Sharpshooters: armi in NBA

Lo sport è uno specchio della società. Problemi e dinamiche sociali vengono semplicemente messi sotto i riflettori. Se, come nel nostro caso, si parla di NBA, i suddetti riflettori sono anche belli grossi e puntati dritti in faccia ai protagonisti.

È dalla sua costituzione, intesa sia come nascita che come legge fondamentale, che l’America fa i conti con la questione delle armi, il cui possesso è legittimato dal Secondo Emendamento della carta fondativa. Non serve citare i numerosi episodi di cronaca nera per rendersi conto di quanto la questione negli USA sia scottante, tanto da diventare uno dei principali argomenti di dibattito intorno all’attuale presidenza.

Ma allora, dando un’occhiata alla seconda lega sportiva d’America, qual è la situazione delle armi in NBA?

Carmelo Anthony, uno dei personaggi più esposti in NBA sulla questione armi | numerosette.eu

Sfatiamo falsi miti

Seguendo una visione abbastanza semplicistica spesso trainata dai media, molti sarebbero portati a collegare il possesso di armi da parte dei giocatori NBA alla percentuale di atleti, soprattutto neri, provenienti da contesti difficili. Le storie di ragazzi che vengono dal ghetto e che ce la fanno nello sport che conta suscitano sempre grande scalpore, ma non dobbiamo pensare siano la norma.

“You can take your boy out the hood but you can’t take the hood out the homie”.

Vero, ma non è questo il nostro caso. Anzi, una ricerca del 2014 ha notato come la percentuale di atleti neri in NBA cresciuti in povertà sia più bassa rispetto alla percentuale generale di afroamericani che vivono al di sotto della poverty line. Insomma, se stai bene economicamente hai più possibilità di arrivare in NBA.

Se guardiamo ancora una volta le statistiche – che nel cuore degli Americani sono subito dietro il burro d’arachidi – notiamo un altro aspetto interessante. Infatti, addirittura un bianco su tre possiede armi, mentre i numeri scendono a uno su cinque se si prendono in esame gli afroamericani. Tenendo conto che quest’ultimi in NBA sono circa l’85% si capisce come il contesto di provenienza c’entri ben poco. Quello delle armi è un problema di tutta l’America e come tale si riflette nello sport.

American Gangster

La questione delle armi nel basket entrò con prepotenza nei salotti e talk show americani durante le vacanze di Natale del 2009. Lo fece passando per uno dei luoghi più imperscrutabili e allo stesso tempo feroci del mondo: lo spogliatoio di una squadra NBA. È come se l’antro della Sibilla cumana e il South Bronx venissero racchiusi in pochi metri quadrati carichi di testosterone: l’esplosione è prevedibile.

All’esplosione – anzi allo scoppio – non si arrivò per pochissimo nel locker room dei Washington Wizards, la franchigia che – ironia, tanta, della sorte – nel ’97 abbandonò il nome Bullets proprio per il problema della violenza armata in città. Gilbert Arenas e Javaris Crittenton, durante una lite, stanchi delle armi della retorica decidono di sfoderare quelle caricate a piombo. Gelo.
Arenas, riguardo le tre pistole ritrovate poi nel suo armadietto, scherzerà dicendo che gli servivano per rapinare banche nel week-end. L’NBA, però, si inizia a interrogare seriamente sulla questione. E intanto Agent zero si becca 50 partite di squalifica.

Per tornare ai nostri amati numeri, Roger Renrick, ex poliziotto e addetto alla sicurezza di molti atleti, già anni prima aveva detto che almeno il 60% dei giocatori possedeva armi da fuoco. Dopo l’incidente di Arenas, però, una voce dall’interno, quella di Devin Harris (allora ai Nets), alza la stima portando al 75% i giocatori che, per ragioni di sicurezza personale, avevano almeno una pistola.

L’ultimo caso eclatante è quello di Sebastian Telfair, ai Thunder prima dell’esperienza in Cina, che viene arrestato in estate dopo essere stato fermato con un arsenale nella macchina. Tra i vari giocattoli anche qualche fucile automatico. La scusa della sicurezza personale non regge.

I cugini del football

Se la situazione in NBA è quella appena descritta, non se la passano affatto meglio i colleghi della NFL, la prima lega sportiva americana. Nel football la percentuale di giocatori proprietari di armi da fuoco sale vertiginosamente al 90%. Le cifre sono ancora più drammatiche perché vanno connesse in qualche modo ai numerosi casi di ex atleti suicidatisi sparandosi. Il fenomeno rischia di essere preso sottogamba se non si considera che molti di questi arrivano a un gesto così estremo esasperati dalla CTE, l’encefalopatia traumatica cronica. Questa malattia, comune anche nel pugilato, deriva appunto dai danni causati da numerosi traumi ed è quindi inevitabilmente molto frequente in certi sport, compreso il football.

Vento di cambiamento

Qualcosa, forse, sta cambiando. È vero – l’abbiamo detto – lo sport è uno specchio di ciò che succede nella società.  Come ogni forma di spettacolo pubblico – entertainment, come dicono di là – riesce però a parlare da una posizione privilegiata. Le cose che dice sono le stesse dei normali cittadini, ma ci sono decine di microfoni pronti a registrarle e diffonderle. Per una volta le idee degli atleti possono essere più veloci delle loro gambe.

Così, se tutta l’America anti-Trump ha preso in mano con ancora più forza la lotta alle armi, l’NBA – che si è sempre schierata, a livello di giocatori e tecnici, in maniera massiccia contro l’attuale presidente – non si è certo tirata indietro. Le ultime tragiche vicende di cronaca hanno dato una spinta ancora più energica in questo senso. Dopo la sparatoria in Florida Donovan Mitchell, rookie degli Utah Jazz e fresco vincitore dello Slam Dunk Contest, ha esibito delle scarpe con una scritta abbastanza eloquente.

Le scarpe indossate da Donovan Mitchell, rookie NBA | numerosette.eu

Se possibile è stato ancora più esplicito Steve Kerr. L’allenatore campione NBA in carica ha una storia particolare: il padre, un diplomatico, fu ucciso in Libano quando lui aveva solo 19 anni. Il coach di Golden State non si è risparmiato e ha attaccato l’amministrazione Trump con parole dure.

“Non è stato fatto nulla; sembra che non importi al nostro governo che bambini vengano ammazzati giorno dopo giorno nelle scuole”.

Kerr, che ha il tremendo vizio di essere sempre onesto intellettualmente e mai banale, ha rincarato la dose. Lo ha fatto dicendo di non votare gente sostenuta dalla NRA, l’associazione che tutela i possessori di armi e che ha appoggiato economicamente in maniera massiccia la campagna di Trump. L’NBA, con uno dei suoi volti più carismatici e rappresentativi, ha preso posizione.

Niente overtime

Il treno della consapevolezza è lento e pesante. Deve portare su tutti i cittadini e non solo i pochi che mettono carbone nella locomotiva. Se è ben guidato, però, alla fine arriva a destinazione. L’NBA, come il resto d’America, sembra iniziare ad accorgersi dell’insostenibilità di questa situazione: va messo un freno alla violenza delle armi. La partita, però, deve finire ora. Niente overtime.

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