Sunderland ‘Til I Die

Una frase assume un significato diverso a seconda di chi la pronuncia. Vale lo stesso per una canzone. In questo caso, sui due piatti della bilancia, ci sono da un lato i tifosi del Sunderland e dall’altro Elvis Presley in persona.

Wise men say only fools rush in, but I can’t help falling in love with you.

Così cantava The King e così cantano tutt’ora le gradinate dello Stadium of Light. Di donne amate Elvis, dopo questa canzone, ne avrà avute tantissime, i tifosi biancorossi solo una, e non la tradiscono mai. Davvero vogliamo vedere quale dei due amori è più autentico?

Il 14 dicembre scorso, prodotta da Fulwell 73, Netflix ha inserito nel proprio catalogo la docu-serie “Sunderland ‘Til I Die” e non c’è nessuna frase migliore di quella cantata da The King, e ripresa dai tifosi biancorossi, per riassumere in maniera esplicita le otto puntate. Non riesco a non innamorarmi di te. La serie è un lungo, ma piacevole, racconto della stagione 2017-2018 del Sunderland, terminata – non è uno spoiler! – con la disastrosa retrocessione in League One, vista attraverso gli occhi dei tifosi e degli addetti ai lavori, in senso più o meno lato.

La serie

Il progetto alla base della serie rappresentava un’idea di marketing innovativa e probabilmente vincente, ma gli esiti sportivi l’hanno trasformato in qualcosa di molto più grande. Le riprese, infatti, erano state autorizzate dall’allora proprietario del Sunderland Ellis Short con uno scopo ben preciso: facilitare la vendita della società. Dopo anni passati ad attingere a piene mani dalle proprie tasche per tenere la squadra sulla soglia di galleggiamento della Premier League, il ricco imprenditore aveva deciso di chiudere i rubinetti e di vendere, scottato anche dalla delusione della retrocessione in Championship.

Ad inizio stagione il passaggio nella seconda serie inglese veniva visto, per una squadra blasonata come il Sunderland, come una fase di certo buia, ma temporanea. Le aspettative dell’opinione pubblica e, probabilmente, anche della società erano focalizzate su un immediato ritorno in Premier. Il campionato scorso avrebbe dovuto essere, quindi, quello della rinascita. Di qui l’idea della dirigenza di documentare il tutto, sfruttando l’eco mediatica che sarebbe inevitabilmente scaturita da una serie targata Netflix. Tutto ciò, insieme a strutture di certo non da Championship (lo Stadium of Light ha ben 48700 posti), avrebbe dovuto attrarre un numero maggiore di investitori interessati a rilevare la società.

Le leggi del campo, però, non le si trova nello stesso libro delle leggi del mercato. Anzi, non le si trova proprio in un nessun manuale o formulario. Così i risultati sportivi negativi hanno trasformato Sunderland ‘Til I Die da spot pubblicitario a lavoro antropologico.

 

Ritualità

A circa trecento chilometri da Sunderland, precisamente ad Aberdeen, nella seconda metà dell’ottocento fu docente di ebraico e arabo William Robertson Smith, uno dei padri dell’antropologia britannica. I suoi studi si rivolsero principalmente al ruolo della religione all’interno della società. Di ogni pratica rituale e, appunto, religiosa Robertson Smith sottolineò il carattere comunitario. Ogni società ha bisogno di riti non tanto per appagare uno slancio mistico individuale o per una ipotetica ricerca di dio, ma per una propria coesione, per conformare e cementare la propria collettività. Pochi anni dopo, in Francia, Émile Durkheim porta ancora più in là queste tesi. Egli arriva a dire che in realtà tramite il rito la società non venera la divinità o l’entità sovrannaturale, ma se stessa e la propria unione, oggettivata attraverso l’atto rituale. La religione serve a una comunità per sentirsi più forte; la ripetizione di culti e riti collettivi è ciò che fa sì che quel gruppo sociale rimanga in piedi, unito intorno a qualcosa.

Apparentemente non ci sarebbe nessun legame tra due padri dell’antropologia e una serie Netflix sul calcio. La connessione tra i due ambiti ce la dà proprio un personaggio che fa da collegamento per il suo rapporto sia con i culti che con il Sunderland: il prete della città.

Fede e calcio vanno di pari passo. In un certo senso lo Stadium of Light è una grande chiesa che riunisce tutte le fedi.

Esatto. Colto nel segno. E non è un caso che la prima scena della serie sia proprio nella chiesa. Non serve neanche scomodare Pasolini e la sua definizione del calcio come ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Il valore cultuale del football diventa evidente con la presenza costante allo stadio dei tanti tifosi di lunga data intervistati più volte durante la serie. Sono elementi della comunità biancorossa che, nonostante le delusioni, nonostante i risultati negativi, sono sempre lì allo stadio ad ogni partita, perché hanno sempre fatto così e continueranno a farlo. Perché lì è il centro della loro comunità. Perché è un rito – sacro, o quasi – e come tale va ripetuto.Tifosi del Sunderland | Numerosette Magazine

Cantieri e fede

Comprendere la propria realtà, quella nella quale si è immersi, non è mai facile, perché non sempre si riesce ad avere uno sguardo d’insieme come può essere quello di un osservatore esterno. Eppure, pur non avendo mai tenuto un corso di antropologia, il quadro perfetto lo fornisce Peter Farrer, che ci viene presentato semplicemente come possessore di abbonamento al Sunderland dal ’92.

La città ha avuto una forte vocazione industriale fino agli anni sessanta. Lo spostamento dell’industria navale, poi, ha lasciato solo disoccupazione e situazioni sociali difficili dove prima c’erano cantieri e posti di lavoro. È l’Inghilterra più difficile, quella del Nord Est, lontana dalle grandi città. Alla gente di qui restano solo i Black Cats. È proprio Peter a ricordare, ironicamente, le navi che in città venivano costruite:

Qui la gente non se la passa bene. Il Sunderland è la nostra ancora di salvataggio.

Una comunità intera, unita, coesa nel culto del Sunderland, legata come con la lifeline, la corda usata sulle navi citata da Peter. Il rito, per avere il valore che ha, è importante in quanto tale, per ciò che porta alla comunità, non tanto per ciò che viene venerato. Dopo la retrocessione i tifosi sono ancora lì e, come in una professione di fede, dicono che ci saranno sempre: a loro basta avere qualcosa da seguire. Per sentirsi uniti. Anche nelle situazioni più drammatiche, anzi, soprattutto in quelle.

People from Sunderland

La serie, oltre alle conclusioni di vario carattere che se ne possono trarre, ha il grande merito di rappresentare una realtà sportiva nella maniera più fedele. Troppe volte, in tanti lavori cinematografici a tema calcistico, ci viene presentata una visione di questo mondo edulcorata, costruita sul solito schema del fallimento iniziale seguito da un riscatto finale. Qui non è così, anzi. Si parte da un fallimento iniziale e si finisce con uno ancora più cocente. Nel mezzo, però, ci vengono raccontate le dinamiche di una società sportiva nella maniera più fedele, tastando il polso alle persone che la animano. La delusione per la stagione negativa del Sunderland, prima che dai gol subiti, passa dalle persone. Prende la forma delle lacrime dei cuochi – che piangono all’addio di Chris Coleman -, degli inservienti che lavorano lì da trent’anni, delle preoccupazioni dei dipendenti della segreteria che temono di perdere il lavoro.

Il messaggio che Sunderland ‘Til I Die tenta di dare è proprio quello. Nel corso dell’anno i giocatori, che a inizio stagione avevano annunciato convinti il proprio desiderio a rimanere lì per rilanciare la propria carriera, alle prime difficoltà vanno via non appena ne hanno l’occasione. A restare è chi non può far altro che stare lì, chi ci sarà sempre perché gli basta aver qualcosa da seguire.

Doveva essere un biglietto da visita vincente, come quei dépliant che ci fanno sembrare tutto incredibilmente vantaggioso. Alla fine è diventato qualcosa di molto più complesso e, per questo, molto più veritiero. Ora i Black Cats sono nell’oblio della League One, per la seconda volta nella loro storia. Siamo sicuri, però, che ogni sabato Peter continua a salutare la sua Marie prima di incamminarsi per lo Stadium of Light. Perché, in fondo, it’s Sunderland ‘til I die.

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