Squadre d’annata: Palermo 2009/2010

A Palermo sono passati praticamente tutti e tutti se ne sono innamorati. I Normanni, venuti dal profondo nord, una volta arrivati qui, non se ne sono più voluti andare, almeno non con le buone, ed è facile capire il perché. Ognuno ha lasciato un proprio segno, come a voler rimarcare la propria presenza, l’essere superiore a tutti gli altri: lo ha fatto costruendo edifici e opere d’arte, o modificando quelli che c’erano già. La Cattedrale di Palermo porta addosso le impronte delle mani dei tanti amanti di questa terra, tutti bravi ad accarezzarla in maniera diversa. Alla fine, però, guardandosi intorno, quello che spicca è solo un marcato colore ocra esaltato dal sole. È il colore del tufo di cui questa terra è ricca, anima degli edifici storici. Volgendole lo sguardo si ha l’idea di una donna che è stata amata da mille uomini, alcuni violenti e altri gentili e cortesi, finiti tutti per passare inevitabilmente inosservati accanto a lei.

Di uomini ne aveva avuti solamente due, invece, Costanza d’Aragona, sepolta dentro la Cattedrale di Palermo. Il secondo marito, però, già da bambino lo chiamavano Stupor mundi, meraviglia del mondo, ed è stato il sovrano più moderno di tutto il Medioevo. I loro sarcofagi sono vicini e turisti e residenti non smettono di poggiare lì rose, tulipani, orchidee. È un modo per tenere viva la memoria di una passato glorioso, probabilmente irripetibile, al quale ci si aggrappa con un pizzico di nostalgia ora che le cose troppo bene non vanno. È il “ricordarsi del tempo felice ne la miseria” dei versi di Dante. Ed è esattamente quello che faremo.

Rio de la Plata e Salento

Non siamo certo noi a scoprire la capacità della società rosanero nello scovare potenziali campioni, soprattutto in Sudamerica, da rivendere poi a un prezzo decuplicato a qualche big europea. Ed è così che, nel luglio del 2009, arriva a Palermo Javier Pastore, un flaco – anzi El Flaco, perché in Argentina i soprannomi sono una cosa serissima – che ci sa fare decisamente col pallone. È un ragazzino che l’anno prima, seppur diciannovenne, era arrivato secondo in Clausura con l’Huracán, risultando anche il capocannoniere della squadra.

I rosanero sono in mano alla leadership tecnica ed emotiva di Fabrizio Miccoli, il Romario del Salento, che ha appena vissuto la miglior stagione della sua carriera ed è a un livello tale di maturità che gli permetterà di migliorarsi ancora. Accanto a lui c’è, prima di trasferirsi nell’altra grande città del regno di Federico II, Edinson Cavani, che ha appena terminato per la prima volta un campionato in doppia cifra. Inutile dire che la cosa, da lì in poi, non farà più notizia.

Sebbene i due Rioplatensi siano ancora acerbi e, ovviamente, non ai livelli raggiunti in una fase più matura della loro carriera, se tre talenti del genere si ritrovano in un contesto assolutamente fuori dalle righe come Palermo, è normale che qualcosa succeda. Serve solo una scintilla. Di certo non si può chiamare in causa l’Etna – simbolo degli odiati rivali del Catania – ma se il tuo presidente è il vulcanico Zamparini, allora le scintille proprio non mancheranno.

Pastore Huracan Palermo | Numerosette Magazine
Non male per un diciannovenne

Hybris Zenghiana

La guida tecnica della squadra è affidata a Walter Zenga, che arriva a Palermo dopo due stagioni sulla panchina proprio del Catania. La presentazione è assolutamente coerente con il contesto. L’ex nerazzurro si presenta già a luglio dicendo di voler puntare allo Scudetto. La sala stampa è attonita, in un misto tra incredulità e ironia. Entrambe peraltro sono perfettamente giustificabili. Il tentativo sembra lo stesso degli antichi conquistatori di Palermo, che arrivati nella città avevano la necessità di lasciare il proprio segno, nella maniera più riconoscibile possibile, sulla Cattedrale. A Catania, però, non c’era il tufo di Palermo; Zenga non sa come lavorarlo e la vittoria con il Napoli del Pocho alla prima giornata è solo una breve illusione.

Nei piani dell’allenatore milanese lo spazio per il neo-acquisto Pastore è poco, e se c’è è relegato sulla sinistra. Ma un piccolo museo, se ha un Van Gogh – anche se è un lavoro di gioventù non perfetto – lo mette al centro della sala, perché tutti possano ammirarlo. El Flaco è così. Non ha né la grinta e l’esperienza di Miccoli, né la concretezza di Cavani. È un Van Gogh che non ha venduto un quadro in vita, ma si poggia sulla tela verde del campo con pennellate distese, di suola, d’esterno, sempre a testa alta e aspetta solo che qualcuno si renda conto di quel talento oland…ehm, argentino.

I giorni, anzi le giornate, dell’Uomo Ragno sulla panchina del Palermo sono solo tredici. In un perfetto disegno del destino – e in perfetto stile Zamparini – l’esonero arriva dopo il pareggio interno nel derby con il Catania, come se il passato dell’allenatore avesse voluto punirne la tracotanza, quella che i Greci – durante il dominio dei quali la città si chiamava Panormo – definivano hybris.

 L’ironia del web non risparmia Walter Zenga

La Cattedrale di Delio Rossi

La panchina dei Siciliani viene affidata a Delio Rossi. Il tecnico, che l’anno prima si era laureato campione con la sua Lazio in Coppa Italia, gode subito della stima da parte di Zamparini, elemento da non tralasciare se hai scelto di fare il mestiere più precario del mondo, cioè l’allenatore di una sua squadra. Il tecnico romagnolo rimette Pastore al centro del progetto e lo fa piazzandolo lì, sulla trequarti, in quella posizione che gli aveva permesso di far innamorare i Quemeros dell’Huracán. L’alchimia la si trova mescolando perfettamente giovani – accanto al Flaco e Cavani c’è Kjaer oltre a Hernandez e Sirigu, entrambi alla prima esperienza in A – con giocatori più esperti o comunque rodati, tra cui ovviamente Miccoli, Balzaretti, Liverani in cabina di regia e un Antonio Nocerino già nel giro della Nazionale.

Da lì in poi sarà un trionfo, con 1,91 punti a partita di media che se “allungati” anche all’inizio del campionato varrebbero la terza posizione. All’imbattibilità casalinga – già di per sé straordinaria – si aggiunge finalmente una maggior solidità esterna. A fine stagione è quinto posto – la Champions sfuma all’ultimo – con il record di 65 punti in classifica. È un Palermo che, come la facciata della sua Cattedrale, è riuscito a far convivere ed esaltare un gruppo di giocatori estremamente eterogenei tra di loro, per dati anagrafici e per la provenienza da contesti di calcio completamente differenti. Il miracolo di Delio Rossi sta nell’essere riuscito ad esaltare, attraverso il collettivo, i tre grandi talenti di cui disponeva, mettendo le tre perle più grosse al centro del suo collier.

Miccoli Juventus Palermo | Numerosette Magazine
Una delle 19 perle di Miccoli nella stagione 2009/2010

Per sofrenza si vince gran vetoria

Per sofrenza si vince gran vetoria
ond’omo ven spesora in dignitate,
sì con’ si trova ne l’antica istoria
di Iobo ch’ebbe tanta aversitate:

chi fu sofrent’e no perdeo memoria
per grave pene c’a lui fosser date,
li fu data corona ne la groria
davanti la divina maiestate.

Però conforto grande, dico, prendo:
ancor la mia ventura vada torta
no me dispero certo malamente,

che la ventura sempre va corendo
e tostamente rica gioia aporta
a chiunque n’è bono soferente.

Giacomo da Lentini fu uno dei nomi più celebri di quel meraviglioso miracolo letterario che fu la Scuola siciliana. Proprio alla corte di Federico II un gran numero di poeti e letterati poneva le basi della lingua italiana, creava un nuovo modo di far poesia e nel frattempo governava uno dei regni più importanti del mondo. Forse, però, Giacomo da Lentini – probabile inventore del sonetto – non immaginava che questo suo componimento sarebbe stato la descrizione perfetta del Palermo del 2009/2010. Sì, perché le storie in cui si vince e si fa bene sono sempre piacevoli da sentir raccontare, ma riescono molto meglio se la narrazione inizia da una situazione di difficoltà.

La vittoria inaspettata crea necessariamente empatia con chi si trova ad assistere ad essa e ne ripercorre le tappe. Questo legame, però, una volta creato non si può tagliare così facilmente e ce lo si porta dietro anche nei momenti bui. Ora i rosanero sono lontani da quei fasti, impantanati nell’inferno della serie cadetta. I tifosi però, empatici come pochi, non dimentichino queste parole che proprio a Palermo furono scritte: tramite la sofferenza si arriva a una grande vittoria.

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