Qual è il vero De Paul?

Probabilmente ve ne siete accorti, cari lettori: la Serie A non ci piace. Non ci scansiamo, anzi, cerchiamo di evidenziarne e talvolta estremizzarne i limiti. Già, perché uno dei limiti più subdoli del campionato italiano non sta tanto nelle squadre di medio o alto livello, tante società di quel rango sono migliorate nell’ultimo periodo e han fatto vedere buone cose anche in Europa, ma nelle piccole che sembrano essersi rassegnate alla mediocrità sia per il gioco che per i singoli: tendono a tralasciare qualsiasi tipo di gioco propositivo, creando ambienti sempre meno propensi allo sbocciare di nuovi talenti.
Da questo punto di vista, un giocatore come Rodrigo De Paul può rappresentare finalmente un’eccezione o una nuova speranza. L’argentino si è reso protagonista di un inizio di campionato brillante, che aveva illuso tutti gli addetti ai lavori riguardo una sua definitiva affermazione, ma negli ultimi mesi qualcosa non ha più funzionato facendolo sprofondare nello stesso oblio che ha assorbito anche il resto dell’Udinese.

Si è parlato tanto di un suo possibile approdo in una Big – Inter in particolare – ma è ancora un enigma sotto tanti aspetti: qual è il vero De Paul? il giocatore esuberante della prima metà di campionato o l’anonimo figuro apparso da una decina di giornate?

Il lato migliore

Andiamo per esclusione; il rendimento di De Paul è vistosamente calato con l’arrivo di Davide Nicola sulla panchina friulana.
L’Udinese di inizio anno, quella di Julio Velazquez, aveva senza dubbio tanti difetti ma quantomeno esprimeva un calcio a tratti veramente apprezzabile. Il sistema del tecnico di Salamanca basava tutto sulla qualità dei singoli che, unita all’ottimo atletismo di alcuni degli interpreti, permetteva di esprimere un gioco a tratti attendista ma anche e soprattutto concentrato sulla fase di possesso.

In una situazione tecnico-tattica simile, De Paul è un animale che trova il proprio habitat ideale. Per la prima volta ha carta libera riguardo cosa fare palla al piede e gioca in ruolo più centrale, per l’effettiva posizione in campo e per l’importanza rispetto ai compagni di squadra. È a tutti gli effetti il faro della squadra, il giocatore su cui tutti si aggrappano, che nessuno mette in discussione.

Rodrigo diventa così il principale accentratore di gioco dei suoi, il leader tecnico al quale affidarsi nei momenti di difficoltà. Questa nuova fiducia nei suoi mezzi lo porta ad un ottimo livello di gioco, che incrementa anche la sua capacità realizzativa: avendo la palla sempre tra i piedi si trova con più frequenza in situazioni dove può far male e, spesso e volentieri regala perle, come l’azione personale contro la Samp o l’impressionante bolide scagliato ai danni del povero Sorrentino.

La prima versione dell’Udinese in questa stagione ha lasciato presagire tante buone cose, un gruppo giovane che prova a sempre a giocare indipendentemente dall’avversario. Il gioco di Velazquez ha mostrato però un limite, troppo difficile per essere ignorato dai Pozzo: non assicurava una salvezza tranquilla.
L’esonero dello spagnolo ha portato la squadra a giocare in una maniera più conservativa, portando ad una involuzione di Rodrigo e obbligando il numero 10 a fare qualche passo indietro rispetto a progressi fatti fino a quel momento.

Il lato peggiore

Nicola è arrivato a Udine con il solo compito di navigare la barca verso lidi più tranquilli, senza badare troppo al modus operandi, sintomo di una società profondamente ancorata nelle proprie insicurezze sgretolate da una progettualità fin qui troppo scarna e trasandata, per garantire una salvezza tranquilla. I friulani non hanno mai dato il minimo abbozzo di stabilità, ma con il cambio di panchina danno davvero l’impressione di perdere qualsiasi tipo di identità tecnica.
Una squadra che prima poteva avere una base futuribile, ora si ritrova a lottare per non retrocedere senza una vera a propria identità e quindi senza veri e propri margini di miglioramento.

Si instaura quindi una situazione di forzatura tecnica: se prima De Paul aveva la licenza di lasciar viaggiare senza freni la propria fantasia, ora deve mettersi totalmente a disposizione della squadra soprattutto in fase di non possesso. Questo nuovo ruolo lo porta sicuramente ad essere più generoso e a mettere in mostra discrete doti in fase d’interdizione, ma anche a perdere quella brillantezza che lo aveva reso costantemente un vero a proprio fattore nella metà campo avversaria.

Sotto la guida dell’ex allenatore di Livorno e Crotone cambia in primis il suo atteggiamento in campo in quanto è meno coinvolto nella manovra e, quando riesce a prenderne il controllo, non è più nelle condizioni di rendere l’azione pericolosa o comunque di mettere i suoi nelle condizioni di creare qualcosa di importante.
In secondo piano, invece, il cambiamento ha compreso anche la sua effettiva posizione sul rettangolo di gioco: gradualmente è stato spostato a fare la mezzala, per dare più spazio ad esterni fisici e per infoltire uno dei centrocampi meno solidi di tutto il campionato.

De Paul | Numerosette Magazine

Questo spostamento, almeno in apparenza, non sembrerebbe totalmente campato per aria: la sua tecnica e visione di gioco, applicate ad un ruolo che richiede più quantità, possono dar vita ad un mix decisamente interessante. Magari arretrando il suo raggio d’azione, come accaduto con David Silva – non li stiamo paragonando, altrimenti ci quereliamo da soli – un ottimo trequartista che si rende ancor più efficiente schierato verso la mediana. Pura e ingenua ipotesi, difficilmente realizzabile al momento.
Sorge un problema: il sistema messo in piedi da Nicola, non sembra protendere verso questo percorso. Obbliga le mezzali a prediligere il lato quantitativo del gioco e concede veramente poco spazio alla fase di possesso, rendendo così De Paul una vittima sacrificale.

Cosa aspettarsi?

Tra alti e bassi, Rodrigo De Paul è comunque diventato e rimasto un uomo mercato, un giocatore che potrebbe far gola e servire a tante big alla ricerca di un pezzo per completare il proprio puzzle.
Questo cambio di rotta ha però fatto insorgere parecchi dubbi, sulla sua tenuta fisica e mentale a livelli più nobili rispetto all’inseguimento della salvezza.

Tecnicamente è un giocatore che, se messo nelle condizioni di rendere al meglio, può sicuramente rendersi utile a qualsiasi big o aspirante tale. Da un punto di vista qualitativo non sembra avere niente a separarlo da un possibile salto al livello successivo, ma è fisicamente che potrebbe mostrare le più grandi lacune: non ha il passo sulla lunga distanza per poter garantire un costante aiuto in fase difensiva, o per adattarsi a sistemi che richiedono un grande sforzo in particolare sugli esterni.
È un 10 classico che necessita di implementare il proprio bagaglio atletico per adattarsi ad un calcio più moderno, da questo punto di vista questi mesi da mezzala potrebbero fungere da palestra: Udine potrebbe essere la gavetta necessaria a diventare del tutto grande.

Dal punto di vista mentale, ha dato più sicurezze: non ha mai avuto problemi nel tirare la carretta da solo da quando è a Udine, sia quando giocava bene che quando invece ha fatto più fatica. De Paul è un giocatore tosto, che ha attraversato un lungo e tortuoso percorso di crescita e che quindi potrebbe permettergli di superare le possibili difficoltà in un nuovo e più esigente ambiente.

De Paul esulta vs Roma | Numerosette Magazine

Eppure, potrebbe non bastare. Già, perché la mediocrità non guarda in faccia nessuno, ti aspetta all’angolo per portarti con sé, e non mollarti più; miliardi di giocatori l’hanno incontrata, tastata, alcuni hanno pure organizzato un matrimonio con lei. De Paul ha ancora tempo, tempo per uscire dall’ostracismo quantitativo e sacrificale impartito da Nicola e dettare legge da fantasista quale dovrebbe essere.

Ad oggi, non sembra ancora pronto per il grande salto: superato il bipolarismo stagnante che lo attanaglia fin dal suo arrivo a Udine, potrà splendere in tutta la sua bellezza calcistica. Ma fino a quel momento, la mediocrità busserà alla porta.

 

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