Romelu Lukaku, le Belgian prodige

Chapeau!“, “amazing!“, “beautiful!“. Non sono solo esclamazioni, ma reazioni: si, perché vedere Romelu Lukaku all’opera provoca questo effetto. Stupore, esaltazione, meraviglia, un tutt’uno di sensazioni che infiammano gli animi e scaldano le piazze. Scaldano Goodison Park, un terreno che ormai è abituato a godersi le giocate del belga. Ma presto quelle giocate potrebbero spostarsi altrove, perché Lukaku è ambitissimo: 43 gol in 95 presenze sono una presentazione più che appetibile per i top club mondiali, anche se il presente parla sempre inglese. Quel presente dice Everton, l’altra squadra di Liverpool, proprio quella che ha sofferto la rivalità con i Reds, fin troppo: ma le cose sono cambiate. Sarà una coincidenza, ma da quando Lukaku è sbarcato nella città dei Beatles, per il glorioso Liverpool è dura. Una sola vittoria nelle ultime cinque, l’Everton si sta prendendo una rivincita: o quantomeno ci prova. Con il “Belgian prodige” Romelu Lukaku.

Lukaku è un ragazzo come tanti, nasce con il sogno di sfondare nel calcio, come tutti: ma lui, in fondo, non è come tutti gli altri. Lui è un predestinato e i dati lo sottolineano. Già, perché un ragazzo come tanti non segna 157 gol in 168 partite nelle giovanili: not bad direbbero in Inghilterra. Quella nazione che, senza saperlo, era nel destino di Lukaku; una serie di incroci che rendono la sua storia elettrizzante, proprio come le sue giocate.
Corre l’anno 2009. Lukaku ha 16 anni e vive la sua vita da adolescente, fra sogni e realtà che stanno per imboccare la stessa strada in discesa. Esordisce infatti in Nazionale con la Croazia, grazie ai 15 gol nel campionato belga segnati con la maglia di un Anderlecht sempre famoso per sfornare giovani talenti. I numeri parlano da soli, il ragazzo si farà.

Ma il calcio è strano: spesso ti taglia le gambe sul più bello. E’ come un film noioso in cui il regista decide di immettere un colpo di scena per far rimbalzare l’audience: prima o poi arriva.

lukaku esordio
Lukaku all’esordio in Nazionale contro la Croazia: immarcabile già da piccolo.

Il colpo di scena c’è, ma in positivo. Proprio grazie all’esordio in Nazionale conosce Vincent Kompany, roccioso difensore del Manchester City da ben 2 anni: ecco l’episodio decisivo. E’ il 2010, l’anno dei Mondiali in Sudafrica: il Belgio non c’è. La Nazionale si trova comunque in ritiro e Kompany sta parlando al telefono con Drogba. “Romelu, vieni qui che ti passo Drogba.”: groppo in gola. Chissà quali furono le esatte parole pronunciate dal difensore; poco importa, perché il messaggio è forte e chiaro. Lukaku al telefono col proprio idolo, uno con cui giocherebbe anche subito, prenderebbe il primo volo pur di vederlo. Ecco la svolta: una telefonata lunga, intensa, emozionante, un turbinio di sensazioni che convincono sempre di più il gigante belga. Sarà il preludio di una nuova avventura: Lukaku sbarca ai Stamford Bridge. Il bambino prodigio è pronto, non vede l’ora di cominciare: tante pressioni, è normale. Lui però è lì, circondato da grandi campioni, pronto a dimostrare che vale per davvero quei 22 milioni di euro sborsati da Roman Abramovich. Ma la vita non va sempre nella direzione ambita, la ruota spesso non gira: a volte è arrugginita e ha bisogno di una forza immane per farla girare. E proprio quella ruota, quando Lukaku è al Chelsea, non gira. Poche presenze e ruolo marginale nella squadra dei miracoli, quella che vinse la Champions con il condottiero Di Matteo. Il trofeo meno inaspettato della storia: mai come la decisione che prese Lukaku. Perché il Belgian prodige ha bisogno di sentirsi importante, essere protagonista, trascinare la sua squadra alla vittoria: quella Champions, in fondo, non era sua. E non la alza al cielo: si rifiuta. Non ha sudato per quel trofeo, sfoggiarla sarebbe un affronto al suo orgoglio: quello, per uno come lui, è tutto.

Ciak, si gira. Cambia lo scenario, ci spostiamo ad Albion: nella cittadina di 135.000 abitanti arriva il gigante buono, Lukaku. Pronto a divenire protagonista, per davvero. Una sfida stimolante anche per chi, come lui, ha il gol nel sangue: e lo fa vedere subito. All’esordio mette la firma nel 3-0 contro il Liverpool: good job, Romelu. Ma non è finita, perché a gennaio arriverà in doppia cifra: indovinate contro chi? Liverpool. Chiude la stagione con una tripletta al Manchester United: il ragazzo promette bene, ha fegato e non sente la pressione. 17 reti e 35 partite, un bottino niente male.

L’avventura finisce: Lukaku ritorna in casa base. Ma al Chelsea la ruota è ancora rotta, proprio non c’è verso: suo l’errore decisivo ai rigori della Supercoppa Europa vinta dal Bayern Monaco.

La fotografia di Lukaku al Chelsea: un fallimento.
La fotografia di Lukaku al Chelsea: un fallimento.

 

E’ un chiaro segnale, deve cambiare aria: infatti si apre una porta. E se Lukaku non avesse aperto quella porta, forse adesso parleremmo di un altro giocatore o non lo faremmo proprio. Il belga fa le valigie e vola a Liverpool, sponda Everton: un’altra sfida da protagonista? Of course. Pressione? altro che, lui ci sguazza. 16 gol in 33 partite bastano ai Toffees per versare 35 milioni: mica male il ragazzo. Ma l’abbiamo ripetuto, Lukaku non è come gli altri: è un protagonista, uno di quelli che vuole apparire nella copertina di una rivista. Uno che darebbe l’anima per sentire tutto lo stadio acclamare il suo nome: solo il suo nome. Uno che ha trovato nel gol una sua passione, un obiettivo, un lavoro: farà di tutto per segnare e regalare una gioia alla sua Nazione all’Europeo, da protagonista.
Perché lui è le Belgian prodige: potrai dargli una Champions, ma lui te la darà indietro. Ti dirà che non è giusto, non se l’è guadagnata. E correrà verso il primo campo da calcio a guadagnarsela, a costo di non vincerla. Che dire? Good Luck, Romelu.

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