Sette Momenti: Mondiali 2018

La ventunesima edizione dei Mondiali di calcio cala il sipario al grido di Allez les bleus! Con la Francia Campione de mondo per la seconda volta nella storia vent’anni dopo il trionfo casalingo.

Mondiali senza una storica protagonista come l’Italia, senza il gioioso calcio olandese, con le grandi nazionali un po’ meno grandi, e le piccole squadre alla ribalta. Mondiali che segnano nuove generazioni di campioni futuribili, o nuove selezioni destinate ad essere il nuovo che avanza, come il Belgio e la Croazia, le due realtà più interessanti di Russia 2018.

Il primo Mondiale con il Var ed il primo intervento Var in una finale, decisivo per le sorti dell’incontro. Il rigore di Griezmann, la mano di Perisic, due attimi per due momenti storici, già in archivio. Il primo di Panama e il primo davvero incerto: la solita Argentina, l’insolita Germania, la Spagna che chiude definitivamente l’era del tiki-taka. I Mondiali di Mbappé, diciannove anni e il futuro del calcio ai suoi piedi, aggrappato alle sue falcate indomabili. Non solo, la prima edizione dei Mondiali in Russia, terra maestosa e talvolta ostile, terra dai grandi spazi, dove le lunghe distanze lasciano scorrere il tempo più lentamente per osservare e per fermarsi a pensare. E perchè no, a prendersi qualche minuto per leggere questo pezzo, ed i suoi 7 momenti iconici che secondo noi hanno caratterizzato questi Mondiali.

1. La Russia, La Fifa, l’Arabia

a cura di Angelo Mattinò

La Russia ha aperto le porte di casa allo stadio Luzhniki di Mosca lo scorso 14 giugno. I Mondiali 2018 sono cominciati con un’immagine tanto solenne quanto naif. La presenza in tribuna di Gianni Infantino tra due fuochi ardenti: il principe d’Arabia Mohammad Bin Salman e Vladimir Putin, due capi di stato tra i più potenti e influenti al mondo che per 90 minuti hanno parlato del Var facendo finta che il mondo sia tutto sotto controllo, nel segno dell’amore fra i popoli.

La faccia di Putin ad ogni gol della Russia è un atto di superbia malcelata, la sua nazionale le ha cantate di brutto agli arabi: 5 gol a zero, senza storia, senza politica. Solo calcio. Tutto il mondo si è accorto della nazionale ospitante, nonostante un avversario non irresistibile. La prestazione degli uomini di Čerčesov incuriosisce non poco, e nelle prime due partite segneranno ben 8 reti. La squadra è soprendente per la sua tenuta fisica, ha un’intera nazione che ha voglia di calcio e mostra un paio di gioiellini che in pochi avevano annoverato tra i talenti del Mondiale. Su tutti Alexsandr Golovin e Denis Čeryšev, quest’ultimo arriverà secondo nella classifica marcatori con 4 gol, aprendo le danze con un gol capolavoro a giro infierendo sulla malcapitata Arabia.

Il settantesimo posto nel ranking ha tradito gli esperti, la Russia è squadra vera e lo è stata, fino ai calci di rigore contro la Croazia ai quarti di finale, in un Mondiale senza padroni, se non quelli di casa. Ospitali nel pre-partita, spietati al fischio d’inizio del 14 giugno. Il Mondiale ha già il primo underdog, sarà un leitmotiv costante, e Akinfeev sarà un discreto portiere per circa un mese. C’erano tutti i segnali per una kermesse alquanto singolare, un ringraziamento speciale ad Infantino, che porta la pace nel mondo.

Mondiali 2018 Russia-Arabia Saudita | Numerosette Magazine
“Chi diavolo è questo qui?”

2. Il crepuscolo degli idoli

a cura di Corrado Tesauro

Non si può fare diversamente, è il nostro cervello che tende naturalmente a semplificare. Se c’è un sistema complesso di cause e conseguenze la nostra mente attua un’automatica reductio ad unum che riassume tutto il problema in una sola immagine. Inevitabilmente il dipinto perfetto della seconda giornata della fase ai gironi dei mondiali in Russia ha le sembianze e il volto basso di Leo Messi, duramente sconfitto con la sua Argentina dalla Croazia. L’immagine più significativa, però, ha un che di mistico e ha a che fare in qualche modo con la chiaroveggenza: Leo, che sa benissimo di essere inquadrato, durante l’inno nazionale prima della partita si tiene nervosamente la mano davanti alla faccia, come se presagisse già un epilogo nefasto per quella partita. L’interpretazione può essere duplice. C’è chi ha visto questo gesto come un segnale di umanità, una dimostrazione di difficoltà e fragilità anche da parte di chi ha sempre dato l’impressione di essere un marziano. D’altra parte, però, potrebbe essere la conferma del fatto che Leo Messi non c’entri assolutamente nulla con noialtri, tanto da riuscire a capire in anticipo come si evolverà la partita.

L'immagine più iconica dei mondiali di Leo Messi e dell'Argentina | Numerosette Magazine

La realtà, forse, è meno romanzesca di quanto immaginiamo e questa foto è semplicemente l’istantanea che ritrae un uomo che ha una comprensione del gioco tale da capire quanto i problemi della Selección fossero troppo grandi per battere quella Croazia, esplosi proprio dopo quella partita in una clamorosa autogestione. Una cosa è certa, è l’unica che viene fuori da questo scatto. Leo Messi, con l’Argentina, è un uomo solo. Cerca una spinta necessaria per battere un avversario più tosto e non si appella ai compagni per trovarla, ma si chiude dentro di sé. Non è il prototipo del lider sudamericano, fatto di gesti eloquenti e carica emotiva. È solo il più grande talento degli ultimi 30 anni. È solo un genio.

3. Fine ciclo

a cura di Federico Sessolo

Non è difficile fare una psicanalisi della Germania nella spedizione in Russia. Abbiamo avuto davanti agli occhi un evidente caso di fine ciclo, come capitò all’Italia nel 2010, alla Spagna nel 2014 e all’Olanda nel 2016. Niente di nuovo ai Mondiali.

Alcune scelte di Low sono state criticate pesantemente, come la decisione di far giocare un convalescente Neuer (che non vedeva il campo da mesi) al posto del titolare al Barcellona, Ter Stegen; molto spesso, poi, i calciatori ci hanno messo del loro, con Kroos che è sembrato sfinito dopo la lunga battaglia per la Champions e Khedira a corto di fiato dopo un anno strepitoso con la Juventus. Ma ci sono stati anche limiti caratteriali: Ozil, come suo solito, si è eclissato e i tanti giovani buttati in mezzo alla mischia non hanno saputo fare la differenza. Werner su tutti ha dimostrato di non saper giocare in orizzontale, diventando superfluo davanti alla squadra avversaria trincerata in difesa.

La Germania è andata subito in difficoltà col Messico, che l’ha spaccata in due alzando il ritmo nei contropiedi. Passi la prima partita, si è detto; i tedeschi si rifaranno. Ma anche rivedendo il 2-1 con la Svezia, ci si rende conto di quanto fiacca e sfortunata sia stata la selezione teutonica.

La vera Caporetto – termine che da loro significa vittoria schiacciante – è però arrivata al terzo match, quando la Germania poteva ancora qualificarsi in caso di vittoria contro una Corea del Sud a zero punti. Sarà che i coreani quando sentono odore d’impresa fanno la partita della vita; sarà che se una cosa va storta, di solito si tira dietro tutto il resto. Il 2-0 della Corea è il simbolo del fine ciclo tedesco: Neuer che rimane inspiegabilmente a fare in centrocampista centrale, perde palla, e regala un gol umiliante a Son.

In un mondiale contrassegnato dalla caduta degli dei, il tonfo tedesco è sicuramente quello che ha fatto più rumore. E diciamocelo, a noi non è poi dispiaciuto così tanto.

Germania Corea Sud Mondiali 2018 | Numerosette Magazine

4. Umano troppo umano

Un paragrafo per spiriti liberi

a cura di Paul De Angelis

Per spiriti liberi, appunto. Liberate la mente e focalizzatevi sull’ottavo di finale più tragicomico di questo Mondiale; il Belgio ha assaporato l’eliminazione per pochi attimi. Esattamente per quattro minuti, talmente freudiani da mandare in psicoanalisi tutto l’organico belga; perché uscire dai Mondiali così?

Ma in quel momento serviva la testa. Quella di Vertonghen, un po’ fortuita, di Fellaini, un po’ capelluta, e di De Bruyne, tatticamente diabolica; il tuttocampista del City propizia in ripartenza il definitivo 3-2 di Chadli scatenando l’esultanza generale. Da Haraguchi ad Harakiri, ci vuol poco.

Lo so, è brutta, purtroppo sono umano. Ed è umana anche la reazione sottostante di Lukaku, sbarcato in Russia con un portentoso bagaglio di 27 gol e 9 assist in 51 partite stagionali; nessun gol nelle fasi finali, ma un contributo giroudiano in questo terzo posto del Belgio. Gli basta comunque un urlo liberatorio, all’1-2 di Vertonghen, per scacciare tutta la tensione accumulata in un match tesissimo e ottimamente condotto dai nipponici.

Un momento chiave del match, un turning point che avrebbe stappato le insicurezze degli uomini di Martinez; da quell’istante, casuale, s’incanterono una serie di avanzate offensive culminate con il momento più iconico del Mondiale dei Red Devils; già, perché la stoccata di Chadli rimette in vigore la legge del più forte precedentemente abrogata dal Giappone, segnando così il definitivo trionfo dell’umanesimo belga, l’abbandono di quella divinizzazione tecnica che poteva costare caro ad un miscuglio eccentrico di qualità.

Belgio Giappone Mondiali 2018 | Numerosette Magazine

L’urlo di Lukaku che esulta come se il gol fosse davvero suo è forse l’immagine più umana e rappresentativa umorale dell’intero popolo belga.

5. La Mano di Thibaut

a cura di Alessandro Triolo

Tutto in un attimo. Erano i quarti di finale dei Mondiali fra Brasile e Belgio. La nazionale di Martinez conduceva per 2 a 1, ma si tremava. Di fronte hai la favorita, ma la stai per eliminare. I tentativi di porre argine all’avanzata inesorabile degli undici brasiliani, le cui gambe, adesso, sono mosse dal cuore dei tanti, talvolta giungono al punto di farti vacillare. È il loro momento, si dice, specie dopo la batosta ricevuta in casa quattro anni prima dai tedeschi. I primi 45 minuti di gara hanno causato una voragine nell’animo verdeoro, che ancora una volta insegue, beffati prima da un autorete, poi dalla sponda di un bestione di 1,91m per 94kg, fino al tiro dell’arciere elegante. Il timore di perdere così il quarto Mondiale di fila, loro che ne hanno vinti più di tutti, sembra essere degenerata in una vera e propria faglia, da cui si irradia una prima preoccupante scossa a circa venti minuti dal termine, anche si avvertiva, comunque, quell’insano presentimento che per osare bisogna anche soffrire, vuoi perché ti tremano le gambe, vuoi perché non si sa mai, i brasiliani restano comunque i più forti. Ci si aggrappa così alla coscienza di un progetto che deve essere glorificato e che passa dal lavoro svolto con minuzia negli ultimi anni.

La generazione d’oro del calcio belga: quale dono, casuale o preventivato, ha coltivato il tempo a una nazionale mai in grado di conoscere pari o maggiori glorie delle grandi, vicine europee? Il tempo, intanto, che giungeva al suo termine in quei quasi 95 minuti di sudore, spinte e corse sfrenate. Prevaleva così l’idea che, adesso, era giunto il momento di aggrapparsi anche all’estrema sorte, che nel gioco del calcio assume le sembianze dell’unico fra gli undici su cui, sopra la sua testa, svetta un palo bianco di circa 7m. Nega più volte ai verdeoro la speranza di un arrivederci ai supplementari, finché tutto non sembra giunto a predestinazione: 94’ minuto, palla sui piedi del fuoriclasse brasiliano che tutti aspettavano, che disegna col destro una traiettoria alta, rapida, precisa, i brasiliani quindi si alzano, i belgi allora chiudono gli occhi, ma Courtois la para. Termina 2 a 1 per la nazionale vestita di rosso, mentre si dice che ancora, a dieci giorni di distanza da quella gara, il Brasile sogna come un perenne fermo-immagine la parata del portiere belga.

Parata Cortouis Mondiali 2018 | Numerosette Magazine

6. Istantanea

a cura di Angelo Mattinò

La Croazia alla prima finale Mondiale della storia. Mario Manduzkic, 4 milioni di abitanti e un fotografo di El Salvador. La storia del calcio croato è racchiusa in queste precedenti parole. Mai avrebbe pensato Yuri Cortez, una vita borderline da fotografo di luoghi di frontiera, che il suo ingaggio da fotografo dei Mondiali 2018 risultasse più pericoloso di uno scatto ad Aleppo o di un nascondiglio a Gaza. Eppure, la gioia e l’adrenalina croata lo hanno investito, letteralmente.

La Croazia passa in rimonta ai supplementari e Yuri Cortez è a terra, travolto da una decina di energumeni in balia dell’entusiasmo, incontrollabile, meritato. E lui cosa fa? Continua a scattare, ci è abituato. Sotto le bombe, la polvere, con i mitra puntati, con donne che piangono e bambini che soffrono. Sotto Mario Mandzukic, lui continua a scattare.

Mario Mandzukic Croazia in finale | Numerosette Magazine

7. Astri nascenti

a cura di Alessandro Ranieri

La partita tra les Bleus e dei Vatreni ha messo di fronte l’individualismo senza rivali dei primi, ma un gioco ancora da inquadrare bene, mentre la nazionale a scacchi biancorossi si è concentrata nel far funzionare le qualità dei singoli più in evidenza, ad esempio Perisic e Modric, in un sistema tattico solido e ben manovrato. L’animo guerriero dei croati ha fatto innamorare tutto il mondo e sperare in una vittoria loro che avrebbe avuto del fiabesco, ma soprattutto concentrare tutte le malelingue contro i galletti francesi. Non c’è un motivo predominante su quest’ultimo, ma vedere Davide battere Golia è sempre bello e avrebbe concluso i Mondiali con un dolce lieto fine.

Per riassumere la gara basta fare un nome: Kylian Mbappè. Il gioiellino del PSG è l’emblema della rinascita calcistica francese che non ha paura di prendersi il centro della scena, nonostante gli appeni 19 anni. Quel 10 sulle spalle sarebbe un grande peso per molti, mentre per Kylian è continuo stimolo a fare sempre meglio. Il suo talento immenso ha straripato continuamente sulle fasce croate, incapaci di tenere testa alla sua velocità supersonica. Il goal del 4-1 ha messo la firma definitiva sul titolo mondiale e sul Premio per il Miglior Giovane dei Mondiali: palla ricevuta da Hernandez al limite dell’area, posizione del busto che presuppone un tiro a giro sul secondo palo, invece, chiude con un tiro radente l’erba sul palo opposto. In tanti lo paragonano a Henry per talento e un carisma silenzioso in grado di influenzare tutti i suoi compagni senza molte parole. La vittoria dei ragazzi di Deschamps ha alzato un tema sociale, riguardo alla grande presenza di giocatori originari del continente africano come lo stesso Mbappè. Pogba ha dedicato questo successo ai suoi genitori emigrati con sempre un pezzo d’Africa nel cuore e dimostrare di non essere solo schiavi delle ricchezze occidentali. Una nuova era è pronta a prendere il via. Nel segno di un nuovo astro nascente.

Kylian Mbappè Mondiali 2018 | Numerosette Magazine

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