Proud history: l’Aston Villa e i suoi incubi

Essere tifosi dell’Aston Villa è qualcosa di più che tifare una squadra, è una dichiarazione di superiorità, una certificazione di volontà che viene dall’alto: chi tifa Villa guarda con un ghigno sardonico a mezza bocca l’uscita dalla Champions di una squadra inglese, vive il Second City Derby contro il Birmingham come una seccante formalità utile solo a ripristinare una gerarchia mai messa in dubbio, vede ogni possibilità di successo come l’inevitabile ristabilimento del proprio mandato celeste, anzi bordeaux e celeste, che qui chiamano claret and blue.

L’Aston Villa non è una squadra qualsiasi. Un vero Villan ti spiegherà sempre che ha vinto sette campionati, sette FA Cup, una Coppa dei Campioni, che è stata la prima squadra a battere il Bayern in finale, ben prima che ci riuscissero United e Chelsea, che è la seconda squadra con più partecipazioni nella massima serie inglese (dietro l’Everton). Ma non stiamo qui a questionare, alla fine sono dettagli che dei sette campionati vinti, solo due sono arrivati dal ventesimo secolo in poi o che la FA Cup manca in bacheca da sessant’anni.

Oggi il Villa naviga in cattive acque, si trova in Championship, e per di più con soli cinque punti dopo cinque giornate, in seguito ad una retrocessione ingloriosa che ha macchiato la storia illustre della squadra di Birmingham con l’epiteto di “peggior squadra nella storia della Premier” con sole tre vittorie e una sfilza infinita di sconfitte.

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Auto-ironia della sorte

Quasi una beffa per chi si fregia di aver praticamente inventato il calcio in Inghilterra.

Fu infatti William McGregor, dirigente scozzese dell’Aston Villa, a proporre alle maggiori squadre inglesi di formare un campionato nel 1888; fino ad allora si giocavano soltanto FA Cup e tornei locali. L’Aston Villa, fondato anni prima da una squadra di cricket che non sapeva a cosa giocare quando i terreni erano fradici per le frequenti piogge delle West Midlands, aveva già vinto la coppa nazionale nel 1887 e non dovette aspettare molto per dominare il neonato campionato, laureandosi campione d’Inghilterra per ben cinque volte dal 1894 alla fine del secolo.

All’inizio del ventesimo secolo la squadra traslocò nel grande e moderno Villa Park, dove gioca ancora oggi. Una casa bellissima ma stregata perché da allora le vittorie dell’Aston Villa saranno assai più rare: dal 1910, quando lo stadio viene acquistato dalla società, di campionati non ne arrivano più fino al 1981, quando la squadra di Saunders, salita pochi anni prima dalla seconda serie (dopo aver subito anche l’onta della terza), alza a sorpresa l’allora First Division.

Ma è quello che succede l’anno dopo che ha dell’incredibile: la cavalcata dei claret&blue in Coppa dei Campioni sembra destinata ad arrestarsi turno dopo turno, a maggior ragione quando il manager Saunders rassegna le dimissioni dopo aver passato a fatica gli ottavi contro la Dinamo Berlino, con la squadra in piena zona retrocessione in campionato. Gli succede il suo assistente Tony Barton, alla prima esperienza in panchina: riesce a salvare la squadra ma soprattutto la conduce alla finale di Rotterdam mantenendo sempre la porta inviolata. In finale contro il Bayern sembra un impegno proibitivo, con i tedeschi che non hanno mai perso una finale internazionale nella loro storia: nonostante l’infortunio dopo nove minuti dell’ottimo portiere Rimmer e l’ingresso del giovane Spink, le barricate del Villa tengono e assorbono il dominio dei bavaresi; poi, al 67′, un’azione di una scolasticità sorprendente propizia il tap-in spartano e piuttosto sbilenco di Withe, che porta la coppa sull’aereo per Birmingham. Segnerà anche il Bayern, per la verità, ma l’arbitro vide un fuorigioco decisamente dubbio, forse abbagliato da quel fulgido claret&blue.

E’ l’ultimo squillo dell’Aston Villa, che alterna problemi societari a drammi sportivi, interrotti giusto da un paio di onorevoli secondi posti e due finali di FA Cup sempre perse. L’ultima, terminata con un perentorio 4-0 per l’Arsenal nel 2015, fu giocata di fronte ad un sconcertato principe William, il tifoso più noto dei Villans; un altro supporter discretamente famoso è David Cameron, l’ex primo ministro, che qualche mese fa ha rilasciato una dichiarazione a mezzo stampa attraverso la portavoce: “Come tutti i tifosi dell’Aston Villa il primo ministro è deluso”. Perché puoi essere anche l’erede al trono o il premier, ma l’Aston Villa rimane dentro di te, è un orgoglio immanente, che hai voglia di rivendicare anche e soprattutto nei momenti bui.

 “Oh. My. God.”

Da Rotterdam a Rotherham. Ovvero l’unica vittoria stagionale dell’Aston Villa di Di Matteo, costretto al purgatorio della Championship, sì, ma con una squadra di assoluto livello.

Gollini in porta; l’ex Liverpool, Porto e Valencia Cissokho a sinistra (il promettente Amavi, strapagato solo un’estate fa come alternativa), il campione d’Inghilterra De Laet a destra a giocarsi il posto con Bacuna, il semifinalista europeo Chester in difesa con Elphick (ma c’è anche uno come Micah Richards); l’esperto Jedinak con Adomah e due prodotti dell’Academy come Grealish e Westwood in mediana; Ayew, Gestede e McCormack in attacco, senza contare l’epurato capitano Agbonlahor, il talentino Green, il bomber da seconda serie Kodjia (34 gol negli ultimi due campionati) e il ciclopico ex Lazio Kozak; infine un allenatore che può fregiarsi di una Champions League in bacheca. Eppure la squadra non ingrana, colpa forse di un ambiente che carica sempre di aspettative la squadra: della serie, “Siamo l’Aston Villa, cosa ci facciamo in Championship?”.

In ogni caso, l’entusiasmo per la nuova proprietà cinese è ancora vivo e vibrante. Il patron Xia Jiantong ha risorse per competere con quasi tutti i magnati della Premier League: a soli quaranta anni detiene un impero finanziario da cui ha attinto circa 60 milioni di sterline per l’acquisizione del club, a cui ha aggiunto qualche altra decina di milioni per un mercato importante. Sembra molto entusiasta di lanciarsi nel calcio e a più riprese ha parlato di come dal prossimo anno voglia trasferirsi in pianta stabile a Birmingham con la famiglia per seguire il suo nuovo “giocattolo” da vicino. Facile lasciarsi andare all’euforia dopo il periodo nero targato Lerner, il proprietario americano detestato da queste parti per la pessima gestione del club dopo Martin O’Neill, accusato di fare cassa a sproposito cedendo giocatori importanti nonostante la possibilità, in Premier, di guadagnare cifre astronomiche solo scendendo in campo.

Per rispondere ad uno striscione apparso proprio in polemica alla vecchia amministrazione di Randy Lerner: “proud history, what future?”. Ecco, sembrerebbe di poter stare un po’ più sereni, con Jiantong. Una squadra come l’Aston Villa, con un passato così glorioso, ha bisogno di un futuro che veda realizzati i sogni di ogni tifoso. E ripartire da cash, tanto cash, è già un bel passo per immaginare un futuro a forti tinte claret&blue.

 Prima, però, questi supporters ci tengono a salutare il vecchio Lerner con immutata stima

 

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