L’ultima stoccata

Ci sono storie sportive che non si conoscono, che si perdono nel tempo, che si tramandano a voce nei racconti di chi ha vissuto quei momenti, quando ancora esistevano solo macchine da scrivere a dare fiato a questi meravigliosi aneddoti. Ma stavolta, con la vicenda di Smirnov, la meraviglia lascerà il posto a qualcosa di grottesco e brutale, che spiega però alla perfezione in che modo e maniera, un semplice episodio, che ha la possibilità dell’1% di accadere, può cambiare completamente la vita di una persona. O porvi fine.

Vladimir Viktorovic Smirnov

Per uno sportivo che si approccia a uno sport, gli atleti olimpici o comunque i vincenti di quella particolare disciplina, sono senza dubbio la benzina e la motivazione che dà forza alle gambe di quei ragazzi per muoversi in direzione parallela a quella dei loro beniamini. Gli occhi di chi guardava il fioretto maschile degli anni ’80 brillavano per Vladimir Smirnov.

A 26 anni, nelle Olimpiadi di Mosca, il nuovo e infinitamente portato fenomeno della scherma russa, vinse tre medaglie, ognuna di un metallo diverso: bronzo nella spada a squadre, argento nel fioretto a squadre e oro nel fioretto individuale. A casa sua, sotto il cielo della madre patria Russia, Smirnov disse al mondo che quel talento dal quale era stato baciato, finalmente era uscito del tutto allo scoperto.

Smirnov oro mondiale | Numerosette Magazine
Smirnov è oro mondiale a Clermont Ferrand

Negli anni precedenti aveva raccontato fiabe a chiunque lo incontrasse sulle pedane, facendo cantare quel fioretto con la stessa leggiadria del miglior cantastorie in circolazione; volteggiava sulla pedana, mischiando alla tecnica infinita che possedeva, un’eleganza che a pochi era concessa. A tutti sembrava un ballerino con un fioretto nascosto in bella vista. In quelle botte, in quegli assalti, su quella pedana, Smirnov era la scherma. E Mosca lo riconobbe tale in quelle meravigliose Olimpiadi del 1980. La Francia fece lo stesso l’anno dopo, nei mondiali a Clermont Ferrand. Oro.

Così arrivò da favorito ai Mondiali di Roma del 1982. Con la testa concentrata verso un solo risultato: la vittoria.

Matthias Behr

Nato negli anni ’50 a Tauberbischofsheim, Matthias Behr non poteva far altro che diventare uno schermidore. La città di Tauber, semplificato per i non tedeschi, da sempre ha un legame insolitamente stretto con la scherma, tanto che da che si ricordi ospita ogni anno una delle gare più importanti di circuito della Coppa del Mondo. Coetaneo di Smirnov, il giovanissimo Behr si affacciò con un risultato straordinario alla sua prima Olimpiade, vincendola insieme alla sua squadra di fioretto della Germania Ovest.

Il gigante dell’Ovest salì sul gradino più alto del podio a Montréal, nel 1976, quando quello che sarà il suo avversario più difficile ancora non aveva preso in mano le redini di quel talento che mostrò a Mosca ’80. E così, per 4 anni, Mathias continuò a veleggiare tra quei nomi vedendo quello di Smirnov salire man mano le classifiche.

Behr, avversario di Smirnov nell'infausto incontro | Numerosette Magazine
Il gigante della Germania Ovest

Quando però hai una tradizione schermistica che ti fa respirare odore di palestra e pedana ogni giorno, è difficile non prendere ogni ora, ogni allenamento come una sfida da affrontare e superare; ed è così che si preparò Mathias, ricordando a se stesso che il talento era nel DNA, che in quel momento serviva il più possibile allenarlo ancora. E ancora. E ancora. Per arrivare a calcare quei gradini che regalano gloria e sorrisi a chi guarda il mondo da lassù.

Roma, 19 luglio 1982

Ciò che condisce questi racconti, non sono le vite di queste persone, prese singolarmente e lette; ciò che rende queste vicende parte integrante della storia di uno sport come la scherma, sono i particolari incroci che si vanno a creare tra due vite straordinarie che si incontrano. E a Roma, nel 1982, Matthias Behr e Vladimir Smirnov si guardarono negli occhi per l’ultima volta.

Erano passati sei anni da quell’oro a squadre di Behr sulle pedane di Montréal; fu l’eterna giovinezza di Roma a dare la carica al tedesco. Smirnov, invece, arrivò tenendo saldo tra le mani il titolo di Campione Olimpico e Mondiale in carica, grande favorito della competizione. Risultato: quando due Campioni hanno un obiettivo comune, qualcosa succederà per forza.

Da un lato l’eleganza e la precisione del Nureyev della scherma; dall’altra la cattiveria agonistica e la prestanza fisica di un gigante di quasi due metri che era cresciuto a pane e fioretto, dato la tradizione della sua famiglia nel mondo dei duelli.

Quando i due si incontrarono, in quell’assalto che non aveva bisogno di spiegazioni, ma solo di essere guardato, nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo. Cinque stoccate da mettere, 4-3 per Behr. Quella concentrazione che era propria di Smirnov, per quei pochi minuti divenne la compagna fedele del tedesco, che l’abbracciò fino in fondo. Fino a quel maledetto 4-3. Behr riuscì a evitare la parata del suo avversario, lo toccò, ma le grida non furono di gioia da parte sua; furono quelle del russo a far cadere il gelo sul palazzetto romano.

Vladimir cadde a terra con un pezzo della lama di Matthias conficcata tra occhio e sopracciglio, prima di continuare il suo tragitto dentro la carne del ragazzo di Rubizne. Behr si fermò, esterrefatto davanti a ciò che lui aveva fatto, inconsciamente, assolutamente in maniera casuale, con una maglia metallica che decretò la fine di un incontro che doveva e gridava sorte migliore.

Smirnov a terra | Numerosette Magazine
Cadesti a terra…con un lamento

Ma le grida furono presto fermate dai medici di gara, che trasportarono d’urgenza il Campione del mondo di fioretto maschile verso un letto d’ospedale dal quale mai più si alzerà.

La scherma pianse

Come nei duelli che si combattevano dei romani di Dumas e de Cervantes, uno dei due cavalieri si è dovuto arrendere alla morte, al fato che tristemente decretò un vincitore, prendendosi il vinto nella maniera più crudele possibile. Una maglia metallica della maschera aveva ceduto, perforandosi e lasciando passare quel minuscolo proiettile d’acciaio lungo la fronte dell’atleta russoDa lì in poi, i materiali schermitrici sarebbero cominciati a cambiare, a migliorare, a essere testati in maniera certosina fino allo stremo, per non far accadere nuovamente un fatto del genere.

Nove giorni dopo, il cuore di Smirnov smise di battere. La scherma perse uno dei suoi figli più cari, il fioretto uno dei suoi talenti più cristallini. E anche Behr perse qualcosa. Non riuscì a ritrovare quella voglia di lottare per raggiungere un titolo, una medaglia; per agguantare un risultato che da sempre aveva in mente di riuscire a scrivere a caratteri cubitali.

E invece agonizzò pensando a ciò che successe, a quell’avvenimento casuale che lo vide protagonista contro ogni volontà, contro quella casualità che non può essere sconfitta in una nessuna maniera possibile da niente e nessuno. Neanche dal tempo, che fece ragionare Behr insieme al suo maestro e che lo convinse a tornare a gareggiare. Con nel cuore il fantasma di Smirnov e nella testa la voglia di esorcizzarlo.

 

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