Recap

31 ottobre 2017, è la notte di Halloween.

Nella contea di Numerosette – esiste davvero, vi consigliamo di visitarla – si percepisce grande fibrillazione per il lieto evento: sette ragazzi si incontrano per dar vita ad uno sproloquio molto stimolante sull’economia mondiale. Ok, forse non è credibile. È più credibile che quei sette ragazzi disquisissero del caro vecchio giuoco del calcio, magari sorseggiando gustose pinte di birra in pieno stile british. Oppure la Peroni da un euro.

“Una birra da Serie B“, per alcuni. Nulla a che vedere con la meravigliosa Estrella.

Mi direte, è birra. No, nient’affatto: sarebbe come equiparare allo stesso livello Premier e Serie A, per esempio. E noi, presi da un’incontenibile sete di conoscenza, ci siamo posti sette domande sui quattro campionati sopra citati.

Premier League

Nove gol in tredici partite totali, 851 minuti giocati e una fiducia smisurata di Guardiola nei suoi confronti: Raheem Sterling è davvero insostituibile?

Assolutamente si. Per due semplici motivi:

  • Cambio di passo
  • Neo centravanti

Spieghiamo meglio: Sterling sulla fascia è impressionante, tiene spesso botta dal punto di vista fisico e non rinuncia all’1 vs 1. Pecca forse nella tecnica individuale.

Ma per spiegare la sua evoluzione tecnico-tattica ci affidiamo ai dati: sette dei nove gol totalizzati dall’inglese arrivano da posizione centrale, in piena area.

Guardate qui: Sterling si butta immediatamente nello spazio vacante al centro dell’area e, imbeccato perfettamente da Bernardo Silva, appoggia comodamente in rete. Inutile dire che la capacità di attaccare gli spazi vuoti unita a questa predilezione da centravanti tipicamente guardiolana – si, c’è il suo zampino – lo rende letale.

Letale come l’iniezione di una sostanza ancora ignota che ha reso l’Everton una squadra di birilli. Ed ecco il nostro secondo interrogativo riguardo la Premier.

Profondo blu

Dopo la grande campagna acquisti l’Everton non ha ancora ingranato la marcia, finendo inesorabilmente nei bassifondi della classifica : a cosa è dovuta la profonda crisi dei Toffees?

Inutile nascondersi dietro mezze verità: l’inizio di stagione dell’Everton è stato a dir poco disastroso nonostante la grande campagna acquisti e le altissime aspettative che hanno accompagnato il mercato estivo. I costosi investimenti dei mesi passati non hanno portato i frutti sperati, regalando alla parte blu di Liverpool appena 8 punti in 10 partite, una media disastrosa resa ancora più tragica dal triste dato che proviene dalla classifica che, per il momento, sentenzia amaramente la retrocessione.

È sicuramente ancora presto per parlare di un passo in dietro in Championship per l’Everton, ma questi tristi dati sottolineano ancora di più una situazione di profonda crisi. L’esonero di Koeman è soltanto il primo passo: l’olandese, dopo aver portato i Toffees in Europa League con una grande cavalcata, non è riuscito a dare continuità alla sua opera con un gruppo totalmente rinnovato, con ben poche speranze di stupire  fin dalle prime giornate.

Il tecnico però non è l’unico artefice di questa brutta situazione che, sebbene possa essere in parte figlia di una gestione pessima delle risorse, poteva essere facilmente prevedibile se si pensa che tanti giocatori (sicuramente pieni di talento) non hanno mai avuto occasione di confrontarsi fianco a fianco. Anche per chi conosce bene il campionato inglese non è facile inserirsi in un gruppo inedito, con grandi nomi che probabilmente non collimano l’uno con le caratteristiche dell’altro: è così che Sigurdsson, dopo le bellissime stagioni con la maglia dello Swansea, non è riuscito ad integrarsi nell’attacco dell’Everton, assieme ad un Klaassen mostratosi ancora immaturo ed un Rooney in netto calo.

L’unica speranza per i Toffees è la grande presenza di giovani talenti come Pickford, Calvert-Lewin e Lookman: ripartire dall’academy senza per forza sborsare fior di milioni potrebbe essere la strada giusta per chi siederà in futuro su una delle panchine più calde di tutta l’Inghilterra.

Modello Atalanta, insomma.

Serie A

Dopo l’Europa League conquistata a maggio scorso, le cessioni e le scommesse estive, l’Atalanta può ripetersi?

Intanto partiamo dalla classifica. L’Atalanta ha 15 punti, quattro in meno di quelli che aveva un anno fa a questo punto. La distanza dalla zona-Europa è colmabile: solo cinque punti la dividono dalla Sampdoria sesta. Andando ad osservare con la lente d’ingrandimento il percorso degli orobici nelle prime undici giornate, notiamo anche una componente di sfortuna: ottima prestazione contro Roma e Napoli, ma senza alcun bottino. Più scherzetto che dolcetto.

Al San Paolo l’Atalanta era andata addirittura in vantaggio contro una delle squadre più in forma d’Europa, da settembre ad oggi. I punti più pesanti li ha poi persi contro l’Udinese domenica pomeriggio subendo una sconfitta per 2-1 che, sempre per rimanere nell’ambito di una sorte non troppo sorridente, poteva finire in maniera del tutto diversa, ad esempio se Cristante avesse segnato il rigore del pareggio nei minuti finali. Dal punto di vista del gioco, Gasperini sta mettendo in campo magistralmente gli interpreti delle sue idee: squadra corta, che porta una pressione molto alta a uomo, pronta a verticalizzare rapidamente verso la trequarti quando ha la palla tra i piedi, o in alternativa passa dalle fasce per arrivare a cross pericolosi.

Le assenze di Conti e Kessié, partiti in estate per Milano, non si sono fatte sentire particolarmente, con Cristante che a centrocampo si è distinto per dinamismo, impegno in entrambe le fasi e inserimenti offensivi. Il punto che Gasperini ha sottolineato nel post-partita di domenica scorsa è stato chiaro:

“Non è un momento favorevole dal punto di vista della concentrazione”

L’attenzione infatti è un elemento fondamentale per le marcature a tutto campo volute dal mister, ed è quindi necessario che l’Atalanta la recuperi per poter perdere meno punti in campionato. Va anche considerato che l’impegno in Europa League, onorato pienamente dalla Dea che già giovedì prossimo potrebbe qualificarsi ai sedicesimi pur essendo stata inserita in un girone difficile, toglie tante energie psico-fisiche, che invece servono necessariamente per giocare come vuole il Gasp. Allungare le rotazioni in questo senso potrebbe essere utile: in difesa in particolare stanno giocando sempre Caldara, Toloi, Masiello e Palomino, e non è facile reggere impegni così dispendiosi per un lungo periodo senza utilizzare il turnover. In panchina ad esempio siedono Bastoni e Mancini, talentuosi difensori che meriterebbero piano piano di guadagnare minuti in campo. Sulle possibilità di ripetersi, avremo notizie da qui a Natale: se l’Atalanta riuscirà a gestire meglio le energie, ha tutte le qualità per poter lottare per qualificarsi ancora per l’Europa League.

Rivoluzione

Col Benevento ancora a 0 punti, torna d’attualità la proposta di diminuire il numero di squadre del campionato, in modo da aumentare la competitività.  La Serie A ha davvero bisogno di una rivoluzione?

Porte costantemente bucate al Vigorito, quelle difese dai padroni di casa: troppo distacco tra i campani e le altre.

La prima cosa che balza all’occhio osservando la classifica sono senza dubbio gli 0 punti del Benevento. In realtà, però, non deve essere tanto il rendimento dei campani ad allarmarci: vero, è un caso eccezionale mai verificatosi in Serie A, ma va tenuto conto che in genere le squadre che stazionano all’ultimo o penultimo posto non hanno (nel complesso) rendimenti molto differenti.

Ciò che deve indurre preoccupazione, invece, è che si è costituito un nugolo di squadre con un costante rendimento da retrocessione.

Dopo 11 giornate, in Serie A ci sono ben 7 squadre che hanno ottenuto meno di un punto a partita: se osserviamo le classifiche dei principali campionati europei, ci rendiamo conto che il nostro è un primato.

Tutto ciò causa naturalmente risultati mai visti in cima alla classifica: esclusi i confronti diretti, le prime 5 hanno finora ottenuto 156 punti dei 162 a disposizione, ovvero il 96,2 % del totale. Percentuale enorme che evidenzia come i risultati da record delle prime siano fortemente drogati dai rendimenti inadeguati delle altre squadre. Ricordiamo infatti che al momento ci sono ben 3 squadre (Napoli, Lazio e Inter) che hanno stabilito il loro record di punti ottenuti dopo le prime 11 partite.  E non dimentichiamo le statistiche sui gol fatti: se Juventus, Napoli e Lazio dovessero mantenere questo rendimento fino alla fine campionato, sfonderebbero il tetto dei 100 gol.  Qualcosa di impensabile fino a un paio di anni fa.

Sarà solo un caso? Non proprio. A fine anno furono infatti 5 le squadre ad arrivare sotto i 38 punti, mentre tre delle prime quattro stabilirono il loro record assoluto di punti. La qualità media della Serie A si è abbassata e un ritorno alle 18 squadre potrebbe certamente apportare benefici, a patto però che non si tocchi il numero di retrocessioni.

Serie B

Anche quest’anno gran parte delle neopromosse dalla Lega Pro sta viaggiando nei piani alti della Serie B. A cosa si deve questo bizzarro fenomeno che ha preso sempre più piede negli ultimi anni?

Molteplici fattori:

  • Anomalia. Questa stagione per le neopromosse rappresenta qualcosa di anomalo, soprattutto per quanto riguarda il Parma, nobile decaduta che ha la voglia e le possibilità per tornare subito nella massima Serie, centrando la terza (TERZA) promozione consecutiva e il Venezia che non ha mai fatto mistero di avere un progetto ambizioso. Già più strano è il caso della Cremonese che, però, può comunque schierare giocatori esperti e validi per la categoria, come Paulinho, Pesce e Ujkani, oltre ad un allenatore navigato come Attilio Tesser.
  • Progettualità. Si, gran parte delle squadre che arrivano dalla Lega Pro – anche tramite doppio salto – hanno un progetto ben definito e, magari, per le loro potenzialità, ambizioso, a differenza di molte società di B che tendono a rimanere in una sorta di galleggiamento, senza avere voglia di tentare il grande passo in avanti. Squadre come il Foggia, per esempio, potrebbero sorprendere.

Oltretutto, il decadimento di molte società abituate a navigare tra la B e la A (leggasi Catania, Lecce, Siena, Livorno, per dirne alcune) non ha fatto altro che liberare spazio per queste nuove realtà che, con saggi investimenti, riescono ad andare oltre i loro standard.
Ad oggi, ci sono tre delle quattro neopromosse in zona PlayOff e, sebbene Palermo, Empoli e Frosinone siano più forti sulla carta, non è assurdo pensare che le vedremo lottare fino alla fine per la promozione.
Nonostante l’assenza di team troppo quotati per la categoria (quelli appena citati sono favoriti, è vero, ma in serie A avrebbero vita quasi impossibile) stia influendo, non esiste forse una vera risposta alla domanda, oltre a quanto detto, considerando anche una buona dose di casualità, altissima, in un campionato in cui tutti possono battere tutti come la Serie B, come capitato nei PlayOff dello scorso anno.

L’incontro prosegue, le birre inglesi e italiane sono finite. Una prelibata e freschissima Estrella attende solo di essere stappata.

Liga

Il Barcelona sembra aver intrapreso un nuovo corso con l’arrivo di Valverde e finora sta rendendo al massimo. Meno gioco orizzontale e più ricerca della profondità. Cosa è realmente cambiato nello stile di gioco?

Nella passata stagione è sembrato evidente come qualcosa si fosse definitivamente rotto. Molti giocatori della vecchia guardia sotto rendimento e chiamati a tenere un’intensità di gioco non più consona alle reali possibilità. L’arrivo di Valverde ha riportato Messi più vicino alla porta, spesso riutilizzato nel ruolo di falso nueve con Suarez più allargato sulla destra. Il 4-4-2 del ‘Txingurri’ prevede un gioco più verticale fatto di scambi veloci e quindi un gioco meno ragionato almeno nella manovra. In fase offensiva è costante la spinta dei due terzini: Semedo, uno degli acquisti con il maggiore impatto, e un rivitalizzato Jordi Alba che è tornato ad alti livelli. Per consentire ai terzini di attaccare alto è Busquets ad abbassarsi e ad agire come terzo centrale costituendo di fatto una difesa a tre dinamica. Quello che stiamo attualmente vedendo è un Barcelona diverso dalle passate stagioni, quasi in controtendenza con la filosofia storica del club.

La bravura di Valverde è stata però quella di riuscire a sfruttare il DNA indissolubile di alcuni degli interpreti della rosa e fonderlo con il suo calcio intriso di aggressività e pressing alto: i blaugrana ora corrono di più, ma lo fanno in maniera intelligente. La vicinanza di Messi alla porta permette ai culés di essere letali nelle ripartenze, un calcio più diretto e votato alla concretezza, con il profondo rispetto di quello è stato il club finora.

(Non proprio) Galaticos

Come mai il Real Madrid sta incontrando così tante difficoltà dopo aver accumulato un livello di sicurezza tale negli ultimi due anni? 

Sono bastati due mesi per capire un concetto basilare: il divario tra Barcellona e Real Madrid è netto. Emblematica l’ultima sconfitta del Madrid a Girona: una squadra di fenomeni che forse sta pagando l’eccessiva fortuna di qualche momento nelle passate due stagioni sotto la guida di Zinedine Zidane. Risalire a dei motivi è difficile, considerando l’enorme potenziale della squadra, ma alcuni sono chiari agli occhi di tutti: Cristiano Ronaldo appare spento, senza più quell’ispirazione e quella sregolatezza con cui, fino a pochi mesi fa, decideva le partite in completa autonomia. La rinascita del Real partirà anche dalla sua, senza ombra di dubbio.

Poi è il caso di dire: il troppo stroppia.

L’organico a disposizione è talmente ampio che a volte nemmeno Zidane sa bene cosa fare con tutti quei fenomeni relegati in panchina. Il tecnico ha non pochi problemi da gestire:

  • Un posto a centrocampo per due tra Casemiro, Kroos e Modric.
  • Un posto da fantasista o esterno fra Isco, Bale e Asensio.
  • Ceballos, Kovacic, Llorente, Theo Hernandez, Nacho e qualche altro giocatore che passerà la metà delle partite di campionato a scaldare la panchina del Bernabeu. Avere così tanto materiale grezzo a volte può portare a una confusione tecnica che mette in difficoltà allenatore e giocatori, che spesso si pestano i piedi l’uno con l’altro, specialmente nei reparti offensivi. Inoltre la sicurezza accumulata negli ultimi anni ha portato il Madrid a fidarsi troppo dei propri mezzi e a dare per scontate certe partite che, invece, per la maggior parte delle squadre della Liga sono vitali e capitano una volta nella vita.

E poi tanto, troppo nervosismo: durante le partite non è difficile vedere Sergio Ramos, Marcelo o addirittura Ronaldo fare gesti di stizza verso sé stessi o verso gli avversari, quasi a voler esorcizzare la frustrazione che anima il Real Madrid in questo difficile periodo. Otto punti di distacco dalla capolista in un campionato come quello spagnolo sono davvero tanti: a Zidane il compito di tirar fuori dal cilindro qualche altro coniglio magico.

E così, la conversazione è finita. Sono finite anche le birre, ma alla fine ne è valsa la pena: la contea di Numerosette non è poi così male.

Buon Halloween!

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