Le prime della loro classe

Atalanta e Torino possono essere considerate il modello per molte società del calcio italiano?

Politiche societarie simili

In un paese dove anche le squadre più blasonate hanno bisogno di soci dall’estero per la scarsa disponibilità economica, questi due club continuano ad ottenere buoni risultati senza andare in rosso nel bilancio.

Come? Grazie ad acquisti oculati, di prospettiva, che in prima squadra vengo rilanciati e rivenduti dopo qualche anno a prezzi appetibili. In realtà questa è una politica adottata più dal presidente Urbano Cairo che, pagato lo scotto della Serie B, nelle ultime tre stagioni si è dimostrato il re delle plusvalenze: da Cerci e Immobile fino a Bruno Peres e Darmian.

 A proposito di plusvalenze

 

L’Atalanta, invece, ha preferito, da tradizione, puntare sui talenti cresciuti in casa, per poi venderli all’offerta giusta; Gagliardini è il caso più recente. Ma anche la Dea spesso non ha disdegnato investimenti importanti per giocatori di altre squadre, come nel caso di Maxi Moralez o De Roon poi rivenduti a cifre nettamente maggiori – una storia destinata a ripetersi con el Papu Gomez?

Proprio Cairo, due anni fa, per migliorare il processo di crescita, è andato a pescare tra i giocatori cresciuti nel vivaio nerazzurro, portando in granata Zappacosta e Baselli, non ancora del tutto sbocciati.

Anche il Torino dispone di un buon vivaio, basti pensare che la squadra Primavera ha vinto il campionato di categoria due stagioni fa. Eppure, fatta eccezione di Barreca, non si è ancora riusciti a lanciare in prima squadra i giovani svezzati in casa. Ma forse è solo questione di tempo.

Un’ altra importante politica che hanno in comune è quella di puntare molto su giocatori italiani. La formazione tipo del Toro infatti è composta per 7\11 da calciatori italiani, dove gli unici stranieri titolari sono Falque, Ljiaic, Hart e Castan. Più difficile invece riportare gli 11 abituali di Gasperini, che è solito cambiare molte pedine ogni partita. Ma il numero degli stranieri complessivi, tra titolari e panchina, dell’ultima gara dei bergamaschi la dice lunga: solamente 5. Se si vuole essere pignoli bisogna considerare che nell’elenco mancava Kessié, impegnato in Coppa D’Africa, ma la sostanza cambia di poco. Giovani, italiani, e possibilmente forti.

Queste scelte si stanno rivelando piuttosto proficue: mentre l’Atalanta sta sorprendendo tutti, il Torino, dopo un inizio straripante, è calato nell’ultimo periodo, ma rimane costantemente una mina vagante della prima metà di classifica.

La grande differenza tra i due club, invece, consiste nei loro due allenatori. Due figure molto diverse.

Allenatori diversi con un passato in comune

Sinisa Mihajlovic, dopo una grande carriera da calciatore, ha iniziato subito ad allenare ad alti livelli, facendo della grinta il suo punto di forza, quella che gli ha concesso di ripartire ogni volta dopo l’esonero di Bologna, l’esperienza negativa con la nazionale serba, e ancora gli esoneri di Firenze e Milano, sponda rossonera, lui che era stato ex calciatore dell’Inter sul finale di carriera, e poi vice di Mancini.

Schietto, carismatico e determinato, fin dal primo giorno in cui è arrivato a Torino non ha nascosto il suo obbiettivo primario: arrivare in Europa. Non ha avuto paura di dichiarare apertamente un traguardo così ambizioso e arduo, avere paura infatti non è da lui. Dopotutto stiamo scrivendo di uno che al Milan ha lanciato da titolare il sedicenne Donnarumma.

Alla tattica preferisce la determinazione dei suoi calciatori, le sue squadre sembrano quasi il suo alter ego: sfrontate e aggressive. Sinisa, con l’arrivo a Torino, ha imposto un modulo più offensivo, e si è passati dal 3-5-2 venturiano a un 4-3-3 fantasia. La sua filosofia di gioco è molto semplice: bisogna sempre provare a vincere, anche contro l’avversario più forte. Lo dimostra il derby della Mole, quando a poco dalla fine, sul risultato di parità, inserisce due attaccanti per provare l’impresa. Poi la partita è andata in un altro modo, ma questo è un altro discorso.

Anche perché i numeri dimostrano che, nel nostro campionato, ha ottenuto più pareggi (74) che vittorie (72) o sconfitte (62)

 

Miha non te la prendere, lo dicono i numeri!

 

Gian Piero Gasperini, dopo tanta gavetta nel settore giovanile della Juventus, si è fatto notare per i successi sulla panchina del Crotone, per poi prendersi tante soddisfazioni nei molti anni alla guida del Genoa. Riservato, silenzioso, in grado di scoprire qualità celate dei propri calciatori, cambiandogli il ruolo o rilanciandoli dopo alcuni anni bui. In allenamento cura alla perfezione, quasi in modo maniacale, ogni fase della gara. Da quella difensiva a quella offensiva, ogni azione della sua squadra non pare mai improvvisata. Gasperini è un trasformista, sa rimodellare tutto ciò che gli passa tra le mani adattandolo alla sue idee di gioco.

Nella fredda Bergamo ha portato con sé una brezza rivoluzionaria; con lui niente è scontato, non esistono gerarchie, tutto può cambiare da un momento all’altro. Ovviamente a fin di bene. Così ecco che, dopo l’avvio deludente, rinuncia a quelli che erano considerati tasselli inamovibili per il suo gioco (vedi Carmona, Grassi e D’Alessandro) facendo un passo indietro, e “inventandosi” Spinazzola esterno a tutto campo, Kurtic trequartista, con un passato recente da difensore, e già 5 gol all’attivo, e consacrando titolare Patagna, a discapito dei più affermati Paloschi, e Pinilla con cui non c’è mai stato feeling.

Anche il torinese non ha paura nel prendere decisioni inaspettate, all’apparenza quasi folli. L’esempio più recente è l’aver schierato titolari due ragazzi classe ’99, Bastoni e Melegoni, nell’ultimo match vinto contro la Sampdoria. Ovviamente due prodotti del vivaio orobico. La prima squadra (tra i 5 più importanti campionati al mondo) a schierare due ’99 dal primo minuto.

Ammetto che, a leggere l’anno di nascita di questi due ragazzini, mi sento anche io un po’ vecchio.

 Perché se la ride?

 

Come scrivevamo, entrambi hanno un passato comune, che li rende anche in questo diversi. Le esperienze milanesi e genovesi.

Da Milano se ne sono andati entrambi con la coda tra le gambe: Gasperini è l’unico allenatore a non aver vinto una partita ufficiale sulla panchina dell’Inter (stagione 2011/2012 – 4 sconfitte e 1 pareggio); il serbo è stato esonerato dal Milan (stagione 2015/2016) a 6 partite dal termine, con la squadra in lotta per Europa League, e una finale di Coppa Italia conquistata (il Milan perderà la finale contro la Juve, e verrà scavalcato dal Sassuolo…a proposito di modelli).

Per entrambi, invece, Genova è stata l’esperienza più significativa. Gasperini si è seduto sulla panchina del Grifone per 297 volte e ha ottenuto una promozione dalla B alla A, e due qualificazioni sul campo in Europa League. Mihajlovic, in cerca di un centro di gravità permanente, si è seduto su quella blucerchiata per una sola stagione e ha centrato la promozione in Europa League (poi sprecata da Zenga) in seguito all’estromissione appunto del Genoa di Gasperini, che non era in possesso della licenza UEFA.

In quell’annata (2014/2015) ad aver la meglio nel derby della lanterna è stato il serbo con una vittoria all’andata e un pareggio al ritorno.

Per entrambi, la nuova esperienza, quella bergamasca e torinese, rappresenta la concreta possibilità di esprimere totalmente il proprio pensiero all’interno di progetti a loro modo ambiziosi, ma senza le pressioni di un ambiente come lo è stato Milano.

La gara di domani

Sarà, dunque, la sfida tra due pensieri di gioco differenti. All’andata finì 2 a 1 per i lombardi, grazie a un rigore di Kessiè sul finale. Mihajlovic in casa cerca la rivincita per riaprire i giochi per l’Europa e riprendersi da una fase calante.

Ma sarà anche una sfida tra due società tutto sommato analoghe, le prime della loro classe, le “secchione” che ultimamente sono riuscite a dare parecchio fastidio alle big, nonostante abbiano fatturati, relativamente, modesti.

I granata potranno puntare su un Belotti particolarmente motivato, non solo per il rientro dopo la giornata di squalifica. L’Atalanta lo scartò quando era un bambino – col senno di poi – e così fu preso nelle giovanili dell’ Albinoleffe, l’altra squadra di Bergamo. A volte, anche i primi della classe sbagliano…

 Guardate dove sono arrivato? E non mi fermo…

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