto ha fatto letteralmente danzare Rudy Gobert, facendo entrare il francese in un vero e proprio tornado, da cui una volta uscito ha potuto solamente prendere la targa e osservare  il numero 30 appoggiare a canestro: il perfetto riassunto dell’intera serie, riportato di seguito, godetevelo.

Curry & Co.

Serie dominata dalla prima palla a due dell’Oracle Arena fino all’ultima sirena della Vivint Smart Home Arena, dove i Warriors hanno dato l’idea di essere intoccabili e troppo superiori rispetto ad un avversario comunque valido. La difesa di Utah, senza dubbio una delle migliori e più organizzate dell’intero campionato, non ha impedito agli uomini di Kerr di superare quota 100 punti in tutte le gare disputate (a proposito di strenght e numbers), nonostante abbiano dato l’impressione di aver tutto sommato passeggiato e di dover ancora iniziare a fare sul serio.

Curry e Durant, senza esagerare, hanno guidato la squadra per punti segnati ed entrambi hanno viaggiato a 24,5 di media, accompagnati dall’apporto meno continuo degli altri interpreti, come Thompson, che si è potuto anche permettere il lusso di una serata da 6 soli punti in Gara 3. Green, che ha chiuso nel migliore dei modi, ha siglato una tripla doppia in Gara 4, mentre i vari Iguodala e Pachulia, decisamente più importanti in altre fasi del gioco che in realizzazione, hanno come al solito messo la loro qualità il primo, quantità il secondo, al servizio della squadra.

Finisce la melodia Jazz

La faccia opposta della medaglia vede lentamente scemare la melodia degli Utah Jazz, che comunque hanno vissuto una stagione forse al di sopra delle aspettative iniziali, riuscendo non solo a raggiungere la post-season, ma anche a eliminare una squadra costruita con l’ambizione di puntare a obbiettivi importanti come i Los Angeles Clippers.

Stavolta agli uomini di Salt Lake City non è bastato il solito eccelllente Gordon Hayward, trascinatore indiscusso dei suoi, che si è imposto con quasi 25 punti di media (24,75 per l’esattezza), per riuscire a impensierire degli avversari che, come già detto, si sono rivelati abbondantemente superiori. Al ragazzo proveniente da Butler University è mancata la continuità in termini di supporto da parte dei compagni, dovuta al netto calo di Joe Johnson (decisivo al primo turno), che non è mai riuscito a entrare in fiducia in questa serie.

Ordinaria amministrazione in fin dei conti per i Warriors, che hanno chiuso la serie senza spingere troppo sull’acceleratore, ma al contempo senza rischiare più di tanto, riuscendo efficacemente a dosare risorse ed energie in vista dei prossimi impegni, senza dubbio tanto più complicati quanto delicati.

Avendo ora la possibilità di riposare per qualche giorno, gli occhi saranno puntati verso la serie tra Houston e San Antonio, dalla quale uscirà l’ultimo ostacolo che separa Golden State dal disputare le Finals per la terza volta consecutiva dove, chissà, magari dall’altra parte ci sarà ancora una volta la squadra del numero 23.

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