Stadio Dall’Ara, post-partita di Bologna-Inter. Un ragazzo di venticinque anni si presenta davanti al microfono di Sky: è stato eletto miglior giocatore della partita dai telespettatori di tutta Italia. Guardatelo: gli trema la mano destra quando inforca l’auricolare nell’orecchio destro. Il giornalista gli fa le solite domande di rito; lui sta con la testa bassa, pare non abbia quasi il coraggio di reggere lo sguardo.
Arriva il suo momento. Il ragazzo parla con voce pacata, ragiona, non dice le solite quattro frasi da post-partita. Ci fa un’impressione diversa: è maturo. Parla con cognizione di causa. Forse ha finalmente fatto pace con se stesso, e può guardare alla sua carriera con maggiore serenità.
Il giornalista domanda:
“Hai venticinque anni. Ti puoi ancora definire giovane? O questo è il momento per cercare di raccogliere?…”
Lui sta sulle spine, non è a suo agio. Per un istante lo sguardo si perde. La risposta arriverà. In quel breve frangente, però, il ragazzo si è guardato dentro, ci ha visto tanta fatica.

Le maschere di Verdi
In un istante si può rivivere una carriera intera. E a noi piace pensare che Simone Verdi, durante l’intervista di martedì sera, lo abbia fatto più volte. Ha tirato le somme, ha rivisto le maschere che ha indossato nel corso di una carriera tormentata. Perché l’exploit di ieri sera non è un caso, si tratta semplicemente del risultato di tanti anni, di tanti momenti chiave. Noi ne abbiamo raccolti sette, uno dopo l’altro. Per capire che giocatore sia Simone Verdi, bisogna scrutare il suo passato tortuoso.
Si gioca in undici
Eccolo, dunque, il primo ricordo. Simone Verdi si rivede ragazzino, nel settore giovanile del Milan. Era un sogno, poter indossare la maglia dei propri idoli. Quando poi metteva la 7, sì, il numero di Sheva, del Pallone d’Oro, quasi non riusciva a crederci. Quante volte aveva indossato la maglia rossonera nella speranza di arrivare in prima squadra. Come lui, tanti altri ci avrebbero provato.
La sua sembra una carriera da predestinato: fa gol incredibili, salta sempre l’uomo, sa cosa fare in un campo da calcio. Un talento naturale, però, da solo non basta. Ed è nelle giovanili che Verdi lo impara: “Si gioca in undici, Simone” gli ripetono i suoi allenatori. Lui, col tempo, assimila il concetto. E a giudicare dalle partite che oggi dispensa a Bologna, probabilmente ha capito.

Avere le ali Verdi
Metti che, dopo anni di allenamenti e sacrifici, arrivi in primavera del Milan. Metti che, a diciassette anni, Carlo Ancelotti ti chiama in ritiro con la squadra maggiore. Metti che, quando forse neppure tu te l’aspettavi, il mister ti conferma e comincia a portarti in panchina. Cominci a sederti accanto a gente di fama mondiale: Ronaldinho, Pirlo, Ambrosini. Ti sembrano finti. Per un po’ cominci a credere di non avere la stoffa per stare con loro. Ma poi ci fai l’abitudine, e cominci a considerarti un predestinato.
Arriva quindi il secondo momento. Aereo di linea Madrid-Milano Malpensa. Un brasiliano dai dentoni sporgenti ti chiede, in italiano, di sederti accanto a lui. Si chiama Ronaldinho, e ti dà dei consigli che non dimenticherai mai. Non vedi l’ora di calcare San Siro, hai tanta voglia di dimostrare; ma qualcosa va storto. La sicurezza che dimostri in allenamento svanisce in partita. Le chance non mancano: Serie A, Coppa Italia. Il ragazzo ha stoffa, si vede, ma gli manca ancora qualcosa. Forse, gli serve altro tempo. Verdi ha delle ali magnifiche, ma se vola troppo presto potrebbero spezzarsi.
Il fantasma
Ecco che i ricordi si fanno un po’ più cupi. Mezza Italia aspetta la tua risposta, perché il giornalista ti ha chiesto se ti senti giovane a venticinque anni. E tu, dopo aver pensato a Ronaldinho e al Milan dell’ultima Champions, rivedi gli anni più difficili della tua carriera. Il passaggio al Torino, il valzer dei prestiti. Un mal di testa geografico che ha tanti precedenti, in Italia: Castellamare di Stabia, Empoli, più tardi Carpi. Il destino di tanti giovani itineranti, che bruciano anni e anni di carriera cercando di confermarsi. Simone Verdi si rivede lì, col fantasma del fallimento sempre dietro l’angolo: “Sì, ha talento”, dicono. “Ma non riesce ad emergere”, aggiungono. In quanti hanno sentito, ripetuto, pronunciato queste frasi?
Simone Verdi lo ha sconfitto, quel fantasma. Gli sono occorsi quasi cinque anni. Giorno dopo giorno, ha lottato contro chi lo criticava e si è fatto dare una mano da chi gliela offriva. Come quando Maurizio Sarri, che ora allena la squadra più prolifica d’Italia, aveva visto qualcosa di notevole in lui. Proprio con Sarri ha imparato a fare il trequartista, a spostarsi dentro il campo e a fare la differenza da lontano. Molto lontano.
L’esilio spagnolo
I ricordi si tingono anche di lontananza, di nostalgia. Come i sei mesi che ha trascorso all’Eibar, in Spagna. Simone Verdi ha lasciato tutto e ha provato a far fortuna all’estero, come tanti italiani della sua età. In Spagna il gioco è tecnico e veloce, gli avevano detto: “troverai spazi”, gli avevano detto. Ma sono sei mesi difficili. Lo spettro non se ne va. Ci sono tanti giovani di talento, in Spagna, anche più giovani di lui: Verdi comincia a sentirsi fuori posto, e giocare contro l’Atletico Madrid, il Real e il Barcellona diventa straniante.

Come quando vede Cristiano Ronaldo per la prima volta, da avversario. Gli pare impressionante, disumano. Cristiano è un uomo dominato da un’ossessione: vincere. Tutto il resto è secondario. Intimorito, Verdi ricava una preziosa lezione: non ci si deve distrarre mai dal proprio obiettivo. Questo è l’insegnamento ottenuto da sei mesi in Spagna; è giunto il momento di tornare a casa, di prepararsi ad esplodere.
Ritrovare la Serie A
Ora le tinte si schiariscono. Verdi sta per rispondere al giornalista, ma quell’istante non vuole passare e lui se lo gusta fino in fondo. Il Carpi crede in lui, lo vuole nel reparto offensivo durante la prima, storica stagione in Serie A. Lo allena Fabrizio Castori, uno che è partito dalla prima categoria marchigiana e che di sacrifici ne sa qualcosa. Verdi lo ricorda bene: Castori gli ha detto che i frutti, alla fine, vengono sempre colti, che la cultura del lavoro è la più apprezzata. Al Carpi, nonostante gli infortuni, i ricordi di Verdi tornano ad essere luminosi. Tre gol nel girone di ritorno, e qualcuno comincia a ricordarsi di te. Di quel ragazzino che impressionava Ronaldinho e segnava con la maglia del Milan.
L’azzurro sta bene sul Verdi
Sta per dire al giornalista che lui non si sente più giovane. Che i calciatori giovani sono altri, quelli che a diciotto anni vengono pagati cento milioni e giocano in Champions League. E proprio allora ricorda la maglia azzurra, quella indossata in amichevole per la prima volta nella vita. Certo, ha giocato un minuto, di quella partita contro l’Olanda si ricorderanno in pochi. Intanto Verdi ci è arrivato, ha sentito sul petto il peso di una federazione calcistica quattro volte campione del mondo.
Alla fine della stagione ci sarà il mondiale. Tra otto mesi, Giampiero Ventura tirerà le somme. Chissà.

Gli anni Verdi
Eccoci, ci siamo. Di Verdi parlano tutti. Martedì, contro l’Inter, ha fornito una prestazione magnifica: gol da trenta metri, sventagliate in profondità, dribbling, scatti, giocate intelligenti; Verdi ha trascinato la sua squadra per tutta la partita. Poco importa se il Bologna meritasse o no i tre punti; poco importa se, alla fine, Icardi ha pareggiato i conti dopo una partita da latitante. Verdi è tornato, vede davanti a sé gli anni migliori. Ci è voluto del tempo, questo è sicuro. Per molti anni ha combattuto, non voleva affogare nell’anonimato. E ora è qui, ha preso per mano il Dall’Ara e gli ha fatto rivedere un gran bel calcio. Il giornalista e mezza Italia aspettano la risposta. E Simone è lì, con una maturità incredibile:
A venticinque anni, credo sia arrivata l’ora di fare il salto di qualità. Io lavoro giorno dopo giorno, per diventare un giocatore importante per il Bologna. E poi…
Per la Nazionale. Avrebbe voluto dirlo, Verdi. Ma la sua carriera gli ha riservato così tanti alti e bassi che persino le parole possono distruggere i sogni. E quindi dice: “E poi crescere ancora.”
Noi non abbiamo dubbi: Verdi ha trovato la sua dimensione, quest’anno sentiremo molto parlare di lui.
In chiusura, non potevamo non mettere il gol di Verdi contro l’Inter, ciliegina sulla torta di una partita a ritmi straordinari.
Punto primo: Verdi protegge la palla con una forza fuori dal comune.
Punto secondo: Vecino avrebbe dovuto sapere che Verdi, da quando aveva diciassette anni, vede la porta dai trenta metri in poi.
Punto terzo: questo ragazzo è ambidestro, una meraviglia per gli occhi.




