Storie: Justin Fashanu

Ne Il fu Mattia Pascal, Pirandello fa pronunciare al protagonista l’essenza di quella sua idea del mondo definita poi filosofia del lanternino. Noi tutti ci muoviamo come guidati solo da una piccola luce utile a rischiarare le tenebre che nascondono la totalità dell’esperienza. La vicenda di Justin Fashanu, in un certo senso, ci costringe alla stessa prudenza enunciata dal protagonista del capolavoro pirandelliano. Camminiamo a tentoni tenendo in mano una semplice lampada a olio – oppure la torcia di un telefono, per attualizzare – in un ambiente in cui luci e ombre non sono scindibili, ma si confondono, fanno l’amore davanti a noi, mentre i nostri occhi, quasi voyeuristicamente, cercano di distinguerne i tratti. Sarebbe molto più facile dividere tutto in due metà nette e intatte tra di loro, ma la verità ha come sposa fedele la complessità.

Quando un personaggio che ha avuto un impatto significativo sull’opinione pubblica muore, generalmente, sono due i trattamenti – tra loro opposti – che gli vengono riservati. A volte c’è la damnatio memoriae, quasi con un’identificazione di quella persona con il concetto stesso di male. Altre c’è la mitizzazione, come una beatificazione laica, per affermarne candore e purezza. Quasi sempre questi due comportamenti sono alimentati dal carbone nerissimo dell’ipocrisia, intenzionata a cancellare connivenze nel primo caso o ad auto-assolversi per le calunnie lanciate nel secondo. A Justin Fashanu è capitata, ovviamente, la seconda sorte, avuta come amara consolazione per una vita di condanne morali ed emarginazione.

Justin Fashanu con la maglia del Norwich City | Numerosette Magazine

Se proviamo per un attimo a rimuovere con il palmo della mano quella patina che ha reso – ripeto, giustamente – Justin Fashanu un’icona, ci ritroviamo davanti la storia di un uomo, con contraddizioni, errori, piedi in fallo, ma anche tanta forza d’animo e genuinità. Avremo luci e ombre. Queste, come Mattia Pascal, da illuminare col lanternino.

Gli inizi

La nostra storia, quella di Fashanu, prende avvio a Londra nel 1961. Justin è figlio di un immigrato nigeriano e di una donna della Guyana, ma, dopo la separazione dei genitori, lui e suo fratello minore John sono presi in carico dall’associazione Barnardo’s. È un’organizzazione benefica, molto nota nel mondo anglosassone, che ha come scopo prendersi cura dei bambini in difficoltà economiche tramite delle specie di orfanotrofi e che pochi anni fa è stata coinvolta in uno scandalo di abusi su minori. Quando Justin ha 6 anni i due fratelli vengono adottati da una nuova famiglia. È questo il momento in cui prendono hanno i primi contatti con lo sport.

Il suo percorso è quello tipico di ogni promessa del mondo del calcio, o quantomeno di quelle che chiameremmo meteore. Nel ’79 debutta in prima squadra con il Norwich City e nell’80 vince il premio per il più bel gol della stagione, con questo siluro da fuori area contro il Liverpool. Era facile intravedere tutte le sue potenzialità.

Paradossalmente – ma neanche troppo, tenendo a mente le vicissitudini extra-calcistiche – le prime tre stagioni della sua carriera sono anche le migliori. Va via dal Norwich con l’etichetta di astro nascente, già discretamente capace a brillare di luce propria. Lo acquista nel 1981 il Nottingham Forest, ora nobile decaduta del calcio inglese ma che solo due anni prima aveva conquistato la sua seconda Coppa dei Campioni. Il prezzo del cartellino è di un milione di sterline: è la prima volta che un calciatore di colore viene pagato tanto. Evidentemente il tema caro agli antichi romani dell’ego primus, dell’essere i primi a fare qualcosa, era connaturato a Fashanu. Qui però, l’aver anticipato i tempi lasciava presagire tutt’altra carriera rispetto a quella avuta.

Da qui in poi l’esperienza sul campo diventa, purtroppo, non più l’unica componente a incidere sulla carriera di Justin. Sono già pronte ad abbattersi su di lui le malelingue, gli odi malcelati e le discriminazioni. Il fardello del giudizio comune di un ambiente retrogrado inizia a frenare quella potenza che sembrava pronta ad esplodere.

Emarginato

Qui è l’inizio della fine. La carriera di Fashanu imbocca una discesa ripidissima e lo fa molto rapidamente. Sulla panchina del Nottingham Forest in quegli anni siede lo storico allenatore Brian Clough, lo stesso delle due Coppe dei Campioni e della Premier del ’78, oltre al campionato precedentemente vinto con il Derby County. Eufemisticamente si direbbe che il rapporto tra Justin e il coach non decolla, in realtà rappresenta il primo atto di una serie puntuale di tormenti subiti dall’allora giovane giocatore per il suo orientamento sessuale.

Le voci e gli avvistamenti di Justin all’ingresso di gay clubs non vengono apprezzati dal tecnico. Le insinuazioni, che diventano molto presto certezze, circa una sua omosessualità disturbano non poco Clough che, in un episodio riportato nella stessa autobiografia dell’allenatore, affronta faccia a faccia il suo attaccante, rimproverandogli certe sue frequentazioni. Un atto del genere, con parole così forti – Clough usa l’espressione poof, altamente offensiva – se arriva dalla figura che rappresenta un’autorità nello spogliatoio, non può far altro che delegittimare Fashanu davanti ai compagni.

L'esperienza di Fashanu al Nottingham fu l'inizio della fine | Numerosette Magazine

Ed è quello che puntualmente succede. Le battute malefiche aumentano, ormai si allena quasi in disparte. Le promesse di un tempo si sono tutte infrante su una realtà meschina. Da qui inizia il suo vagare nelle categorie minori. Ci si mette anche un infortunio al ginocchio che ne compromette quasi la carriera. Forse per il Fashanu giocatore è davvero finita: è troppo difficile resistere all’urto di quella pressione. La melma di odio che lo circonda invade anche il campo da gioco, ne restano invischiati i tacchetti delle sue scarpe. Allora va in America, come per mettere l’Oceano a pulire le tracce sporche che quel fango lasciava dietro di lui, cercando una tranquillità impossibile da trovare.

Coming out

Se per il Fashanu giocatore l’avventura calcistica – sebbene ancora in attività – sembra ormai inevitabilmente avviata alla fine, per Justin, per l’uomo, si aprono nuove prospettive. È in questa dimensione privata che luci della piena affermazione di sé si mischiano con le ombre di comportamenti poco chiari. La realtà e dicerie si confondono creando un vortice di emarginazione sentito tutto da Justin sulla sua pelle.

Nel ’90 Fashanu dichiara pubblicamente la propria omosessualità, diventando così il primo calciatore apertamente gay. L’opinione pubblica e l’informazione – che spesso per i tabloid inglesi diventa semplice sensazionalismo scandalistico – si abbevera a piene mani da quella che sarebbe dovuta essere una vicenda privata e personale. Siamo davanti ad un uomo che ha visto la propria carriera distrutta per il suo orientamento sessuale. In risposta, come atto di liberazione, ha deciso di gridare la propria realtà agli altri e forse a se stesso, ma ugualmente non vede finire i suoi tormenti. A gettare benzina sul fuoco ci si mette suo fratello John, anche lui calciatore professionista. Sempre a furor di tabloid disconosce il fratello maggiore e lo definisce un reietto. Justin è completamente solo, emarginato.

I fratelli Fashanu, con Justin sulla destra | Numerosette Magazine

Come se non bastasse, la sua immagine pubblica è compromessa, ancora una volta, da vicende in cui è difficile capire la ragione da che parte sia. The Independent accusa Justin Fashanu di aver tentato di vendere al noto tabloid, per 300’000 sterline, le informazioni riguardo sue presunte storie con politici inglesi del partito conservatore. Il tutto, data l’assenza di prove, viene fatto cadere, portando giù con sé, ancora una volta, la credibilità dell’ex-calciatore. Nonostante smentite e contro-smentite ormai l’Inglese è inciampato in quello stesso sistema che l’aveva ingabbiato e tirato giù. La “fuga” negli USA sembra l’unica opzione per trovare un po’ di pace.

Vinto dall’odio

In effetti all’inizio è così. Negli USA inizia ad allenare, prima i ragazzi per poi passare ai professionisti. Nel marzo del ’98, però, un diciassettenne accusa Fashanu alla polizia, dicendo di aver subito abusi dall’ex-calciatore che avrebbe approfittato del ragazzo dopo aver bevuto e fumato insieme. Justin viene interrogato dalla polizia, ma viene lasciato libero. Il 3 aprile i poliziotti tornano al suo appartamento per prelevare dei campioni, ma Fashanu non c’è. È scappato, è tornato in Inghilterra, non si sa dove né come. Qui contatta qualche conoscente, i pochi che gli sono rimasti. È quasi un fantasma.

Viene ritrovato la mattina del tre maggio impiccato al soffitto di un garage nel quale si era introdotto. È tragicamente solo e nascosto, come era stato per tanto tempo nella sua vita. Troppo, anzi. Con il corpo c’è anche un biglietto, è il suo ultimo lascito, la voglia di dire, per l’ultima volta, la sua verità al mondo, prima di abbandonarlo per sempre. Forse sconfitto, più che per l’esito, per non aver avuto la libertà di essere se stesso. Nel biglietto ribadisce la sua innocenza, fino alla fine, dicendo che era stato il ragazzo a incastrarlo chiedendogli dei soldi e promettendogli vendetta al suo rifiuto. Chiude in maniera emblematica. Dice di essere scappato perché sapeva di non poter avere un giusto processo – dettaglio non marginale: nel ’98 l’omosessualità nel Maryland, dove lui si trovava, è ancora reato. Il perché della fuga, però, lo spiega pensando ai giudizi comuni, così costanti nella sua vita.

Vi sento dire: “Perché è scappato?”

Anche nel suo ultimo istante, Fashanu sentì il bisogno di giustificarsi agli occhi dell’opinione pubblica. Il caso fu archiviato con la morte, ma successivamente emersero falle nelle ricostruzioni del ragazzo che l’aveva accusato e nelle indagini della polizia. Justin se n’era andato dicendo la verità, quindi, contro tutte quelle dicerie che l’avevano sempre massacrato.

Il coming out di Fashanu | Numerosette Magazine

Anni dopo anche il fratello, secondo quel meccanismo interessato a lavar via le colpe della propria coscienza di cui parlavamo all’inizio, si è detto pentito per il suo comportamento. È passato del tempo intanto. Proprio per questo tempo sarebbe facile prendere la sua vicenda come una storia circoscritta a trent’anni fa; sarebbe facile dire che ora non accadrebbe una cosa simile, che l’ottusità si è fatta ampiezza di vedute. Ma siamo sicuri sia effettivamente così? Sarebbe sicuramente troppo comodo liquidare tutto come una vecchia storia.

La vicenda di Justin è quella del primo calciatore dichiaratamente gay e per questo va ricordata nelle discriminazioni subite e nel coraggio dimostrato, seppur così fragile, umano. È, però, soprattutto la storia di un uomo che non ha potuto essere liberamente se stesso per le cattiverie e le ingiurie dell’opinione pubblica. E non dite che di storie così ora non ce ne sono più, nonostante i trent’anni in mezzo. Fatelo per Fashanu.

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