La Serie A di fine anni ’90 la possiamo contestualizzare nel periodo culminante per quanto riguarda lo splendore e il lusso del calcio italiano. Un apogeo tuttora mai riassaporato neanche minimamente, sebbene le qualità generali stiano tornando a ottimi livelli. Erano campionati equilibrati in cui tante società presentavano rose dallo spessore tecnico infinito. Chi in quegli anni riusciva a imporsi nelle squadre di alta classifica, poteva star certo di avere di fronte a sé una carriera ai massimi livelli. Se poi riuscivi addirittura ad affermarti come leader di una squadra impressionante come quella che nel Maggio del 2000 si sarebbe cucita lo scudetto sul petto allora eri un vero fuoriclasse: era il caso di Juan Sebastiàn Veròn.
Nato a La Plata il 9 Marzo 1975, la carriera di Juan Sebastiàn Veròn si può considerare come un anello al cui centro possiamo inserire successi e affermazioni nel calcio che conta di più di tutti, quello europeo, e ai margini le vittorie personalmente più importanti, ottenute da protagonista, e in senso circolare, all’inizio e alla fine della sua carriera, con la sua squadra del cuore: l’Estudiantes. Sì, è andata così, proprio come nelle più classiche, ma sempre toccanti, storie d’amore: il giovane Juan firmò per la sua squadra del cuore in uno dei suoi periodi più oscuri: nel 1994/95 i pincharratas (nome col quale si identificano i tifosi e i giocatori dell’Estudiantes) disputavano la serie cadetta, ma grazie anche al talentuosissimo figlio di un personaggio storico di quelle parti (il padre Juan Ramòn segnò con la maglia dell’Estudiantes il decisivo gol nella finale di ritorno di Coppa Intercontinentale contro il Manchester United nel lontano ’68), il giovane Juan si rivelò da subito indispensabile per la risalita nella massima serie. La promozione da vincitori della serie cadetta, la classe già fatta intravedere e la coscienza pulita di chi ha dato tutto per la squadra del cuore lo spinsero ad accettare la chiamata che in Argentina non puoi rifiutare: quella del Boca Juniors. E come in quelle classiche, ma sempre toccanti storie d’amore, l’intreccio della trama ne è pieno di momenti particolari: come quel giorno in cui, con la maglia gialloblu del Boca, segnò uno spettacolare gol su calcio di punizione proprio contro la sua squadre del cuore, proprio contro l’Estudiantes che lo lanciò anni prima; portando rispetto e i colori biancorossi nel cuore, non esultò. Neanche un anno intero di Boca, 17 presenze, 4 gol e l’affermazione definitiva nell’albo dei più grandi talenti mondiali gli valsero il biglietto per l’Europa.

A chiamarlo fu uno svedese, Sven Goran Eriksson, allora allenatore della Sampdoria, uno dei personaggi fondamentali per la carriera dell’argentino: con la maglia blucerchiata disputò 61 presenze confezionate da 7 gol, ma la cosa più importante era che Veròn aveva dato la risposta che la sua classe si sposava alla perfezione anche con il campionato italiano, proprio quel campionato che allora si poteva chiamare tranquillamente la massima aspirazione di qualsiasi calciatore. Fu così che nel 1998 Alberto Malesani lo portò a Parma, affidandogli le redini del centrocampo, in cambio di calcio spettacolo, una Coppa Italia e una Coppa Uefa: un buon compromesso. Ma in Italia, in quegli anni, oltre alle solite si stavano affermando le squadre della capitale: la Roma di Sensi e la Lazio di Cragnotti che, guarda caso su ordine di un certo Eriksson, lo strappò alla concorrenza pagandolo fior di milioni. Ma avere Veròn in campo significava avere garanzie e vittorie: in due anni, infatti, il palmares biancazzurro si riempì di supercoppa europea, scudetto, coppa Italia e supercoppa italiana. Veròn era il regista di quella squadra dei sogni, forse il team più forte di sempre nella storia della Società Sportiva Lazio. Società che in seguito al crack Cirio nel giro di pochi mesi dovette vendere i suoi prezzi più pregiati: uno dei primi fu proprio Veròn, che non ebbe problemi ad accasarsi in un altro club ancora più importante: il Manchester United di Sir Alex Ferguson.

“Io che da piccolo sognavo di ripercorre le orme di mio zio allo Sheffield United, mi trovo ora qui con la casacca del Manchester, United”, commentava Veròn in una classica frase di uno che, pur consapevole di essere uno dei centrocampisti più forti del mondo, non si dimentica della parola modestia, una virtù di pochi. Ma l’esperienza in Inghilterra (proseguita col passaggio al Chelsea nell’estate 2003), nonostante un campionato ottenuto con lo United, non fu troppo gloriosa: problemi di ambientamento e numerosi infortuni non gli permisero di confermarsi anche in Premier League. Fu così che decise di tornare in Italia, alla corte di Roberto Mancini all’Inter, dove vinse due Coppa Italia (2004 e 2005) e una supercoppa italiana nel 2005 contro la Juventus con tanto di gol decisivo al 108′ in pieno tempo supplementare, prima di decidere di abbandonare il grande calcio europeo per sempre. Sì, perché come nelle più classiche, ma sempre toccanti storie amorose, Juan Sebastiàn Veròn sentiva che a casa sua c’era un lavoro iniziato ma non terminato: nel 2006 rifiutò le chiamate di River e Boca (già, proprio quelle chiamate che in teoria non potresti rifiutare) e fece il suo grande ritorno all’Estudiantes, allenato da un altro grande argentino, suo ex compagno alla Lazio, che da poco iniziava a dilettarsi nel ruolo di allenatore: el cholo Simeone. Neanche il tempo di passare un anno e vinse il primo titolo di Apertura, che non arrivava dalle parti di La Plata da 23 anni. Nel 2009 portò la sua squadra sul tetto del Sudamerica vincendo la Copa Libertadores, altro titolo che mancava da 39 anni: era ormai ufficiale, Juan Sebastiàn Veròn era diventato, a tutti gli effetti, l’idolo della città.

La Brujita, la streghetta in italiano, dopo un altro titolo di Apertura (2010), decise di uscire dal palcoscenico del calcio internazionale nel 2014, diventando un anno più tardi il presidente dell’Estudiantes, carica che continua a ricoprire anche adesso.
“Io lo so dal primo tocco se quel giorno il pallone in campo mi è amico o no. Se lo è, so che posso fare qualunque cosa, rischiare qualunque tipo di giocata. Ma se è nemico, posso anche alzare la mano e chiedere il cambio dopo dieci minuti”
Questo era il calciatore Juan Sebastiàn Veròn, un centrocampista argentino a cui Dio aveva concesso di tutto: senso tattico, carisma, lancio di precisione e grande potenza nel tiro.
