Squadre d’annata: Fiorentina 2007-2008

Firenze è condannata alla nostalgia. Sia che riguardi l’antico splendore della città che le glorie sportive della Fiorentina, è questo il sentimento, naturale e autentico, che meglio può attecchire sulle sponde dell’Arno. Non come una pianta rampicante, di quelle che coprono e soffocano tutto, ma come un giglio, candido, elegante, da andare a guardare per tirarsi su cullati dal suo profumo. Il gesto inevitabilmente connaturato a questa città è quello di alzare gli occhi verso l’alto: è questo che si fa per guardare la cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto, o la Basilica di Santa Croce tristemente tornata al centro delle vicende viola, ma è questa anche la posa nella quale ci perdiamo quando proviamo a ripescare qualche ricordo dalla memoria.

E così, lontano dai capolavori toscani, mi ritrovo anch’io davanti a un computer con lo sguardo su, ma perso nel vuoto. La mia mente va alla prima delle due fasi della mia vita. Sì, perché la vita di un uomo è rigorosamente divisa in due, non c’è scampo. La prima parte è quella della raccolta delle figurine, durante la quale conosciamo anche la carriera dell’ultimo dei panchinari dell’ultima squadra di Serie B perché ci è uscito tre volte in due settimane. È un’epoca d’oro, che ci costringiamo forzatamente a far finire. A una certa età, senza nessun motivo apparente, ci illudiamo, mentendo a noi stessi, di essere troppo grandi per fare la raccolta delle figurine e interrompiamo quell’usanza all’improvviso non più idonea alla nostra età. Così dicono. Ora non ci resta, quindi, che trascinarci nel limbo dei ricordi. E così, con gli occhi verso su, un’immagine nitida mi compare davanti. Sono sul pavimento di casa dei miei nonni ad aprire un pacchetto di figurine. Dentro ci sarà ancora una volta, l’ennesima, lui: Tomáš Ujfaluši. È il vice-capitano della Fiorentina 2007-2008. È il mio legame visivo con una squadra meravigliosa.

Ujfalusi vicecapitano di quella Fiorentina | Numerosette Magazine

Il senso di questo viaggio all’indietro di 11 anni è semplice. La nostalgia è individuale, se la si rende collettiva diventa automaticamente memoria. Nella memoria le cose si fissano e le si può andare sempre a ripescare. Non mi lasciate solo con la nostalgia, c’è molto più bisogno della memoria di quella Fiorentina così iconica.

Un cast perfetto

In ogni storia – che sia un film, un fumetto, un videogioco, non importa – i personaggi sono fondamentali. Certo, bisogna stare attenti a trama e svolgimento, ma ogni cosa è subordinata ai protagonisti che si hanno. Se, per esempio, a un certo punto dell’azione si inserisce una rapina in banca con ostaggi, sparatorie e quant’altro, la tensione generale della vicenda aumenterà. Se però a fare la stessa rapina è un bambino di cinque anni, il tutto diventa come minimo grottesco, ma più probabilmente del tutto inverosimile. Ecco, quella Fiorentina, nel suo cast di personaggi, aveva tutti al posto giusto.

Frey alla Fiorentina | Numerosette Magazine

Come in ogni film d’azione ci sono personaggi tra loro opposti che si completano. Non devono necessariamente apparire lo stesso numero di volte, basta che portino equilibrio. Da un lato ci sono quelli che allo svolgersi della vicenda danno un colpo netto, che segnano un’accelerazione. Tra questi ci sono Christian Vieri, Pablo Osvaldo, Liverani, Santana: tanto estro, tanta fantasia e a volte poca disciplina. Di questa categoria fa parte poi senz’ombra di dubbio Sebastian Frey, per ben sei ani alla Fiorentina. A volte un po’ sovrappeso, coi capelli dai colori cangianti, il francese è il terzo straniero con più presenze nella nostra Serie A, nonché uno dei portieri più forti passati per il nostro campionato negli ultimi 15 anni.

I personaggi di segno opposto, invece, hanno il compito di mantenere l’ordine, il rigore, di restare saldi quando tutto si mette a ballare. Poggiano inevitabilmente sulle due colonne fisiche e caratteriali della squadra, cioè quella sorta di mostro bicefalo dai tratti mitici rappresentato dalla coppia Dainelli-Gamberini. I due, ritrovatisi poi con alterne fortune negli anni passati al Chievo, pongono le basi per quel blocco granitico che attraversa la squadra da dietro, smussato dalle geometrie di Montolivo, portato su ai lati da Jorgensen, e infine completato dal talento di Giampaolo Pazzini.

L’auriga e Prandelli

Nel Fedro Platone, per spiegare la reminiscenza dell’anima, ricorre al mito della biga alata. Immagina questo carro trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero. Il cavallo bianco tira verso su, è l’anima spirituale che punta verso l’Iperuranio, il mondo delle idee; quello nero, invece, trascina in basso e rappresenta l’anima concupiscibile, quella, cioè, spinta dai desideri fisici, della carne. L’auriga deve essere quindi bravo a domarli entrambi, per far sì che il carro prosegua dritto.

Ecco, qui c’è il primo intoppo, l’errore di sistema che ha reso, però, quella Fiorentina ancora più iconica. Nell’estate del 2007 i Viola vendono Luca Toni. Ormai la fama internazionale di quello che in quel momento è il bomber per antonomasia del nostro campionato e del nostro calcio impedisce di trattenerlo. L’offerta del Bayern Monaco è grossa e Maccheroni Pepperoni deve partire. Luca era l’eroe per eccellenza: tanto talento, volto pulito e gran spirito di sacrificio. A occupare il posto vacante di leader tecnico c’è, ora, un personaggio che in tutta la sua carriera era sempre stato un villain, non di certo un cavaliere senza macchia: Adrian Mutu.

Mutu con la Fiorentina | Numerosette Magazine
Adrian Mutu era questo giocatore qui.

La sua atipicità è la sua arma in più, è l’auriga più imprevedibile. Ha tutto tra i suoi piedi, Fiorentina compresa, e sa benissimo come usare i propri mezzi; la responsabilità lo esalta, può fare quello che vuole. Ci ritroviamo così davanti a una stagione di estasi tecnica. È la migliore della sua carriera, con 17 gol in 29 presenze in campionato e 6 in 10 in Coppa Uefa. Le vicissitudini extra-calcistiche avute al Chelsea sono alle spalle, i primi due anni in maglia viola sono la dimostrazione di tutto il potenziale, mai pienamente espresso, del numero dieci rumeno. Prandelli, dalla panchina, può goderselo appieno.

Non è un caso che sia proprio il tecnico di Orzinuovi a riuscire a tirare fuori il meglio da Adrian. Prima di incontrarsi alla Fiorentina i due avevano già lavorato insieme al Parma alla stagione dell’esplosione di Mutu, poi acquistato dal Chelsea. Prandelli conosce perfettamente il valore del suo numero dieci e lo mette al centro del progetto di una squadra di grande qualità in cui ogni cosa sembra funzionare alla perfezione. Quello che poi sarà il tecnico della nazionale sa che ha tra le mani un gruppo di talento, ma che ha poca esperienza internazionale. Lo stesso Montolivo, attorno al quale gira la squadra, ha solo 22 anni. Quella squadra è il suo capolavoro più riuscito. Certo, c’è l’argento all’Europeo del 2012, ma è l’esperienza alla Fiorentina ad aver dato a Prandelli lo status di allenatore di alto livello, sempre in un rapporto orizzontale con i suoi uomini, usando la sua mitezza di fondo per tirarne fuori il meglio.

Prandelli ai tempi della Fiorentina | Numerosette Magazine

Rivendichiamo la nostalgia

È troppo facile innamorarsi di chi vince. L’empatia rivendica la propria originalità. Allo stesso tempo è troppo faticoso dare il proprio cuore a chi perde sempre. Perciò quella Fiorentina è perfetta. In campionato arriva quarta, davanti al Milan campione d’Europa in carica con Kakà, Pirlo, Maldini, Ronaldo e chi più ne ha più ne metta. E questa già è una mezza vittoria. In Coppa Uefa arriva vicina a vincere, ma in una semifinale maledetta viene buttata fuori ai rigori dopo un doppio, sfortunato, 0-0 tra Ibrox e il Franchi. In mezzo, come gocce di colore sui fogli della memoria, la rovesciata di Osvaldo contro il Torino o i tre gol, tra andata e ritorno, di Mutu col PSV ai quarti.

La nostalgia, quando è genuina, è un sentimento nobile. Non c’è faziosità, non c’è comparazione col presente. No, niente di tutto questo, è solo ricordarsi qualcosa in maniera a volte confusa e associarlo a un periodo della propria vita. Tutto è soggettivo, personale, come le figurine che raccoglievamo da bambini e che ci ostiniamo a non scambiarci più, per darci un’aria più seria. Ecco, quella Fiorentina è una figurina, appiccicata su qualche vecchio album che ritroveremo tra vent’anni. E allora, proprio lì, ripenseremo a quante volte ci usciva Ujfaluši.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *