La difesa oggi ha sofferto soprattutto Palacio, che sembrava un giocatore di un altro pianeta. […] Rodrigo è un campione, era con me all’Inter, ha fatto reparto da solo e per gli altri era facile inserirsi. Oggi era in forma straripante, noi non l’abbiamo mai preso e da lui è partita ogni azione. Sempre.
Si è fatta un po’ di ironia sulle affermazioni di Walter Mazzarri dopo la sconfitta di domenica. Il Torino, che aveva da poco festeggiato il record di inviolabilità, ha concesso tre reti al Bologna, squadra che vanta la minor capacità realizzativa del campionato.
Era già successo che i social si scatenassero sulle scuse mazzarriane, molto spesso iperboliche e decontestualizzate. Alla pioggia, vera divinità tragica nella sua carriera, si sarebbe aggiunta, ora, la reincarnazione di Maradona. La scorsa domenica, infatti, Rodrigo Palacio ha trascinato il Bologna a una vittoria fondamentale per la salvezza. E l’ha fatto dimostrando di essere un grande campione.
Di cui forse non ci siamo mai accorti.
Invecchiare bene
In molti si sono accorti di una caratteristica curiosa nella nostra Serie A. Molte squadre possono contare, in rosa, un attaccante over 30 che spesso è determinante per i meccanismi tattici offensivi; senza neppure citare Dzeko e Ronaldo, giocatori di caratura internazionale, possiamo menzionare Quagliarella, che a 36 anni si è ripreso addirittura la maglia della nazionale, ma anche Pandev, determinante contro la Juventus, Pellissier. E ovviamente, Rodrigo Palacio, che a 37 anni è tra i più vecchi e i più costanti giocatori del panorama europeo.

Ci sono campioni che, come il vino, migliorano con l’età. Raffinano le giocate, mettono a disposizione la loro intelligenza calcistica per il resto della squadra. Proprio come dice Mazzarri, tutto gravita attorno a loro: e il nuovo Bologna di Mihajlovic ne è l’esempio più lampante. Palacio, coi calzettoni abbassati, ha danzato attraverso le maglie granata senza mai dare punti di riferimento, confezionando due assist e tante, tantissime giocate preziose.
Nessuno avrebbe mai pensato che El trenza si fosse trasferito al Bologna per essere protagonista, e soprattutto che il suo allenatore potesse dire:
Rodrigo mi aveva detto che, se abbassava i calzettoni, dovevo sostituirlo. Io ho sperato che non li abbassasse mai…
Ci voleva un sommelier del talento come Mihajlovic per goderci un altro anno di ottimo vino rosso di Bahia Blanca.

Palacio, una carriera in silenzio
Rodrigo appartiene a quella folta schiera di calciatori che raggiungono l’Europa in età avanzata. Classe 1982, ha impiegato quelli che in teoria dovrebbero essere gli anni più prolifici calcando la gancha in Argentina: prima all’Huracan, poi al Banfield e infine al Boca Juniors, dove ha raccolto una messe di trofei invidiabile. Grazie al Genoa, nel 2009, è arrivato in Italia: aveva ventisette anni.
Arrivava a Genoa per sostituire Milito, venduto all’Inter e pronto a scrivere la storia nerazzurra. Era un compito ingrato, perché El Principe aveva incantato il pubblico di Marassi segnando gol pesantissimi, soprattutto nei derby. Con umiltà, si è adattato velocemente al campionato italiano e si è subito contraddistinto per una caratteristica tecnica molto rara, negli attaccanti argentini: l’altruismo.
Riguardare i goal di Palacio con la maglia dell’Inter significa fare un tuffo nel torbido passato dell’Inter. Si passa da Zanetti a Jonathan, da Coutinho a Faraoni. Video non adatto ai deboli di cuore.
Il gregario
Palacio è un giocatore di rara intelligenza, e sa quand’è bene rinunciare alla gloria personale in nome della squadra. In 100 presenze al Genoa, giocando da seconda punta, ha totalizzato 38 gol ma soprattutto 27 assist: numeri altissimi, soprattutto in una squadra di media classifica.
Il calcio ha un disperato bisogno di giocatori come lui, e il termine che preferisco è gregario: nobile e grave allo stesso tempo, perché il gregario non è semplicemente un faticatore: è un giocatore di talento che compie il più bello dei gesti, ossia consacrarsi completamente, incondizionatamente, al bene della squadra.

L’icona
Al suo arrivo all’Inter, Palacio si è trasformato in un giocatore iconico. I suoi calzettoni bassi, la treccia dietro all’orecchio destro, la correttezza quasi impossibile che dimostra dentro e fuori dal campo gli fanno conquistare in breve tempo San Siro. Anche negli anni più duri del post-Triplete, il pubblico di Milano apprezza i grandi sacrifici di un trentenne che corre come se l’età fosse davvero un numero senza conseguenze.

Per molte stagioni Palacio è stata la rara certezza in un reparto troppo instabile. Tra promesse fallite e campioni falcidiati dagli infortuni, l’Inter si è potuta godere il miglior Palacio di sempre: la sua agilità di corsa era una bellezza per l’occhio dello spettatore, così come la sua capacità di segnare e far segnare. Palacio ha timbrato in una delle partite più belle di quei tempi, la vittoria allo Juventus Stadium con Stramaccioni in panchina; man mano che aggiungeva le candeline al compleanno, regalava tocchi pregiati e passaggi d’alta scuola.
E non è un caso che Mazzarri se ne ricordi anche oggi, a tanti anni di distanza. Fu lui ad arretrarne il raggio d’azione in quel complicato 3-5-1-1 che gli permise di raggiungere un quarto posto con una rosa obiettivamente deficitaria. Con Mazzarri, Palacio è riuscito a reinventarsi, a vedere il progressivo calo delle prestazioni fisiche come una nuova possibilità di rilancio.
Come Quagliarella, Dzeko e tanti altri campioni, Palacio ha capito che il cervello poteva continuare ad allenarlo. E così si è allungato la carriera anche dopo i cinque anni all’Inter.

Perché ci piace Palacio
Come tutti i calciatori di poche parole, Palacio ha sempre lasciato parlare il campo. Il suo amore sconfinato per il futbol lo ha trasportato in un’altra dimensione dove gli alterchi, le provocazioni e le sceneggiate non trovano spazio. Al posto di litigare coi giovani, li aiuta a crescere; invece di essere un ingombro per l’allenatore, si trasforma nel suo portavoce in campo.

La prestazione di domenica scorsa è l’ultima di una sontuosa seconda parte di campionato. Di recente, Palacio ha strappato persino gli applausi di San Siro, nonostante il Bologna stesse fermando un’Inter in palese difficoltà e il pubblico mostrasse segni di scontrosa insofferenza.
La sua professionalità è un valore encomiabile, coltivato con pazienza. E sono cose che non si possono insegnare: le devi avere tra le corde del cuore. La professionalità è ciò che lo ha spinto ad abbandonare l’Argentina quando era forse troppo tardi, per provare un’avventura europea; ciò lo ha fatto rimanere all’Inter nonostante gli anni bui e la bulimia di trofei; ciò che gli ha concesso di rimanere ancora ad alti livelli, senza cedere alle sirene di qualche lega esotica e multimilionaria.
Con i “se” e con i “ma”
Ci sono calciatori che meriterebbero una carriera diversa, con qualche riconoscimento in più. Fa parte della favola del calcio, che coi futuri ipotetici ci suggestiona e ci trafigge. Rodrigo Palacio è uno di quei campioni che non hanno ricevuto la giusta dose di apprezzamento, e se occorre l’iperbole di Mazzarri per riportarlo sulle prime pagine dei quotidiani sportivi, allora ben venga anche l’esagerazione.
Palacio non è Maradona, ci mancherebbe altro. Di fenomeni ne nascono pochi, chiaro, ma non è che nel mondo abbondiamo di gregari. In un mondo di calciatori-imprenditori, gli altruisti puri sono scarsi come l’aria sulle cime dell’Everest. Qui sta la grandezza silenziosa di Palacio: lavorando sempre per gli altri ha segnato 135 gol in carriera. Ma soprattutto ha collezionato 81 assist, che sono numeri da grande fantasista.

Palacio, pro o contro?
Qualcuno, certo, storce il naso. Uno che a 37 anni fa ancora la differenza in Serie A è preoccupante. Non molto tempo fa dimostravamo che l’arrivo di Ronaldo, al posto di rendere appetibile il nostro campionato, ha evidenziato il nettissimo divario tra le prime della classe e tutte le altre, impegnate in una lotta disperata per rimanere a galla.
Molte partite, in Italia, sono noiose. Molte altre, avvilenti; per questo ben vengano gli “anziani”, gli “esperti”, gli over 35 che con un tocco di palla ci riportano al tempo della fantasia, che con un lancio illuminano gli spalti di uno stadio. Perché se la Serie A fa invecchiare bene, tanto vale goderci lo spettacolo senza farci troppe domande. Proprio come Walter Mazzarri, che dopo un grandissimo girone di ritorno si è inchinato al Maradona del Dall’Ara, con la treccina dietro l’orecchio e i calzettoni impigliati sui parastinchi.

