Warriors, chiamateli Campioni

WARRIORS-CAVS: LA PREMESSA

Se è vero che la vendetta è un piatto che va servito freddo, Golden State è decisamente riuscita nell’intento. Per chi non ricordasse, lo scorso anno si erano trovati sul 3-1 e si erano poi arresi ai Cavs di LeBron. Ora, gli stessi Cavaliers si sono dovuti inchinare alla bravura della squadra di Kerr. Mai sottotono, sempre pronti e vigili; mai convinti di aver vinto.

Perché se il tempo insegna, una cosa da ricordare è che l’esperienza serve per plasmare le spalle e farle diventare grandi e resistenti. Come quelle di Green, Iguodala, Curry, Thompson e soprattutto Durant. Aveva deciso di andare ai Warriors per vincere e così è stato. Ha vinto il tanto agognato anello, ha alzato al cielo il Larry O’Brian trophy. E a chi sperava che non raggiungesse nessuno di questi traguardi ha risposto come meglio sa fare: segnando.

QUELLO DI CUI TUTTI HANNO BISOGNO…

Il basket è paragonabile a quell’amico che tiene sempre compagnia. Non importa come sia andata la giornata, né in che periodo stravagante e complicato della propria vita ci si trovi; bastano una palla e un canestro e tutto scompare. La verità di tutto ciò risiede non solo in queste righe, ma anche nelle cifre di tutte quelle persone che non possono fare a meno di innamorarsi della palla a spicchi. L’esempio più lampante sono stati due biglietti venduti per gara 5 a 45.000 $ l’uno. Il calcolo al cambio attuale lo lascio fare a voi, in tranquillità, sicuro che rimarrete esterrefatti dalla cifra che uscirà fuori.

Ma se c’è chi resta con gli occhi sgranati per qualcosa di “venale” come il denaro, c’è chi assume la stessa espressione e reazione davanti a giocate che hanno illuminato il cielo dell’Ohio e della California per tutta la Regular Season. Cavs o Warriors, Warriors o Cavs? LeBron o Curry, Durant o Irving? In questi mesi sono state queste le domande maggiormente presenti nella testa di del basket ha bisogno come l’aria che respira.

…E’ UNA PROMESSA DA MANTENERE…

Kerr non poteva credere ai suoi occhi durante gara 7 della scorsa stagione. Se la sarà sognata per un anno intero, cercando di capire quali fossero stati gli errori dei suoi ragazzi. Ogni giorno a lavorare su un meccanismo che era perfetto da sempre, da quando li ha presi nel 2014; ogni settimana a perdersi e ritrovarsi tra i meandri di una convinzione che a volte svaniva ma che altrettanto velocemente tornava.

Questa volta non ci sono stati scherzi del destino, né sorprese dell’ultimo minuto. I Warriors hanno vinto senza farsi attanagliare dei dubbi e dalle paure delle Finals 2016. Del resto, Curry aveva una promessa da mantenere non solo ai tifosi, ma anche al suo amico Kevin Durant, che aveva lasciato a inizio anno i Thunder solo per poter giocare con quella macchina perfetta che Kerr aveva costruito.

A detta di molti è stata una decisione eticamente sbagliata, vuoi perché i ‘molti’ erano soprattutto i tifosi di OKC, vuoi perché in queste situazioni è la consapevolezza di sapere che non arriverà tanto facilmente un altro come lui in canotta blu molto presto. Per dirla con le parole di un ex campione NBA, Paul Pierce: “Durant è come un bimbo che a scuola viene picchiato dai bulli; ha deciso di unirsi ai bulli per evitare di farsi male di nuovo“.

Fatto sta che l’MVP delle Finals è stato propio KD, che con le super prestazioni contro la squadra di coach Lue ha coronato quel sogno che gli ‘Splash brothers’ avevano già realizzato due anni fa, che l’anno passato era sfuggito per un soffio dalle mani. Ma in questa post season, i giganti di Kerr hanno subito solamente una sconfitta (contro i Cavs) e non hanno quasi mai dato segni di cedimento. Una sola parola può riassumere tutto: PERFETTI.

…E UN SOGNO DA REALIZZARE

Peccato. La città sul lago ci credeva davvero, forse più stavolta che lo scorso anno. Purtroppo però le cose non sempre vanno come si vuole o come si spera, nonostante uno dei giocatori più influente di questa stagione e della lega in generale, giochi con la maglia dell’Ohio. LeBron ha provato a caricarsi tutti sulle spalle, a prenderli e portarseli dietro senza paura, ma è stato più complicato del previsto, nonostante la media di tripla doppia mantenuta in tutta la serie, insieme ai vari record tagliati al termine di ogni quarto quarto.

Il solito devastante Irving, con il suo ball handling e le sue penetrazioni,  un Love ritrovato ai livelli di Minnesota, sia per le triple che per i rimbalzi, così come le super prestazioni di Smith e le sue bombe da tre, sembravano essere segnali positivi per i Cavs. E invece niente, così come due anni fa si sono nuovamente dovuti arrendere alla supremazia Warriors. E pensare che sul 3-1 c’era già chi faceva dell’ironia sul fatto che non si poteva desiderare di più se non ripetere l’impresa esattamente come lo scorso anno.

In ogni caso ora a Cleveland si è già cominciato a parlare di un sogno, quello di vincere le Finals 2018, di incontrarsi magari ancora faccia a faccia con Golden State, per far sì che la vendetta stavolta siano i Cavaliers a consumarla, facendo attenzione a non lasciarsi consumare da essa. Coach Lue avrà tutta l’estate per lavorare, sia con chi ha a disposizione, sia con chi avrà in regalo dal mercato.

E mentre si parla di come siano stati bravi gli uni e di come sia un peccato per gli altri, la consegna del Larry O’Brien trophy regala ai posteri anche questa stagione di NBA, vissuta come sempre con il cuore in gola e gli occhi gonfi di gioia.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *