Squadre d’annata: Roma 2009/10

Questo pezzo non riempirà. Mi spiego meglio: calatevi nella parte di chi ha dato tutto ma non ottiene niente, di chi ha versato sudore ma si ritrova sulla strada qualcuno che ha fatto meglio. È un consiglio, ma forse non ve ne frega niente, forse aspettate di vedere le sventagliate di Mirko Vucinic e gli inserimenti di Perrotta. Già, due grandi protagonisti di quella Roma trascinante, particolare, una di quelle squadre che non ti capita di raccontare tutti i giorni.

Però manca qualcosa. Mancherà sempre qualcosa in questo racconto, difficilmente potrà essere riempitivo, proprio come quella Roma. Una squadra che si ritrova a lottare per lo Scudetto quasi per caso, in maniera accidentale, contro l’Inter del Triplete: follia pura, se l’avessero dato a inizio campionato. Eppure è andata così.

Squadre d’annata è una rubrica che mette in risalto avventure irripetibili, e quella dei giallorossi è stata un’epopea annuale tanto breve quanto intensa. Anche un po’ autolesionista.

Un’annata da Roma.

Subito guai

Non c’è stagione memorabile che inizi senza qualche difficoltà. Fateci caso; l’Udinese di Sanchez raccolse un misero punto in cinque partite prima di sfrecciare alla Hamilton verso la Champions, per esempio. Potremmo fare un elenco immane, ma non li amo, preferisco scombinare le carte in tavola senza conferire un ordine asettico: e l’ordine, nelle prime due uscite della Roma, è un assente ingiustificato. Pronti via, i giallorossi inceppano subito al Ferraris contro un Genoa tambureggiante pronto a sfruttare l’ampiezza di campo e il calore del pubblico; partita vera, decisa da Biava a 7 minuti dalla fine. Non va meglio la giornata successiva, quando Diego e Felipe Melo si prendono l’Olimpico, illudendo tutti, me compreso.

Spalletti non ci sta e si dimette.

“Gli equilibri, gli equilibri..”. Spalletti inquadra involontariamente quella che sarà la Roma del suo successore, la Roma di Claudio Ranieri. Un equilibratore in tutto e per tutto, essenziale, amante del senso pratico e portatore di principi di gioco tanto accessibili quanto benefici per un organico che deve riacquisire fiducia.

Nonostante ciò, il girone d’andata si rivela più ostico del previsto. Lo abbiamo detto, le stagioni memorabili si nutrono di partenze difficili così da rendere il capovolgimento della situazione ancora più godurioso, in un certo senso; sprazzi di buon calcio, comunque, s’intravedono.

Primi sintomi di guarigione per la Roma | Numerosette Magazine
Vucinic, Perrotta, Riise, Vucinic. Squadra corta, 4-3-1-2 con Perrotta trequartista atipico a supportare Totti e Vucinic. La prima Roma di Ranieri stava prendendo forma.

La brillante vittoria con la Fiorentina rimarrà solo una parentesi illusoria di un miniciclo – perché la sua stagione è fatta di questo – molto zoppicante, condito da soli 8 punti in 7 giornate; manca qualcosa, ve l’avevamo detto. Il clima diviene sempre più teso, ma non posso spiegarlo. Potrò informarmi fino a perdere appetito conoscitivo, ma non vivo emotivamente la piazza Roma; qualcuno prova a descriverla come esigente, calorosa, calorosissima. Ma non mi prendo la licenza di narrare puntigliosamente una realtà che non cicatrizzi sulla tua pelle, d’altronde ci sono percezioni emotive più evolute se provate su noi stessi.

Roma è per pochi. Per questo affascina, per la sua capacità di amalgamare sconosciuti e renderli partecipi di un’unica missione, quella di supportare la propria squadra; basti vedere la mole di italiani incollati al televisore durante Roma-Barcellona. Ma non perdiamoci.

Non vuole perdersi di spirito, la Roma. Bisogna tenere testa all’Inter di Mourinho.

Intermezzo

Poche squadre hanno battuto l’Inter: la Sampdoria di Cassano e Pazzini, la Juventus di Ferrara, e il Catania dei miracoli. E la Roma, naturalmente, capace di raccogliere ben 4 punti nei due confronti diretti, ma soprattutto capace di scatenare una lotta scudetto senza precedenti, una di quelle che non ti aspetti minimamente. Con Milan e Juve leggermente fuorigioco, la Roma prende campo e consapevolezza; dall’1-1 di San Siro cambia tutto. È incredibile come una partita possa cambiare l’inerzia di una stagione, nella testa dei giocatori che seguono gli indottrinamenti semplicistici ma utilissimi di un allenatore a cui è sempre mancato qualcosa. Leicester gli ha ridato tutto ciò che aveva seminato, Roma compreso.

Ma dimenticate le Foxes. Siamo nel 2010, precisamente il 27 marzo, all’Olimpico c’è la partita Scudetto: chi l’avrebbe mai dato, che la Roma arrivasse a questa sfida con la possibilità di affiancarsi lì, a -1 da quell’indomabile Inter. Forse è stato scritto tutto apposta per venirmi incontro, forse sapevano che avrei trattato l’impresa dolceamara della Roma che quel giorno battè i futuri campioni d’Europa dopo una partita impressionante. Ampiezza, geometrie, inserimenti: nel 4-3-1-2 della Roma c’è tutto, da un Pizarro pratico e lineare nelle scelte di gioco fino all’accoppiata di terzini Riise-Taddei che danno ulteriore manforte nella fase di proposizione.

Azione del 2-1 Roma di Toni | Numerosette Magazine
In questo caso Riise lancia verso Toni che verrà anticipato da Lucio; Taddei sfrutta l’arretramento di Perrotta per inserirsi e servire il centravanti italiano che insaccherà con un gran gol. Da notare l’inserimento preventivo di De Rossi nello spazio vacante e la vicinanza tra il tandem offensivo. Principi elementari, applicati bene.

Toni fa letteralmente esplodere l’Olimpico. Ancora adesso si sente l’incessante boato dei tifosi, un boato che mi accompagna verso una narrazione fuori dall’ordinario e da ogni concetto di logica. Perché la logica, a volte, litiga col calcio.

E lo vedremo presto.

Non è una stagione normale

“Ma perché continua a fare salti temporali? Prima usa la prima persona singolare, poi plurale? Ma Roma-Inter non si è giocata nel ritorno?” Domande lecite, ma questa narrazione è frutto di una stagione atipica, condita da una serie di eventi surreali, da un colpo di tacco di Okaka che saluta la Roma con un pesantissimo gol da tre punti.

Okaka gol e la Roma vince ancora | Numerosette Magazine

Partite come queste alimentano le speranze, fortificano sensazioni positive che prima o poi potrebbero trovare ristoro all’interno di una Coppa, di uno Scudetto, che avrebbe avuto il sapore della sofferenza e dell’astinenza fin troppo lunga. Erano passati sette anni dall’ultima vittoria, e quando t’inebri di quel gustoso nettare non vuoi più farne a meno.

E così la Roma pregustava un trionfo incredibile. Le basi erano state sedimentate e i numeri parlano chiaro: 48 punti nel girone di ritorno, al netto dei 37 dell’Inter, fanno rumore. Ma la costanza dei nerazzurri ha avuto ragione rispetto ad una bellezza scellerata e a tratti autodistruttiva della Roma, che però non molla. E timbra anche risultati pesanti.

Riise il valore aggiunto della Roma | Numerosette Magazine
Ma la palla di Pizarro?

Riise funge quasi da punta aggiunta e con la Juve spacca la partita; prima procura il rosso a Buffon e poi beffa Manninger con un bel colpo di testa. L’interpretazione totale del ruolo da parte del norvegese è risultata determinante nell’ecosistema giallorosso, fornendo più soluzioni senza palla e soprattutto una certezza dai calci piazzati. Anni dopo la Roma troverà una pepita preziosa come Kolarov, diverso nel modus operandi ma egualmente efficace.

Quando la Roma è in fiducia, sembra funzionare tutto. Non manca nulla, anzi, il ritmo che imprime alla partita insinua nell’avversario una sensazione di inferiorità raggelante, soprattutto all’Olimpico, una di quelle che non ti lascia scampo. Vucinic segnava a raffica, sempre più centralizzato nella manovra e perfettamente integrato con Totti e Toni; i due si trovavano a meraviglia, bastava uno sguardo, un cenno, per trasformare qualunque campo della Serie A nel set di The Prestige. Il montenegrino, al di là dell’intesa con Totti, incarnava concetti avvicinabili alla punta ideale per il contesto giallorosso, abile a sganciarsi dall’area di rigore disperdendo più punti di riferimento possibili premiando gli inserimenti a rimorchio dei compagni smarcati. Le sue traiettorie a rientrare risultavano velenose e gli antidoti per contrastarle erano scarsi; diciamocelo, aveva una qualità immensa.

Aveva tutto, in quell’annata. Eppure mancava qualcosa.

Anche nel derby

Ah già, mancava il derby. Vabbé dai, era difficile dimenticarsene: quel destro all’angolino di Cassetti è il perfetto simbolo del gregariato, di chi trova finalmente un riconoscimento nella logorante fatica. Gli è bastata una notte per iscriversi negli annali dei derby capitolini, per bussare pacatamente nei discorsi della gente che ricorda con immenso trasporto quella serata: “Ma te ricordi Cassetti che gol? ‘Ndo sta ora?”

Gol Cassetti Roma | Numerosette Magazine
Cinque uomini a supporto di Vucinic in area di rigore; la densità giallorossa viene premiata con un gran gol di Cassetti, ben servito dal montenegrino.

Quell’anno, la Roma stravinse il confronto in classifica con la Lazio con ben 34 punti di distacco; stagione intricata per i biancocelesti che videro anche il fantasma retrocessione, scacciato non senza qualche difficoltà, ma che diedero comunque filo da torcere ai cugini. Ma se Vucinic all’andata si limita a un assist decisivo, al ritorno si scatena.

Ed è in quel momento che il romanesimo si propaga ovunque, anche a chi non si aspettava di vederlo. Il culto della sofferenza, del declino sfiorato, della capitolazione, prontamente sovvertito da un panismo fra tifosi e giocatori che solo gli addetti ai lavori possono esplicare adeguatamente. Vucinic sorprende tutti, dimostra carattere slavo, e in pochissimo tempo porta i giallorossi in testa alla classifica dopo il pareggio dell’Inter a Firenze.

Un duello meraviglioso. Potremmo romanzarlo all’estrema potenza ma forse ci allontaneremmo troppo dall’inscindibile e pura realtà dei fatti, da quel Lazio-Roma che ha visto rovesciarsi nuovamente dalla parte dei giallorossi dopo il rigore parato da Julio Sergio; sì, perché l’annata romanista è fatta di continui rovesciamenti, come se l’andamento regolare non fosse minimanete previsto, anzi, sarebbe stato sanzionabile.

Julio Sergio salva la Roma | Numerosette Magazine
Iniziò una nuova partita.

Nel calcio un episodio può indirizzare la partita, irreversibilmente, aprendo scenari finora inesplorati: vince la Roma, vince il coraggio di Ranieri che ha sostituito gli appannati e nervosi Totti e De Rossi, bandiere inossidabili che più di altri comprendono la valenza emotiva di un derby. Anche questo la dice lunga sul tecnico romano, fedele alle sue radici ma anche alle sue idee, alle sue sensazioni, e soprattutto al suo raziocinio tanto salutare in una città che vive in un pendolo che oscilla tra ragionevolezza e follia. Ma anche emozioni.

Insomma, primo posto a quattro giornate dalla fine.

Ora solo la Roma può perderlo.

Bellissima e straziante

Immaginate di essere alla fine di un percorso. Bellissimo, altalenante, a tratti alienante, ma che vi ha lasciato tanto; siete quasi giunti al traguardo, dopo innumerevoli sforzi, non potete battere la fiacca perché ci sarà sempre qualcuno che farà meglio di voi. E quel qualcuno – perdonate la cacofonia – magari si chiama Inter, e ritorna in vetta dopo il 3-1 all’Atalanta. In piena euforia post-derby la Roma non può sbagliare. Può perdere da solo, questo Scudetto. Appunto.

Perdonatemi ancora, romanisti, per aver riaperto la ferita, una delle grandi macchie di una stagione quasi perfetta. Il quasi fa male, molto male, perché quando ti sfuma un qualsiasi obiettivo sotto gli occhi l’amarezza è accecante: Roma-Sampdoria raffigura una pagina tetra della storia recente romanista, che ancora una volta riporta in auge gli aspetti autolesivi di questa squadra già visti in plurimi occasioni (nelle trasferte di Napoli, Cagliari e Livorno). Sarebbe comunque un errore oscurare i meriti di una Samp mai doma e reduce da tre vittorie consecutive – due contro Genoa e Milan – in piena corsa per un posto Champions: sgomitava con quel grande Palermo di cui vi abbiamo parlato, e grazie all’exploit di quel maledetto 25 aprile mantenne le distanze e centrò l’obiettivo.

Quella serata fu bellissima, inizialmente. Il primo tempo della Roma toccò vette inesplorate di sublimità, quell’estetismo che però non si è sempre tradotto in concretizzazione di occasioni da gol; ce la fanno, una volta, Totti e Vucinic. Ne parlavamo prima, con la Samp si trovano alla perfezione.

Totti-Vucinic trascinano la Roma | Numerosette Magazine
Intesa ai massimi livelli.

Ma poi diventa straziante, come un pugno in un occhio, un gelato caduto per terra da bambini. O forse la delusione sportiva non è paragonabile, vive in una dimensione a sé stante, ti aspetta al varco pronto a ringhiarti alla Gattuso.

Quel 25 aprile, giorno in cui nel 1945 i i soldati tedeschi e della repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino, nel 2010 la Roma si ritirò dallo Scudetto. Vinse le ultime quattro partite ma non bastò, perché il Principe Milito mise l’ipoteca definitiva a Siena, laddove Ranieri esordì sulla panchina della sua Roma. Si dimetterà il 20 febbraio 2011, dopo un assurdo 4-3 subito al Ferraris contro il Genoa.

Nessuno gli cancellerà la soddisfazione di aver lottato con la più forte, di aver rimesso in piedi un sogno oramai sepolto fra gli album dei ricordi.

Forse nessuno, leggendo l’Albo d’oro, si ricorderà di quella bellissima e straziante Roma.

Bonus Track

Julio Sergio miracolo Roma | Numerosette Magazine
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