Vorrei poter cambiare gli eventi come Christian Eriksen

Vorrei, giuro. Vorrei avere la capacità di cambiare gli eventi, controllarli, domarli, come Eriksen; avere quella paradisiaca sensazione, tutt’altro che lapalissiana, di poter stravolgere tutto, anche in due miseri secondi. D’altronde, il tempo è una forza che solo i grandi possono controllare. Eriksen controlla tempo e spazio in maniera talvolta surreale, ponendo una miserabile distanza fra chi aspira a incidere come lui, e lui stesso; già, quante volte nella vita ho agognato l’abilità di incidere su un evento, di imprimere i miei ritmi, a discapito di quelle situazioni in cui sono gli altri a dirti cosa fare, quando farlo, come farlo. Farsi sopraffare, nella vita, è più comune di quanto crediate, e il calcio non rimane esente da questo principio umanistico; se ti fai soffocare dagli altri, dalla loro qualità, dalla loro mentalità, non vai da nessuna parte.

Christian Eriksen sembrava soffocato da se stesso, più che dal Manchester City. Perché, diciamocelo, la squadra di Guardiola ha steccato, soffocata dal pressing a tratti asfissiante degli Spurs, dagli incessanti raddoppi sui giocatori chiave – Sterling su tutti – e da una sterilità offensiva che ne ha pregiudicato il risultato. Aguero sembrava abbandonato a se stesso, a una sconfitta che pareva già scritta quando ha fallito il rigore che avrebbe potuto scrivere ben altra storia.

In tutto questo, Eriksen era lì. Viaggiava per il campo, in penombra, limitato da una partita forse in controtendenza con le sue caratteristiche; eppure, ha saputo ritagliarsi uno spazio nel momento topico. Ha saputo crearlo, il momento.

Creare dal nulla

Mi ha sempre affascinato questo concetto, “creare dal nulla”. Forse è uno dei motivi pregnanti e affascinanti legati alla scrittura, creare e saper connettere una serie di parole in maniera armoniosa, cercando di entrare in contatto con chi ti sta leggendo; credo che Eriksen rappresenti alla perfezione questo concetto. Eriksen parla con il nostro io poetico, con l’io che aveva bisogno di quella giocata per essere assecondato dei suoi bisogni più reconditi. Pochi secondi, sono bastati.

Eriksen serve dolcemente Son | Numerosette Magazine

Pochi secondi, per dare uno sguardo ai possibili spazi, ai movimenti da premiare; uno in particolare, molto intelligente, di uno che non ha bisogno di presentazioni in quanto a imbucate in profondità. Son è uno dei giocatori più apprezzati dal danese, suitable come direbbero gli inglesi, abile a sacrificarsi nei meandri più disabitati del campo e al tempo stesso a inculcarsi nelle zone più strette e calde; ci mette del suo, a recuperare un pallone che sembrava perso, e a depositarlo in rete. Sicuramente, non siamo qui per sottrarre meriti al coreano.

Sterling viene fermato da Son | Numerosette Magazine
“Son proprio ovunque”. Il coreano, in questo caso, assiste Trippier nel raddoppio stoppando Sterling.

E non siamo qui per mistificare Eriksen. Siamo qui per parlare di un dato di fatto, della sua innata capacità di fermare il tempo, come se ci fosse un orologio universale, e giocare alle sue regole; se lo facesse sempre, forse non sarebbe umano. Perché il tempo, e soprattutto l’evento in sé, è una forza troppo selvaggia per essere domata, ha bisogno di sguazzare nella savana. È una forza che possiamo controllare – o dare la sensazione di poter riuscirci – in pochi attimi.

Bart Simpson like Eriksen | Numerosette Magazine
Bart Simpson sa come ci si sente.

Il tutto in Champions League, la madre dell’evento, dell’episodio, una competizione di forte matrice episodica che vive di queste situazioni fulminee, repentine, che ci sfuggono al nostro controllo; l’individualità può trovare un riconoscimento maggiore.

Maggiore, d’altronde, poteva essere il contributo alla partita di Christian Eriksen; la ricerca continua della verticalizzazione, della staffilata lunga, non manca, ma forse manca quel pizzico di lucidità in più per poter trasformarla in qualcosa di concreto per i compagni. Ma forse, non era la partita giusta per chi è dedito al culto della giocata fra linee particolarmente serrate e ruvide, non era il giusto teatro per lui; persino Kane ha dovuto ingaggiare uno scontro feroce con tutta la retroguardia ospite, segno di come il Tottenham abbia impostato la partita sull’intensità agonistica.

Alli Kane Eriksen | Numerosette Magazine

Il bomber ha saputo adattarsi a un contesto che richiedeva l’essenzialità piuttosto che la spettacolarità, la semplicità di un recupero palla o di un principio elementare ben applicato a discapito di altro; talvolta, il calcio è più semplice di quanto si pensi.

Movimenti studiati, rodati; Eriksen sa che, in quel momento, deve lanciarsi nello spazio invece di lanciare gli altri, certificando un’elasticità tecnico-tattica notevole delle armi offensive del Tottenham. Tutti si mettono a disposizione per fare tutto, dai compiti più ruvidi e a quelli più raffinati, in un contesto ben amalgamato da Pochettino che esalta l’individualità ma non la pone sul piedistallo. L’individualità non denigra l’organico, lo aiuta quando c’è bisogno di uscire dagli schemi.

Da sola, non serve.

L’uomo della provvidenza

E da solo, non si vince. Ci vuole anche un aiuto provvidenziale, un grande Lloris che è riuscito a negare la gioia a un abulico e decisamente incolore Aguero, uno di quelli che potrebbe dominare gli eventi; già, ma non tutti riescono a farlo, non tutti riescono a evitare la sopraffazione completa, e la sensazione di resa che lo ha travolto durante tutta la sua partita certifica tutto ciò. Il Kun ha fallito, e nei prossimi 90 minuti ha il dovere di dimostrare qualcosa agli altri, oltre che a se stesso; i numeri da grande campione non bastano, se non incidi nelle grandi notti.

Animated GIF

Sparo sentenze affrettate forse, sarò in balia degli eventi che sono accaduti e stanno accadendo in questo momento, mentre in loop vedo sgretolarsi le speranze di un City che dovrà nuovamente aggrapparsi al fattore Etihad, un’ancora di salvezza che potrebbe non bastare. Quel che è certo, è che il Tottenham andrà a giocarsela con umiltà, consapevolezza tattica e soprattutto mentale che una serata come questa può conferire.

Ma Eriksen? Ce lo stiamo chiedendo un po’ tutti, è sparito da un pezzo qui, e in partita. Ogni tanto s’improvvisa centrocampista di rottura, o quantomeno ci prova, ma si vede che non rientra nelle sue mansioni; why not, avrà pensato. Eppure lui non vuole una partita fisica, vuole una Woodstock calcistica in cui poter danzare come un hippie scatenato e alienato da regole fuorvianti.

Eriksen passaggi Whoscored
A lui piace sguazzare per tutto il campo. [credit to WhoScored.com]
Occupare un solo versante di campo, non fa per lui. Necessita di sguazzare, disperdere le tracce, toccare il pallone; probabilmente un Mauro Zarate qualunque lo guardarebbe stranito, come se passare così tante volte il pallone sia un sacrilegio; l’ex Lazio ebbe una relazione sentimentale intensa con quell’oggetto rotondo. Eriksen quasi lo ama troppo per custodirlo, la sua missione sta nella mera condivisione, nell’aiutare gli altri, nel dominare la scena per quei terribili due secondi. Senza prendersi la copertina, però.

Se l’è accapparrata Son, primo marcatore nel nuovo stadio in campionato e soprattutto in Champions League, nonché giustiziere fatale della Germania ai Mondiali; segna gol pesanti, e ne segnerà ancora. Finché poi ci pensa Eriksen a mandarlo in porta, può dormire sonni tranquilli.

A differenza degli incubi del Manchester City, quel City che non ha saputo addomesticare la fulminea creatività con cui Eriksen ha determinato la partita. Sono rimasto folgorato.

Vorrei riuscire a cambiare gli eventi come Eriksen, davvero. Anche solo per due secondi.

Bastano e avanzano, a quel folle di Christian Eriksen.

Bonus Track

Eriksen sbaglia un passaggio facile | Numerosette Magazine
Tutorial: come fare un passaggio alla Sturaro.

 

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