Rivali

Warriors e Cavs sembrano imbattibili, ma come stanno andando le squadre impegnate nelle Semifinali che dovranno vedersela con loro nelle finali di Conference?

Karl Popper, uno dei più famosi filosofi del ‘900, ha rivoluzionato la concezione della scienza dell’uomo. In particolare, nello sviluppo del suo pensiero assunse grande importanza l’idea che il metodo dell’induzione, largamente utilizzato al tempo per le procedure scientifiche, rappresentasse un’utopia. Attraverso esso si afferma che per arrivare a una vera conoscenza scientifica è necessario osservare la realtà senza precomprensioni, e dedurre le leggi universali semplicemente da ciò che si osserva. Popper sosteneva la necessità di studiare i fenomeni solo dopo aver espresso delle idee o delle intuizioni che li riguardassero. Cosa c’entra tutto ciò con l’NBA?  Le cose che succedono su un campo 30×17 (e anche fuori da esso) sono talmente tante – e aumentano esponenzialmente nei Playoff – che spesso ci si trova spaesati nel dare un giudizio obiettivo su ciò che si vede. Come nella scienza anche nel basket (mi concedete la similitudine?), soprattutto in quello che si gioca al di là dell’Oceano, è quindi necessario avere qualche riferimento in testa, appuntarsi alcune cose importanti, da tenere bene a mente per osservare con più attenzione le serie in corso, e poter proporre un’argomentazione solida. Le sfide che animano la Lega al momento sono quelle che vedono impegnati Celtics e Spurs (che hanno però messo la parola fine alla sfida con i Rockets in gara-6), i due team che alla vigilia erano i favoriti per il ruolo di antagonisti degli indomabili Warriors e Cavaliers, in quelle che saranno le Finali di Conference. Sia i verdi di Boston che il team di coach Popovich stanno trovando sul loro cammino avversari non semplici: i loro nomi sono John Wall e  James Harden. Gli Spurs sono riusciti a cavarsela vincendo in casa di Houston e domenica sfideranno i Guerrieri della Baia in gara-1, la squadra di coach Stevens avrà nella racchetta il primo match point della serie questa notte. Ma vediamo una serie per volta.

Boston Celtics-Washington Wizards (3-2)

Nel momento in cui scrivo, Boston, dopo aver vinto la quinta gara della serie al TD Garden, si sta preparando a scendere in campo nel primo elimination game della serie che si giocherà nella capitale. Le storie incredibili di queste cinque partite sono parecchie, a partire da Isaiah Thomas che, come si poteva pronosticare conoscendo il personaggio e più in generale la mentalità NBA, pur avendo subito l’indelebile trauma della morte della sorella non si è fatto prendere dal vittimismo, ma ha anzi inserito la marcia successiva alla guida di quella Maserati veloce ed efficiente che è il suo basket offensivo, disputando due prestazioni da 30+ punti (33 in gara-1, 53 nella successiva). Queste partite particolarmente prolifiche sono state seguite da tre gare in cui il suo motore è stato meno appariscente, ma nelle quali ha dimostrato di possedere un grande QI cestistico e la qualità di saper leggere le situazioni, tanto difficile da ottenere quanto fondamentale in una Lega nella quale i talenti offensivi sono sempre più ingabbiati in raddoppi o marcature.

(Isaiah non si intestardisce, non vuole a tutti i costi andare al ferro, si vede triplicato e trova un corridoio apparentemente invisibile per la tripla di Olynyk)

Sicuramente un’altra nota importante è quella della fisicità: sia Beal (“la vogliono mettere sul piano fisico, noi dobbiamo fare lo stesso”) che lo stesso Thomas (che in particolare si è lamentato dell’atteggiamento troppo lassista degli arbitri nei confronti della durezza dei contatti) hanno ribadito in conferenza ciò che si è visto sul campo. Un vero e proprio incontro di boxe, nel quale entrambe le squadre sono sembrate vicino al k.o. ma che alla fine verrà deciso ai punti in gara-6 o eventualmente nella sfida numero 7, sintomo di grande equilibrio e di una proposta di pallacanestro di qualità, al di là del sangue (e dei denti) caduti sul ring

(Playoffs NBA 2017, Boston-Washington, Game-3: il match più fisico della storia, dopo quello tra Muhammad Ali e Joe Frazier)

La serie sta viaggiando sui binari veloci dei parziali e dei fastbreak points, grazie alle grandi difese (menzione speciale per Al Horford, vero fit come tuttofare tra i Celtics) che permettono ripartenze in transizione e corse verso il ferro a ripetizione. Nelle cinque gare fin qui disputate, nessuna è stata vinta con meno di 10 punti di scarto; in più il fattore-campo è sempre stato rispettato, come per ribadire il not in my house che si sente spesso risuonare tra le mura delle enormi arene americane. Mentre i C’s si affidano al piccolo grande IT e alle spalle larghe del navigato Horford, i Maghi sono aggrappati a John Wall, letteralmente dominante in questi Playoff, che pure è stato lasciato solo al timone da un Bradley Beal decisamente sottotono in questa postseason, ma ancora di più nella serie attualmente in corso. Se la squadra di Brooks vuole arrivare a giocarsi la posta in palio all’ultimo round, deve assolutamente ritrovare un contributo importante dai guantoni di Beal.

San Antonio Spurs-Houston Rockets (4-2)

In quella che poteva essere e a tratti è stata la serie più interessante del secondo turno, coach Popovich ha voluto ribadire il suo status da leggenda vivente del gioco, prima riuscendo a far sembrare normale una sconfitta di 27 punti rimediata in casa nella prima partita, grazie alla sua capacità di spostare l’attenzione dai media con risposte simpatiche e risate con i giornalisti, poi mascherando i limiti difensivi dei suoi lunghi e riuscendo a vincere in sei partite una serie il cui risultato finale era tutto meno che scontato.

(Basta guardare solo i primi secondi, anche senza capire le parole che usa: ride e scherza come se avesse appena vinto il titolo)

Popovich non ha vinto impedendo agli avversari di tirare da tre, cosa che i Rockets hanno fatto con percentuali discrete (37%), ma ostruendo l’area con Gasol e Aldridge, in modo da rendere più difficili le scorribande al ferro di Harden e compagni. Il dato che impressiona da questo punto di vista è quello che afferma che il numero di possessi di Houston finiti con un tiro da due punti è stato solo il 40%, valore sceso di dieci punti percentuali rispetto alla serie con Oklahoma City: il pitturato degli Spurs era come l’autostrada Salerno-Reggio Calabria in una domenica di agosto, e il team di D’Antoni non è riuscito a farsi spazio in mezzo al traffico. Ciò che ha letteralmente condannato i Rockets però è stato un Harden sottotono in gara-6, quando era necessario un coraggio e una forza da leader per portare la serie alla sfida decisiva, ma il Barba ha segnato solo 10 punti tirando con 2/11 e venendo espluso. Un brutto segnale mandato all’ambiente e a se stesso, in questa che era diventata una delle postseason più importanti della sua carriera. Harden ha sofferto in particolare la capacità degli Spurs di non commettere fallo, vedendosi dimezzato il numero di tiri liberi tentati a partita rispetto alla serie con OKC. In più ha subito una stoppata che è già nella leggenda del gioco, sia per il protagonista che per il tempismo con cui è arrivata

(Pochi secondi alla sirena, tiro potenzialmente decisivo per andare al secondo overtime, stoppato da dietro da Ginobili, la cui carta d’identità recita: 39 anni. Non dev’essere un trauma facilissimo da superare)

Ciò che più ha colpito degli Spurs è stata la personalità, la capacità di non darsi per sconfitti dopo momenti non semplici, come la sconfitta in gara-1 o gli infortuni di due pilastri come Parker in gara-2 e Leonard in gara-5. Non era facile e invece la squadra di Pop è riuscita a uscirne con carisma e brillantezza, guidata da un insieme di giocatori ognuno dei quali, perfino giovani come Simmons e Murray, non esattamente i più importanti delle rotazioni, svolge un ruolo fondamentale all’interno dell’ecosistema-Spurs, chi con il contributo difensivo, chi con quello a rimbalzo, chi con quello emotivo. Una squadra che si è rimodellata attorno all’avversario, tenendo i Rockets per tre volte sotto i 100 punti (cosa successa solo cinque volte quest’anno) e dando una dimostrazione di forza collettiva e di capacità di adattamento non indifferente. Ora Aldridge, Leonard (se recupererà in tempo dal problema alla caviglia) & co. se la vedranno con i Warriors: non sarà così facile, ma Pop può davvero togliersi altre soddisfazioni.

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