Sistema Ventura

Stiamo portando avanti un discorso, una partita non può cambiare tutto: dobbiamo pensare a quello che vogliamo diventare.

Le parole di Gian Piero Ventura dopo Spagna-Italia, ai microfoni Rai a proposito del 4-2-4

A mio avviso, però, all’interno di questo discorso ci sono stati degli errori concettuali sul come, in maniera poco flessibile, è stato espresso il 4-2-4 sabato sera, in particolar modo sulla prima costruzione di gioco dove gli spagnoli – e si sapeva – avrebbero rubato velocemente, e in maniera organizzata, il campo, alzandosi a tre o a quattro sulle prime linee di passaggio. Cosa che si è verificata in maniera terrificante: nei primi 15 minuti l’Italia non è riuscita a varcare la metà campo con la manovra, sono stati ammoniti Verratti e Bonucci (i peggiori in campo) e la partita era già mentalmente segnata, e fisicamente in salita con un gol da rimontare. Al Santiago Bernabéu.

Il problema più evidente, infatti, è stato in fase di impostazione, prerogativa della gestione Ventura, per eludere il pressing iniziale degli avversari. Lopetegui, a differenza di del Bosque nell’Europeo 2016, non ha sottovalutato gli azzurri e, anziché sopperire all’assenza di Diego Costa con Morata, ha scelto lo spazio da azzannare sulla prima costruzione che, una volta spezzata, ha permesso agli spagnoli di trovarsi in superiorità numerica nella zona centrale con Asensio, Iniesta, Isco e Silva intorno a De Rossi e Verratti, privi di marcature preventive ai propri fianchi.

L’impostazione bassa

Ventura, a mio avviso, per dettare il gioco dal basso in maniera efficace contro questa Spagna possedeva principalmente 3 opportunità che avrebbero reso il 4-2-4 più fluido (cioè mascherato) e che non ha mai applicato.
Proverò a spiegare i tre modelli (rimandando un approfondimento a delle parti video) che sarebbero potuti diventare tre accorgimenti a gara in corso (sull’1-0 degli spagnoli quando era evidente la difficoltà principale) indicando “chi ne avrebbe giovato” “chi ne avrebbe risentito” e quindi “chi sarebbe dovuto subentrare nel secondo tempo” in base alle tre soluzione proposte, tenendo conto delle convocazioni di Ventura.

 

1. Salida LaVolpiana pura

Alzare subito i terzini sulla linea di centrocampo, abbassare De Rossi in mezzo ai due centrali, stringere Insigne e Candreva all’interno del campo per farli dialogare con Verratti, e permettergli di risalire il terreno di gioco verso il centro o la zona perimetrale. In alternativa, tenere larghi Insigne e Candreva, e portare all’interno del campo Darmian e Spinazzola (o alternare le coppie).

Chi ne avrebbe giovato? Barzagli che avrebbe svolto il terzo di destra senza particolari compiti di impostazione, De Rossi che si esalta nel ruolo di regista basso, Verratti che avrebbe trovato più spazio a sua disposizione per non dare punti di riferimento, e Insigne che avrebbe toccato qualche pallone almeno.
Chi ne avrebbe risentito? Candreva, non più abituato a rientrare all’interno del campo, e Bonucci che si è abituato (giustamente) a essere il primo regista della squadra da posizione centrale.
Chi sarebbe dovuto subentrare nel secondo tempo? Bernardeschi (al posto di Candreva) che, come dimostrato nell’Under21, si esalta nell’abbassarsi centralmente, e quindi risalire fino all’area di rigore; uno tra Astori e Rugani (al posto di Barzagli…Bonucci è irrinunciabile).

 

2. Salida LaVolpiana con variante

Alzare subito i terzini (come prima) ma abbassare Verratti, in questo caso affianco a Bonucci che avrebbe agito nella zona centrale, a lui più congeniale (con Barzagli terzo di destra).

Chi ne avrebbe giovato? Bonucci per i motivi appena espressi, Barzagli per le questioni di sopra, De Rossi che si sarebbe occupato di oscurare il pressing di un giocatore spagnolo, Verratti che avrebbe potuto impostare con più spazio davanti, e Insigne per il suo grado maggiore di coinvolgimento nell’azione.
Chi ne avrebbe risentito? Candreva per quanto scritto nel punto 1.
Chi sarebbe dovuto subentrare nel secondo tempo? Bernardeschi per Candreva (come al punto 1).

 

Glossario

Per salida LaVolpiana si intende il metodo di uscita dal basso (salir in spagnolo significa uscire) proposto dal tecnico argentino Ricardo La Volpe che, tra il 2002 e il 2006, allenò la nazionale messicana, vincendo una Gold Cup nel 2003 e fermandosi agli Ottavi di Finale nel Mondiale 2006 (eliminato dal golaso di Maxi Rodríguez ai tempi supplementari). Nel 2006 in Messico, al Dorados, giocò Josep Guardiola che, dall’incontro con il Maestro, tornò a Barcellona con un’idea innovativa che ora tutti possono ammirare, declinata in più varianti.

La salida LaVolpiana viene applicata soprattutto con un sistema 4-3-3.

Ciò che ho proposto nei primi due esempi, di fatto, prevede un restringimento del campo da parte degli esterni alti (Candreva e Insigne) per sopperire alla chiara superiorità numerica degli spagnoli nella zona centrale che ha creato problemi non tanto sulla loro costruzione, ma sulle marcature preventive totalmente assenti quando l’Italia perdeva il controllo della sfera. E l’ha persa spesso.
Inoltre l’innalzamento dei terzini sulla linea di centrocampo, avrebbe permesso uno scarico più veloce (d’emergenza o per avvantaggiarsi) sugli esterni che avrebbero avuto il solo compito di vincere il duello con i loro rispettivi, contro i quali sarebbero partiti in vantaggio fisico in situazione di gioco aereo.

Qui un’applicazione del 4-3-3 che si interscambia in 4-2-4 una volta superata la metà campo.
A dimostrazione della fluidità con cui ogni sistema, in ogni fase, può essere re-interpretato.

È il Barcellona 2012/2103 di Tito Villanova

 

3. Difesa a tre e mezzo

Alzare Spinazzola e creare un trapezio a centrocampo, con l’atalantino a sinistra, Candreva a destra, De Rossi e Verratti vertici bassi, e Insigne vertici alto; in alternativa Verratti e Insigne vertice alti, con De Rossi vertice basso. A quel punto la difesa si sarebbe disposta a tre con Darmian centro destra, Barzagli centrale, e Bonucci sul centro sinistra.

Chi ne avrebbe giovato? Candreva, De Rossi, Verratti, Spinazzola e Insigne che avrebbero creato una rete di passaggi, in grado di competere contro il pressing spagnolo.
Chi ne avrebbe risentito? Tutti e tre i difensori, schierati in porzioni di campo non usuali per loro.
Chi sarebbe dovuto subentrare nel secondo tempo? Astori (abituato con Sousa a questa dinamica di sviluppo) al posto di Darmian, con lo scivolamento di Barzagli a destra.
Da destra a sinistra, in fase difensiva: Barzagli, Bonucci, Astori, Spinazzola.
Da destra a sinistra, in fase offensiva: Barzagli, Bonucci, Astori.

Non chiedetelo mai a Spalletti

Cosa è successo invece?

I terzini non si sono mai alzati, l’aggressione della Roja è stata famelica e sempre a ridosso dei 16 metri (almeno fino al vantaggio di Isco) con Verratti e De Rossi obbligati a schiacciarsi troppo, spesso giocando di spalle, di certo senza un livello adeguato di coinvolgimento, con risicati spazi di smarcamento, e lasciando spesso l’impostazione iniziale a Barzagli, il meno adatto a svolgere questo compito. I terzini poi, quando chiamati in causa, non si sono dimostrati abili palleggiatori, e Spinazzola (terzino sinistro, ruolo mai realmente svolto) toccava la palla solo con il destro, conducendola pericolosamente verso il centro del campo; mentre Buffon e Bonucci hanno vissuto una serata “no” in entrambe le fasi. Il risultato più evidente del pressing spagnolo è stato l’annullamento di ogni rete di passaggio verso Verratti e De Rossi, e conseguenzialmente Insigne che non ha avuto mai modo di tentare l’1vs1 in maniera pericolosa. I numeri del napoletano sono impietosi: 51 palloni giocati, 35 passaggi, 10 palle perse, 3 recuperate, 1 tiro, 0 occasioni create per i compagni.

L’uscita Ventura

Risulta, tuttavia, palese che non si può impostare l’intero discorso sull’11 iniziale solo in base alla volontà di costruire la manovra, e bisogna tener conto di più fattori. Ma è altrettanto vero che la chiave della partita è stata l’incapacità di reagire qualitativamente e quantitativamente al pressing organizzato degli spagnoli. Gli azzurri hanno sempre cercato l’uscita bassa pur non disponendone le qualità necessarie (necessarie contro questa Spagna) regalando spesso il pallone agli avversari che si trovavano sovente e volentieri in imbarazzante superiorità numerica in mezzo al campo, apportando semplicemente una risalita del terreno di gioco, in fase passiva, organizzata e aggressiva.

Ed è altrettanto palese che l’uscita bassa che vuole Ventura non preveda nessuna delle tre opzioni indicate, bensì quella che sul campo del Bernabéu non è mai avvenuta: un’uscita dal portiere che coinvolga i 4 difensori immediatamente, possibilmente i centrali, e che sappia velocemente e con qualità innescare l’uomo libero in mezzo al campo (Verratti o De Rossi) con la possibilità di rigirare su Buffon quando il gioco non funziona, e ricominciare mantenendo la squadra ampia con gli esterni offensivi per isolarli nell’1vs1, e verticale sull’asse De Rossi/Verratti-Belotti/Immobile.

Ma è altrettanto vero che, guardando le convocazioni, la scelta di Barzagli titolare non è compatibile con il tipo di gioco che si voleva proporre: certo ha influito l’infortunio last minute di Chiellini, ma in panchina si sono seduti giocatori con più attitudine al palleggio come Astori (troppo spesso sottovalutato in questa dinamica) e Rugani che alla Juventus ha scavalcato lo stesso Barzagli.

Non risulta compatibile neanche la scelta di Spinazzola, mai realmente impiegato in carriera come terzino basso (una quindicina di partite a Perugia, in Serie B, nel 2015/2016) ma prettamente come esterno sinistro in un sistema a 5 (fine a tre stagioni fa ha giocato sempre alto).
Nella testa abbiamo l’evoluzione tattica di Zambrotta, e il percorso dell’atalantino non sembra poi così dissimile dall’ex campione del mondo, ma guardando sempre i convocati, D’Ambrosio (che Ventura conosce bene) ad esempio sembrava più adatto in questo momento della stagione.

E qui (sul momento della stagione) voglio aprire una parentesi su Spinazzola. Viene da un’estate che lo ha visto tra i protagonisti indiscussi degli ammutinamenti, non presentandosi a Zingonia qualche volta di troppo. Non ha disputato un minuto in stagione, e non si è comportato benissimo con la squadra di club che lo ha valorizzato.
Convocarlo è stato già eccessivo, schierarlo titolare mi è sembrato inopportuno.
Insomma, Spinazzola non è Roberto Carlos. E non ha ancora dimostrato di essere potenzialmente al livello di Gianluca Zambrotta.
Era veramente indispensabile averlo a questo giro?

Qui un’applicazione del 4-2-4 ai tempi di Bari, che rappresenta la massima espressione del Sistema Ventura a livello di Serie A.

La partita termina 2-2 contro l’Inter del Triplete. In quel Bari riusciva tutto alla perfezione (10° posto finale) ma quell’Inter al ritorno scelse di non aggredire mai la prima costruzione, memore dell’andata che terminò 1-1 a San Siro in cui il pressing non organizzato veniva facilmente eluso con lo scarico su Gillet e poi sui centrali di centrocampo.
Quanto sembra immenso il campo del San Nicola rispetto a quello del Bernabéu di sabato sera? Eppure le dimensioni dicono 105×68 (Bari) 107×72 (Madrid).

 

A Torino, Ventura ha reclinato presto su un 3-5-2 con cui ha iniziato questo biennio azzurro, proseguendo il lavoro di Antonio Conte che, a inizio carriera ha applicato sistematicamente il 4-2-4, prima di virare sul 3-5-2 con cui ha vinto il primo scudetto juventino, e dal quale non è più tornato indietro imprimendo una lezione agli spagnoli nell’ultimo Europeo, e imponendosi in Inghilterra con un sistema declinato a un 3-4-3 più fluido.

3-5-2 che Ventura ha usato nella partita d’andata pareggiata 1-1 in extremis, con il rigore di De Rossi, e in cui siamo riusciti a resistere difensivamente, seppur subendo la partita degli spagnoli che ci avevano sovrastato nei tiri (6-12) nei corner (2-13) nel possesso (37%-63%) nei passaggi riusciti (299-548).

La partita

Non c’è stata storia. Due ammonizioni e un gol in 13 minuti hanno spezzato mentalmente l’incontro dal principio. L’Italia ha resistito all’urto (il fatto più positivo della serata) e non è sobbarcata immediatamente in un clima quasi apocalittico, fomentato da capitan Ramos. Ha resistito purtroppo solo per mezzora, impensierendo seriamente De Gea in una sola circostanza con Belotti, prima di subire il gol che ha chiuso la partita sul finale di primo tempo dove Isco ha approfittato di un’evidente superiorità numerica.
I cambi nel secondo tempo, poi, sono arrivati tardivi e non sono stati assolutamente propedeutici a cambiare l’assetto della squadra, anche se sarebbe stato impossibile a quel punto.

La Spagna si è dimostrata limpidamente più forte. Lopetegui nel giro di un anno ha ridefinito l’identità iberica ibridizzandola ancor di più, qualora fosse possibile, con pochi innesti (dal primo minuto) della nuova generazione, ma di una classe eccezionale come Asensio e un Isco galáctico, autore di una doppietta.
I due madrileni all’andata non c’erano, e la differenza sostanziale è stato l’innesto di Isco al posto di Diego Costa. Il giocatore del Real ha interpretato il ruolo, ovviamente, in maniera totalmente differente all’interno di un match che statisticamente recita, paradossalmente, lo stesso e identico possesso palla con un numero di passaggi riusciti superiore al 90% per entrambe le squadre (578-462 a favore degli spagnoli).

Cosa è pesato, quindi, a differenza della gara d’andata? La mancanza di alternative nello sviluppo della manovra, e conseguenzialmente la qualità dei palloni persi (29, nell’andata 31) spesso nei primi 35 metri e senza una sostanziale copertura degli spazi focali, ricoperti principalmente da Asensio, Iniesta, Isco e Silva, che a turno si sono ruotati nella posizione di avanzato, creando la superiorità numerica ai danni di Verratti e De Rossi.

Capitolo Isco

Il centrocampista è entrato nella mappa del Calcio grazie all’ultima Finale di Champions League (Real Madrid 4-1 Juventus) suggellando con la propria prestazione illeggibile tra le linee una stagione (2016/2017) in cui ha cambiato il volto del Real. E parte dei meriti vanno a Zidane nell’avergli cucito una squadra intorno.

Il talento è indiscusso.

Ora, però, bisogna uscire da un dolce bivio: si tratta di un talento che vive un periodo ispiratissimo o ci troviamo di fronte a un giocatore veramente differente?
No, perché ciò che abbiamo visto sabato sera significa solo una cosa.

Isco = Spagna

Il Bernabéu lo ha più volte acclamato come si fa con i grandissimi, prima di dedicargli una ovación a ridosso del 90′ quando ha lasciato il campo a David Villa che, molto probabilmente, si è regalato gli ultimi istanti (felici) con la Roja dopo che l’aveva tristemente lasciata nel disastroso Mondiale del 2014: l’ultima partita del massimo cannoniere delle Furie Rosse risaliva al 23/06/2014. Spagna 3-0 Australia, dopo le sconfitte contro Olanda e Cile. Villa segnò un gol nella sua unica apparizione, prima di uscire al 57′.

Verso Russia 2018

Mondiale al quale gli spagnoli si ripresenteranno dalla porta principale (a meno di clamorosi eventi) con un biglietto da visita che pareva non poter essere riproposto nell’immediato, a fronte dei risultati ottenuti nelle ultime due manifestazioni internazionali: il biglietto da visita dei favoriti, biglietto che al momento può presentare una sola altra squadra al mondo, ovvero il Brasile. Che da quel Mondiale in casa uscì con le ossa rotta e il morale a terra, salvato solo dalla vittoria finale tedesca sull’Argentina.
Storie che si incrociano, e che sembravano non potessero farlo nel breve periodo.

Storie che raccontano di un talento calcistico sconfinato, come testimonia anche il 3-0 rifilato dall’Under21 spagnola ai nostri azzurrini nell’amichevole che ha sancito l’inizio del secondo ciclo Di Biagio, e che ci condurrà a disputare l’Europeo di categoria in casa nel 2019.

Risultati che mostrano come la nostra crescita (che c’è) sia ancora destinata a rincorrere il movimento spagnolo. Rincorsa che effettueremo per accedere al Mondiale in Russia, passando (a meno di altrettanto clamorosi eventi) dai PlayOff di novembre.

Sarebbe ingiusto abbandonare il 4-2-4 sul quale Ventura ha costruito ¾ della sua carriera e sul quale sta costruendo il futuro di questa Nazionale con l’obiettivo dichiarato di vincere gli Europei del 2020, e ammiro sinceramente chi crede fermamente nelle proprie idee, anche se non bisogna eccedere nella presunzione, e forse sabato sera ce n’è stata nel non modificare a gara in corso un sistema senza gli uomini adatti e le condizioni di campo necessarie.

Chi servirà

Per il gioco che vuole esprimere Ventura, infatti, è evidente che manca qualità in 3/5 della difesa considerando anche Buffon come parte attiva del gioco.
A destra è tornato disponibile Florenzi e per novembre sarà pronto; al centro Romagnoli, che cimenterà la sua intesa con Bonucci, a mio avviso sarà indispensabile per garantire qualità in entrambi le fasi; e a sinistra siamo orfani di un terzino mancino puro di caratura internazionale dai tempi di Maldini: al momento il più adatto mi sembra comunque Darmian nel rapporto fase difensiva/offensiva. In quel ruolo, poi, rimane da valutare l’effettiva crescita di Emerson Palmieri che si è interrotta proprio quando era stato convocato in Nazionale, ma per novembre non sarà ancora disponibile. Anche se nessuno mi toglie dalla testa che il miglior terzino sinistro italiano mancino non lo convochiamo da tre anni (Spagna 1-0 Italia, 5 marzo 2014 al Bernabéu, guarda il caso) e la Russia la conosce abbastanza bene.

Cosa servirà

Il Sistema Ventura, in definitiva, per funzionare al 100% contro nazionali più attrezzate di noi (ad esempio Spagna, Germania, Francia, per rimanere in Europa) dovrà necessariamente dotarsi di più qualità da parte dei difensori, che sono i primi deputati a rendere offensiva, cioè pericolosa, l’azione italiana.
A Gian Piero Ventura il compito di credere in sé stesso fino alla fine, ma senza peccare in presunzione d’inflessibilità.

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