Questioni irrisolte

Guardare l’NBA è abbastanza semplice, tendenzialmente basta sedersi davanti a un televisore, accenderlo e mettere sul canale giusto, con la disponibilità a passare qualche notte in bianco. Comprendere quello che avviene sul parquet però può essere estremamente complicato: il basket è una scienza e, anche se i mezzi di comunicazione tradizionali spesso non lo raccontano a questo livello di complessità, come tale andrebbe trattato. Una partita, e più in generale una lega professionistica, è sempre piena di tanti problemi. Fortunatamente non siamo noi quelli che hanno il compito di risolverli, ma abbiamo sicuramente la possibilità di capirli più a fondo, per riuscire a comprendere in modo sempre più profondo ciò che succcede nelle arene.
E, permetteteci di dirlo, in vista dei PlayOff, tentare di capire è la cosa migliore, o il rischio di perdersi è alto.

Una famosa frase del Dalai Lama recita: “Il miglior modo per risolvere quasliasi problema è sedersi e parlare”. Quindi prego, sedetevi, tirate fuori i vostri dubbi e preparatevi – si spera – a trovare qualche, piccola, risposta.

1. I Raptors possono veramente dare filo da torcere ai Cavaliers?

Nell’articolo risalente a circa un mese fa avevamo parlato di come Raptors e Celtics potessero diventare, per vie e con modalità diverse, due serie rivali per la squadra di LeBron. Sono passati poco più di trenta giorni, ma le gerarchie ora sembrano più chiare: i canadesi si sono esaltati ulteriormente e finiranno primi ad Est, mentre la squadra di Stevens ha perso Irving per infortunio e concluderà seconda e più distante, anche se dopo la pausa per l’All Star Game ha vinto 13 partite su 17. I Raptors sono stati coerenti con il loro cambiamento. Hanno rinnovato lo stile di gioco, passando da quello anacronistico dello scorso anno, fatto di isolamenti e tiri dal mid-range in grande quantità, a quello liquido di questa stagione, in cui c’è movimento di uomini e palla e soprattutto c’è tiro da tre. Ora ne stanno raccogliendo i frutti, sia in attacco che in difesa.
Tutto questo è stato possibile sia per l’evoluzione di DeRozan, sia per l’ascesa di diversi giocatori molto interessanti, come Siakam, una garanzia di solidità in difesa, Van Vleet e Wright, che hanno tiro da tre, penetrazioni e mani veloci sotto il proprio tabellone, e Poeltl, competente a rimbalzo offensivo e nella protezione del ferro.

Tutto ciò ha fatto alzare il livello anche di giocatori come Lowry e Valančiunas, anche se quest’ultimo rimane uno dei pochi punti critici per i canadesi in fase difensiva. Nella partita persa contro i Cav, ad esempio, è andato spesso in difficoltà nel muoversi lontano dal pitturato per difendere Kevin Love, che infatti ha segnato 23 punti con 4/6 da tre punti. In generale poi nella propria metà campo, i giocatori di Toronto tendono ancora a farsi attirare un po’ troppo dal pallone, rischiando di lasciare troppo spazio ai tiratori avversari sugli scarichi. In ogni caso, in questo 2017/18 i Raptors sembrano finalmente pronti per poter svolgere delle buone serie di PlayOff, a patto che, come è già successo in qualche occasione, non tornino a giocare la pallacanestro statica, ormai cestinata.

2. I Timberwolves, col ritorno di Butler, possono essere una outsider?

Minnesota ha avuto una stagione sulle montagne russe: un paio di strisce da 5 vittorie consecutive, ma, più in generale, un’alternanza tra successi e sconfitte che l’ha fatta scendere fino all’attuale settimo posto ad Ovest. Quando Butler era in campo però, i T’Wolves stavano lottando per la prima metà della classifica, mentre dopo l’infortunio dell’ex-Bulls sono venuti a galla una serie di difetti che già l’anno scorso avevano minato l’andamento della franchigia di Minneapolis. I problemi difensivi sono palesi, e derivano dalla mancata crescita in questo fondamentale di Towns e Wiggins, che preferiscono decisamente la fase offensiva, fattore che però ne sta limitando l’ascesa, soprattutto per quanto riguarda il canadese. Butler in questo senso si era fatto carico del ruolo di leader vocale in campo, oltre ad aver messo a disposizione le sue doti da difensore uno contro uno.

Jimmy Buckets aveva comunicato che sarebbe tornato a disposizione prima dei PlayOff, ma, per ora, ha solo ricominciato a tirare durante una seduta di allenamento. Il problema è che i Timberwolves rischiano di rimanere fuori dalla Post Season, nel caso in cui non invertissero questo trend. Se ci riusciranno – e se Butler tornerà in forma – ai PlayOff potrebbe formarsi una serie più interessante di quanto ci potessimo aspettare da un primo turno ad Ovest.

 

3. Come si organizzeranno gli Warriors dovendo fare a meno di Curry, probabilmente, per tutte le sfide della prima serie di PlayOff?

Golden State sta vivendo una vera e propria emergenza infortuni. Qualcuno sostiene che sia, in parte, un modo per far riposare alcuni dei giocatori migliori del roster, ma sta di fatto che nell’ultima partita contro i Jazz non sono scesi in campo Durant, Green, Thompson e Curry. I primi tre però dovrebbero tornare disponibili a breve, perlomeno prima della fine della Regular Season, mentre sembra quasi certo che il 30 salterà tutte le gare del primo turno di PlayOff. Contro Utah, in assenza di tutti gli All-Star, i Dubs hanno dimostrato forte applicazione difensiva e capacità di correre in transizione. Anche in una situazione poco rosea, pensando ai forfait, gli Warriors hanno saputo fare gruppo e hanno ribadito di essere un’organizzazione che va anche oltre i singoli grandi campioni. Senza il 2 volte MVP coach Kerr metterà più possessi nelle mani di Durant, ed è quindi probabile che vedremo più spesso la versione di Golden State più statica e legata agli uno contro uno di KD. A livello numerico i minuti di Curry verranno presi probabilmente presi da Quin Cook, considerando anche il tremendo infortunio di Patrick McCaw.

Comunque sia, anche senza Curry, gli Warriors possono vantare ancora un “pizzico” di talento.

 

4. I Thunder sono qualcosa di più di un gruppo di ottimi giocatori?

OKC ha qualcosa che non funziona, e se lo porta dietro da inizio stagione.
Questo “qualcosa” c’entra con la fiducia, con la sicurezza nei propri mezzi, con l’alchimia di squadra. Basta osservare un dato su tutti: il Defensive Rating della formazione dell’Oklahoma è buono, ma incredibilmente peggiore dal terzo quarto, con il dato che passa da 104.5 a 108.5 di media ad ogni partita. Un numero inspiegabile, ma che dimostra come i Thunder non sono diventati un vero e proprio gruppo, quindi si sciolgono più facilmente se le cose non vanno come dovrebbero. Anche l’attacco spesso si allinea a questo tipo di principio: OKC utilizza spesso gli isolamenti, ma con pochissima efficienza, con solo 0.86 punti per possesso. I tre campioni del roster agiscono come singole unità, e si spartiscono i possessi. Così per tutto l’anno la squadra di Donovan è andata avanti con un andamento altalenante, anche perché le prestazioni sono state ulteriormente minate anche dall’infortunio di Roberson, che non tornerà sul parquet in questa annata. Per sostituire la guardia è stato preso Brewer, competente in difesa e maggiormente creativo in attacco, ma, certo, non ha risolto i problemi strutturali. La qualità media è alta, però ci vorrebbe un exploit delle prestazioni individuali abbastanza clamoroso per infastidire i quotatissimi Rockets e Warriors.

5. I Blazers hanno disputato una stagione sorprendente e hanno ormai ipotecato un ottimo terzo posto a Ovest. Nei PlayOff si squaglieranno o resteranno competitivi?

La storia di Portland è davvero entusiasmante, perché, come quella dei Raptors, racconta che spesso la soluzione ai problemi è in casa, basta solo posizionare i tasselli in modo un po’ differente. La franchigia di coach Stotts ha aperto le porte alla primavera con entusiasmo, forte della difesa camaleontica che cambia forma in base all’attacco che si trova davanti, e del suo backcourt esplosivo, formato da un Lillard alla sua migliore stagione in carriera e un McCollum particolarmente brillante anche in difesa.
Tutto molto bello, se non fosse che l’attacco dei Blazers funziona non benissimo e soprattutto è lento, con solo 99 possessi a partita. Tutto questo rischia di essere un grosso problema in Post Season, quando tutte le squadre tendono a stringere le maglie della difesa e sarebbe quindi necessario muovere velocemente palla e uomini per riuscire a creare uno spacing decente. L’unico che potrebbe movimentare il destino dei Blazers è quel clutch killer che porta il nome di Damian Lillard, un talento che si esalta quando la palla scotta, e sappiamo che ai PlayOff sarà bollente.

6. Gli Spurs sono stati ridimensionati dall’assenza prolungata di Leonard, e si dovranno accontentare di non avere il fattore campo. Sono destinati a una comparsata nei PlayOff?

La vicenda che ha coinvolto Kawhi Leonard da poco meno di un anno a questa parte ha del misterioso e del grottesco. Chiunque segua minimamente le dinamiche dell’NBA avrà sentito parlare più volte di un ritorno in campo del californiano, che effettivamente è sceso sul parquet dopo l’infortunio subito a giugno scorso, ma solo per nove incontri. In campo, è stato sostituito da Anderson a livello di minuti e da Aldridge per quanto riguarda le responsabilità. A un certo punto sembrava che i texani stessero, per la prima volta in 20 anni, scivolando fuori dalla zona PlayOff, ma poi proprio Aldridge li ha tirati fuori dalla melma, tenendo, nelle ultime sei partite, di cui quattro vinte, una media di 27,9 punti con il 60% dal campo. Il roster di Popovich è sempre stato risvegliato da uno spirito combattivo dopo la fine della Regular Season, ma quest’anno sembra più difficile che possa dare veramente fastidio alle grandi potenze ad Ovest. Anche perché è fantasioso pensare che Leonard possa tornare in campo durante questa stagione, seguendo questo andazzo.

 

7. I Celtics sono senza Irving, probabilmente out per il primo turno di PO, oltre che senza Hayward, ma continuano a rimanere in linea di galleggiamento. Quali prospettive hanno?

La straordinarietà di coach Stevens si evidenzia ad ogni nuovo ostacolo che si frappone tra la sua squadra e la vittoria. L’ex-allenatore di Butler si ritrova in mano un roster a cui hanno strappato il foglietto delle istruzioni al capitolo “come segnare canestri”, ma che sa difendere come nessuno. La situazione è simile a quella dei Blazers, con la differenza che i verdi hanno una difesa più solida e un attacco con meno soluzioni. Similitudine calzante anche perché pure i Celtics giocano 99 possessi per partita, a dimostrazione di un attacco lento che potrebbe essere facilmente letto da certe difese nei PO. Irving sicuramente con i PlayOff si accende di una luce particolare, ma bisogna vedere se riuscirà ad essere recuperato in tempo per poter incidere sulle sorti della franchigia.
Nel frattempo, Raptors e Cavaliers, sulla carta, sembrano aver strumenti più pronti per essere maggiormente competitivi dopo la metà di aprile.

“Marcus, già che è difficile, poi se ti ci metti anche te…”

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