The rising Suns

Raramente, nello sport, un nome può dirci qualcosa di significativo sulla squadra o sul giocatore che indica. Spesso siamo infatti abituati ad usare dei soprannomi per esprimere un concetto concernente il nostro soggetto: Red Devils per il Manchester United o Galacticos per il Real Madrid. Ma a volte capita che un nome, nella sua semplicità, spieghi tutto, senza bisogno di dire altro, senza la necessità di una specificazione.

Rimanendo in tema calcistico, si potrebbe benissimo citare l’Ajax, stessa giovane forza ed eleganza del mitologico guerriero Aiace Telamonio e anche stessa tendenza al suicidio, vedere il finale dell’Eredivisie 2015/16 per credere. Trasportando tutto ciò in un altro continente e in un altro sport, credo che il concetto si possa adattare alla perfezione anche ad una franchigia di pallacanestro con sede nell’ovest degli Stati Uniti, i Phoenix Suns.

Proprio come la creatura leggendaria e, addirittura più della città in cui hanno sede, chiamata così perché nata sulle ceneri di un antico insediamento indiano, anche la franchigia ha vissuto momenti di splendore, morte e rinascita ripetuti nel tempo. Splendori forti come il sole dell’Arizona, uno dei più caldi e presenti al mondo, vista la media di circa 300 mattine soleggiate su 365, alternati a morti dolorose e a rinascite fragorose. Un ritmo cadenzato, che scandisce le varie vite NBA dei Suns, dal primo periodo d’oro tra la metà degli anni ’70 e ’80, fino agli anni ’90 con Charles Barkley, dagli anni di Steve Nash, Stoudemire, Mike D’Antoni e la “run&gun” fino alla nuova, possibile, rinascita di questa stagione, ma sopratutto dei prossimi anni.

                                     Qualcuno ha detto Run&Gun?

 

Tutte queste grandi dinastie sono accomunate da due particolari: sono nate dopo grandi flop, morti eccellenti, e soprattutto nella loro luce non sono riuscite a fare quello che, alla fine, conta davvero, ossia vincere. Non c’è riuscita la generazione degli anni ’70-’80 fermata dai Celtics; non c’è riuscita quella degli anni ’90 sconfitta dai Bulls di Jordan; non ci sono riusciti nemmeno i migliori Suns di sempre, quelli di Nash&co., che non arrivarono neppure a giocarsi le Finals. Che squadra che era quella poi, un concentrato di talento e fisicità che nella stagione 2004/05 ha prodotto la media mostruosa di 110,4 punti a sera, fantascienza.

Il gioco di D’Antoni rendeva tutto più speciale, con quei “7 seconds or lessstate of mind, un sistema spumeggiante, divertentissimo ma allo stesso tempo difficilissimo, che può esplodere solo con giocatori abilissimi, proprio come Stoudemire e Marion e, soprattutto, con un playmaker fenomenale. Eh beh, quello Steve Nash lo era proprio, la cosa più vicina a un mago vista su un campo da basket in quelle due stagioni in cui incantò tutti, portando il verbo del gioco in giro per gli States e vincendo due titoli MVP.

Sempre meglio rinfrescarsi la memoria con le giocate del buon Steve.

Riuscirà la next generation a ripercorrere o addirittura andare oltre gli illustri antenati? Impossibile dirlo, anche se è molto complicato in verità. Di sicuro non porteranno a casa niente in questa stagione, viste le ancora grandi lacune del roster, l’età media giovanissima e, soprattutto, gli squadroni che girano ad Ovest. Il loro inizio di stagione, infatti, è stato segnato da numerose sconfitte, tanto che oggi il loro record è di 7 vittorie e 17 sconfitte.

Ci sarà anche da lavorare molto dietro la scrivania per riportare i soli a risplendere nuovamente alti nel cielo della Lega, perché il materiale attuale, nonostante i margini di miglioramento e la possibile aggiunta di alte scelte collegiali nei prossimi anni, non basta. Diversi sono gli upgrade da apportare, su tutti quelli nel reparto centri, dove non può bastare Tyson Chandler, aspettando la possibile esplosione di Alex Len, per competere a livelli alti, soprattutto nella Western Conference. Il ragazzone ucraino da quando è entrato in NBA, si è fatto notare più per aver salvato un suo amico dall’annegamento ai Caraibi, piuttosto che per i suoi salvataggi in campo, anche se, ad appena 23 anni, di tempo per esplodere ce ne è ancora tanto.

 Dai Alex, ti stiamo aspettando!

 

Certo che si può benissimo immaginare lo stato d’animo dei tifosi di Phoenix dopo aver visto alternarsi nel pitturato Stoudemire e Shaq, soprattutto ora che il reparto guardie sembra quello più fornito e il meno bisognoso di essere cambiato vista anche la vasta scelta. Infatti, a disposizione di coach Earl Watson, agiranno due giocatori giovani ma già esperti come Bledsoe e Knight, un giovane interessante come Ulis, pronto a dimostrare tutte le sue qualità per guadagnarsi minuti e un ormai veterano come Leandrinho Barbosa, arrivato al sua 13esima stagione NBA.

 Phoenix is Bledsoe’s town

 

C’era quando Nash illuminava le notti dell’Arizona, era anche lui membro di quella squadra fantastica, anche se agiva da attore non protagonista, come del resto ha fatto anche nelle ultime due stagioni ai Golden State Warriors, dove ha anche vinto un anello.

No tranquilli, non ci siamo dimenticati di Booker, è solo che meritava un capitolo a parte. Il classe ’96 ha stupito tutti nel suo primo anno di NBA, dove ha chiuso con 13,8 punti di media, 4º miglior rookie della stagione scorsa dietro ai soli Towns, Okafor e Porzingis, nonostante fosse stato scelto con la 13ª scelta al draft. Per lui anche una convocazione alla gara del tiro da tre punti dell’All Star Game, dove si è piazzato terzo alle spalle degli inarrivabili Splash Brothers Curry e Thompson.

 

È quasi ipnotico

La cosa che più sorprende, oltre al suo magnifico rilascio della palla, è la personalità dimostrata dal ragazzo che, a un anno di distanza dall’esordio, lo rende già a tutti gli effetti uno dei leader della squadra, nonostante abbia appena compiuto 20 anni. È bello pensare che ci sia un legame particolare che unisce Devin all’Italia; infatti, oltre al suo particolarissimo secondo nome, Armani, il papà Melvin ha giocato nel nostro campionato proprio con l’Olimpia Milano targata Armani Jeans, quando si dice l’ironia della sorte.

Molti dubbi ci sono anche per quanto riguarda le ali, ruolo in cui i Suns sembrano assemblati non nel migliore dei modi. Innanzitutto non convincono i 30 milioni in 3 anni che i Suns daranno a Jared Dudley, già a Phoenix dal 2008 al 2013 con discreti risultati ma che, negli ultimi anni, tra Milwaukee e Washington, sembra aver perso la poesia. C’è poi ancora il solito P.J. Tucker, ormai alla quinta stagione in maglia viola, anche se una sua candidatura a ruolo di uomo-franchigia sembra un miraggio più che una possibilità concreta. Tucker tuttavia non sembra aver iniziato nel migliore dei modi e si attende il ritorno di T.J. Warren che stava viaggiando a 17,7 punti di media.

Questi fanno compagnia ai due giovanissimi prospetti arrivati dal Draft 2016, Dragan Bender e Marquese Chriss, scelti rispettivamente alla 4ª e 8ª chiamata. In particolare Bender, arrivato dopo una buona stagione con uno dei club più importanti d’Europa, il Maccabi Tel Aviv, aveva fatto sperare ai Suns che potesse avere lo stesso impatto che ebbe un anno fa Porzingis, accolto con qualche dubbio vista la scelta altissima (anche lui chiamato alla 4), e che ha smentito tutti a suon di ottime prestazioni. Il giovane croato non sembra tuttavia aver iniziato nel migliore dei modi la sua avventura NBA e, tra i media americani, la parola che è circolata di più riguardo al suo nome è misteri; ma, al di là di comprensibili problemi di adattamento a un mondo completamente nuovo, bisognerà attendere il vivo della stagione per capire chi sia realmente.

Discorsi di prospettiva a parte, né BenderChriss inizialmente sono partiti titolari, anche se quest’ultimo ha, nelle ultime uscite, scalato diverse gerarchie, sfruttando anche l’assenza di Warren e partendo sempre in quintetto con Bledsoe, Booker, Chandler e P.J. Tucker, sebbene il suo minutaggio resti decisamente inferiore a questi quattro.

Per i risultati meglio ripassare nei prossimi anni, ma un’occhiata ai Phoenix Suns 2016/17 bisognerebbe comunque darla. Il futuro passa anche da qui, perché la nuova resurrezione dell’araba Phoenix sembra essere avvenuta e tra qualche anno i Suns ritorneranno a splendere alti nel cielo, proprio come il sole dell’Arizona.

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