È solo questione di tempo

Da decenni a questa parte (ma probabilmente anche da secoli e da millenni) ogni generazione che si rispetti ha sempre fatto i conti con uno stereotipo particolarmente in voga. Uno stereotipo che svolge la funzione di una barriera umana, s’intende. Se da una parte è la stessa storia ad insegnarci che – generalmente parlando – l’uomo non è mai stato quel tipo di animale spiccatamente fraterno e disposto a condividere tutto con tutti, privo di ogni diffidenza, dall’altra l’esperienza personale di ciascuno di noi dovrebbe quantomeno suggerirlo.

Se provaste a pensare a una torta come immagine della vita di un individuo, e a dividere quella torta in tante piccole fette ognuna delle quali riconducibile a un particolare dettaglio della vita dello stesso individuo, vi trovereste davanti un insieme di sensazioni, opinioni e giudizi non più uniti, bensì materialisticamente separati per categoria. Tra le tante fette potreste pescare poi quella che racchiude l’identità dell’uomo in chiave sportiva, magari calcistica, e avreste davanti proprio uno di quegli specifici insiemi di sensazioni, opinioni e giudizi. Non conoscete il nome dell’uomo, non avete notizie sul suo status sociale né tantomeno sapete se abbia una squadra del cuore. Diciamo che l’unica cosa che vi è rivelata è il continente di appartenenza: l’Europa.

Avete però anche un’altra simil-certezza, dettata unicamente dai precedenti umani: quell’uomo, al pari di tutti gli uomini, tende al pregiudizio. Restringendo ancora il cerchio dell’identikit, scoprite che quell’uomo, calciofilo, europeo e tendente al pregiudizio, ha vissuto a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

È stato più o meno quello il periodo decisivo per vedere il gioco del calcio globalizzato a (quasi) tutti gli effetti. Dopo il boom del continente nordamericano dei primi anni duemila, infatti, anche la Cina mosse i primi passi verso quello che sarebbe stato il processo di inserimento meglio strutturato che si ricordi in tempi recenti. Non fu cosa facile, né naturalmente immediata: non si poteva certo pensare che un meccanismo complesso e articolato qual è il calcio potesse essere copia-incollato ed esportato dall’Europa in quattro e quattr’otto. Insomma, gli ostacoli furono molteplici; pensate che nel 2017, anno in cui la Cina iniziava ad affacciarsi seriamente sul panorama del calcio europeo, l’odio morale nei confronti delle squadre della Super League era ancora diffusissimo.

Da ormai un paio di anni sceglievano il lontano Oriente non solo le vecchie glorie in cerca di un ultimo contratto faraonico da strappare, ma anche giocatori iper-valutati dallo stesso mercato europeo. Potremmo parlare di Alex Texeira, di Jackson Martinez, di Ramires. Ma anche di Gervinho e di Guarin, di Witsel e del brasiliano Oscar, per finire con Carlitos Tevez. Giocatori con la G maiuscola, che sceglievano di emigrare verso lidi ricchissimi e soprattutto privi di vincoli finanziari.

Proprio per questo in Europa l’opinione pubblica era infuriata, frutto di un’impotenza – indiretta, peraltro – che costringeva i tifosi delle più blasonate squadre del vecchio continente a veder strappati via giorno dopo giorno brandelli di tradizione. In pochissimi avevano ben chiaro che cosa stesse succedendo, e fu facile – fin troppo – appellarsi ai pregiudizi di massa. Vennero a galla così gli stereotipi contra Cinam, poi passati alla storia.

“Stanno rovinando il bel calcio di una volta” è uno dei tanti esempi, ma ne esistevano anche di ben più terreni come “Accidenti ai cinesi e ai loro soldi sporchi!” o “Ma se ne tornino a casa loro!”. Oltre, ovviamente, al solito “Son tutti uguali!”, ma questa è un’altra storia.

Inutile dire oggi, ad oltre cinquant’anni di distanza, che il primo slogan è sempre rimasto tale e privo di un vero e proprio significato: il centro storico del calcio è ancora saldamente in Europa (e chissà se mai si sposterà) mentre ciò che subì una svolta radicale fu l’organizzazione di quelle che, con il tempo, sono diventate periferie a tutti gli effetti. Dal non esistere passarono ad esistere e, rudimento dopo rudimento, crebbero fino a diventare ciò che sono adesso: una certezza, solide economicamente e di immancabile ispirazione europea. La Cina era soltanto l’ultima di esse, ma questo nel vecchio continente non potevano ancora saperlo.

Uno degli aspetti che fece maggiormente discutere una volta salito a galla fu quello delle limitazioni economiche. O per meglio dire, quello delle non-limitazioni. Già, perché nel 2017 i club cinesi con i propri capitali potevano fare in sostanza quello che gli pareva. Ad esempio investire 45 milioni di euro in un triennio per un centravanti di cui probabilmente ricorderete (se siete fortunati) solamente lo sciagurato cucchiaio all’Europeo francese, anno 2016. Oppure potevano andare a bussare alla porta della Fiorentina con un cinquanta seguito da sei zeri per portare via dall’Italia Nikola Kalinic, un altro che non ha poi lasciato tracce straordinarie.

Allora non esisteva alcun FFP asiatico e l’unico vincolo, cui i club cinesi erano legati, consisteva nel numero massimo di stranieri in rosa. Non un vincolo da poco, se si pensa che senza di esso il mercato cinese avrebbe probabilmente formato in una manciata di anni 16 squadre di soli calciatori con esperienze in Europa. Un vincolo che si rivelò proprio per questo azzeccatissimo, poiché costrinse le società della Super League a introdurre regole ben precise, per favorire lo sviluppo dei settori giovanili, fino ad allora pressoché inesistenti. Iniziarono a produrre calcio, e con il passare del tempo l’interesse nei confronti dei campioni stranieri diminuì semplicemente perché i giocatori, in Cina, li avevano già in casa.

Il problema principale dell’exploit cinese del secondo decennio del XXI secolo, se vogliamo, fu rappresentato proprio dalla fretta: pensavano di poter avere tutto e subito tramite i milioni, convinti di poter raggiungere in un tempo relativamente minuscolo le condizioni di stabilità del calcio Europeo. Fu anche questo uno degli incentivi alla ribellione morale da parte del popolo del vecchio continente, che si chiuse imitando la formazione testuggine delle legioni romane per respingere l’attacco alle tradizioni. Ciò che facevano fatica a comprendere – o ad accettare – era il già avviato de-naturamento delle tradizioni stesse: calcio e denaro costituivano ormai da diversi anni una vera e propria funzione biunivoca, ancor prima che si iniziasse a parlare di Cina in modo così negativo. In sostanza, per alcuni (pochi, fortunatamente) lo sviluppo del calcio in Cina non rappresentò altro che un pretesto come un altro per sfogare il proprio razzismo represso, per altri l’occasione di schierarsi definitivamente contro la globalizzazione, per altri ancora semplicemente un modo per appoggiare l’opinione pubblica.

Anni dopo si capì che anche lo sviluppo del brand Cina avesse bisogno di tempo, e non tanto per sé quanto per gli altri. In fondo si trattava di un processo naturale, inevitabile. Quando la realtà delle cose fu accettata il passo fu breve, e la situazione si stabilizzò in poco tempo sia dal punto di vista finanziario che da quello socio-sportivo. Se la Cina è adesso una realtà come lo sono tante altre, se l’appeal della Super League non deriva più dai contratti faraonici, ma dalla competitività di un campionato che ha poco o nulla da invidiare agli altri, se la Nazionale Cinese non è più un’astrattezza, ma compete a livello mondiale facendosi valere pur senza eccellere, lo si deve soltanto al tempo. Il tempo per comprendere. E il tempo per accettare.

Firenze, 15.01.2069

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