Trust The Process

Partiamo con una comparazione all’apparenza complessa.
Il piacevole stupore nel vedere LeBron James, alla veneranda età di 33 anni, confezionare giocate fuori dalla logica è uguale, se non minore, a quello di rivedere i Philadelphia 76ers combattere per partecipare ai PlayOff. Questo paragone per molti potrebbe essere casuale, ma non è proprio così. “The Chosen One”a fine stagione, ma sembra già da ora, valuterà diverse opzioni di contratto e, tra le squadre che si sono messe in pole position per provare ad accaparrarsi il 23 dei Cavs, sembra ci siano gli stessi 76ers. Il corteggiamento di questi ultimi, o almeno dei loro tifosi, non segue le normali contrattazioni: ispirandosi al film “Three Billboards outside Ebbing, Missouri”, hanno infatti innalzato un cartellone senza bisogno di alcuna spiegazione.

James, Complete The Process? |numerosette.eu

Complete The Process. Un quintetto micidiale con Embiid, Simmons, Saric, Convington e lo stesso LeBron. Ma per appunto, mettere la ciliegina sulla torta alla rinascita di Philly, bisogna continuare sulla strada intrapresa in questa stagione e cercare di far bella figura in Post Season. L’idea tattica di coach Brown si è finalmente concretizzata sul campo e sta regalando belle soddisfazioni, ma cerchiamo di andare più a fondo nelle dinamiche dei 76ers.

Rookie of the year?

L’anno corrente ha messo sotto i riflettori soprattutto Ben Simmons. Alla sua prima stagione in NBA, si sta già imponendo come uno dei migliori, quasi come un veterano. Tra l’altro, ha già anche raggiunto un traguardo da predestinato, diventando, dopo Oscar Robertson e Magic Johnson, il terzo rookie a toccare quota 1.000 punti, 500 rimbalzi e 500 assist nella singola prima annata.
Coach Brown ha capito bene le sue grandi abilità in cabina di regia e lo sta seguendo passo passo nel suo percorso di crescita, anche se lo vorrebbe provare nel ruolo di ala grande. Simmons, dal canto suo, ha fatto capire bene le sue intenzioni e ha dichiarato esplicitamente come il Playmaker sia il ruolo in cui si esprime al meglio. Allo stesso tempo, non ha però negato di essere aperto ad ogni tipo di sperimentazione da parte di Brown, con cui ha un ottimo rapporto.
Una fortuna per il coach di Philadelphia che tuttavia può permettersi di schierare il prodotto di LSU un po’ ovunque, viste anche le medie stagionali che recitano 15.9 punti, 8 rimbalzi, 8 assist e 1.7 recuperi in 34 minuti.
E poi ci sarebbe anche quella cosuccia che ha detto di lui James, di cui è grande amico. Giusto per tornare all’eventualità che il processo venga completato.

Joel, lo sceriffo di Philadelphia

Impossibile non parlare di Joel Embiid, il portabandiera di questo processo di rinascita totale della franchigia. E’ stato lui ad aver ridato una speranza che sembrava ormai perduta per molto tempo. Il ruolo del camerunese non si limita al suo lavoro di competenza, cioè al centro, ma quasi ad un tutto fare in mezzo al campo. Soprattutto in difesa non può che essere un gigante, con prestazioni da urlo e giocate che solo la sua stazza gli permette di compiere. In questa stagione sta volando poi su medie altissime – 23,2 punti di media, 11,1 rimbalzi e 3,2 assist per gara – ma ha ancora grandi margini di miglioramento. Lui stesso ha dichiarato come in situazioni più centrali della partita debba essere ancora più pronto.
Infatti, dei 232 tiri che Embiid ha preso negli ultimi 12 minuti, in questa stagione, ne ha mandati a segno 107 (il 46,1%). Il quarto finale è anche il meno efficace in difesa per Embiid, dove ha un rating decisamente minore rispetto al primo. A parte questo però, il suo contributo eccezionale a livello tecnico e la sua grande leadership stanno trascinando in alto i Sixers, in posizioni che non si vedevano da tempo immemore. Sta giocando con una doppia doppia di media a sera, e la sua capacità di tirare da tre è uno dei fattori principali del successo di Philadelphia, che aspettava da troppo tempo un giocatore con queste individualità. Embiid si è fatto conoscere anche per il suo carisma e l’energia trasmessa in ogni partita ai suoi compagni di squadra, che hanno aumentato la consapevolezza nei propri mezzi e nei clutch moments non hanno paura di prendersi il pallone decisivo.
Già alla seconda stagione si è imposto come uno dei migliori centri della Lega, con un bagaglio di skills niente male. Per info chiedere a LeBron.

Il croato dalle mani d’oro

Il grande vantaggio per coach Brown è di ritrovarsi una squadra molto versatile: a partire dai già citati Simmons ed Embiid, arrivando alla complementarietà di Redick e Covington nel tiro, fino alla versatilità di Dario Šarić, altro punto di forza di Philadelphia. Il croato ha migliorato i risultati del suo tiro a lunga gittata e ha fatto passi da gigante, sfruttando al massimo la sua perseveranza per coprire alcune lacune. Si è dato molto da fare per migliorare nel gioco senza palla e la fase difensiva si è notevolmente alzata di livello. Il grande cambiamento di Dario però è stata l’efficienza con cui ha segnato in questa stagione. Nelle percentuali del tiro da 3 punti ad esempio, Šarić ha fatto un grande salto dal 31,1% dello scorso anno al 40% di questo, il che è a dir poco incredibile. Altrettanto impressionante è stato il miglioramento nei tiri liberi: è salito dal 78,2% all’87% come percentuale di realizzazione. Inoltre questo suo secondo anno in NBA lo ha aiutato a crescere sotto il livello tattico e nei meccanismi dinamici delle gare, riuscendo alla perfezione a giocare con Simmons ed Embiid.

Waiting for the real Markelle

La presenza positiva di coach Brown, in questi anni molto bui, è servita allo sviluppo dei giovani talenti, con una mentalità concentrata esclusivamente sul futuro. A quelli già citati però, dovremmo aggiungere Markelle Fultz. La prima scelta del Draft 2017 non ha ancora avuto modo di dimostrare appieno le sue capacità, a causa di un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per quasi tutta stagione, e il suo ritorno in vista della Post Season ci dirà sicuramente di più sul prodotto di Washington. Anche se un Fultz con un buon minutaggio lo vedremo, con ogni probabilità, solo dal prossimo anno.

La maledizione delle scelte di Philadelphia intanto è continuata. La sorte e i risultati hanno voluto infatti che Philly avesse la grande chance di accaparrarsi i migliori giovani del Paese tra le prime scelte del Draft, ma sempre fuori per infortunio ancora prima di iniziare. Embiid è stato fuori per due stagioni, dal 2014, per ritornare solo l’anno passato, Simmons ha saltato la stagione scorsa e anche Markelle Fultz ha seguito questa “tradizione“, sebbene in forma minore, viste le cinque gare già giocate. Rientrato nella gara della notte, era dal 23 ottobre scorso che non calcava il parquet per un problema alla spalla destra, che ha influito negativamente sul suo tiro. La differenza si è subito vista e i 10 punti, 8 assist e 4 rimbalzi in 14 minuti della gara contro i Nuggets rappresentano, ad oggi, la sua miglior performance NBA.

Niente stravolgimenti

I Sixers si trovano in una situazione di grande stabilità e il reintegro di Fultz nelle rotazioni potrebbe minare questo stato di forma smagliante. Ristabilire le gerarchie andrebbe a creare non pochi interrogativi a Brown. Per il momento, si pensa al suo graduale reinserimento, che sta procedendo bene e il finale della stagione potrebbe etichettarlo come l’asso nella manica della sua squadra. Fultz è un ottimo creatore di tiro uno contro uno, con un arsenale di pull-up, step-back e manovre intelligenti, che gli permettono di arrivare a scardinare le difese avversarie con agio. La voglia di vederlo all’opera a pieno regime, per mantenere tutte le buone parole spese, è davvero tanta.

Per capire ancora meglio la crescita pazzesca avuta dal team della Pennsylvania, basti vedere come siano una delle squadre migliori per realizzazione di tiri da 3 ogni 100 possessi, superati solo da Jazz, Celtics, Raptors, Rockets e Warriors. Ma andando oltre ogni statistica, il gioco dei Sixers sta godendo di una grande solidità e personalità. Gli schemi e l’ideologia implementata da Brett Brown stanno funzionando senza intoppi, grazie soprattutto alle individualità dei suoi ragazzi in vetrina.

Fattore panchina

Da sottolineare come, in mezzo a tutto questo, una parte fondamentale la stia occupando il nostro Belinelli, che si sta integrando sempre meglio nei meccanismi dei Sixers. Marco sta giocando con 24 minuti di media e il secondo field goal più alto della sua carriera (.459), subito dopo quello della stagione del titolo con gli Spurs (.485). Gli 11.5 punti a partita possono sembrare pochi, ma nella situazione attuale di Philadelphia sono di importanza vitale. E in ottica PlayOff, avranno sicuramente un loro peso.
La forza della panchina di Philly sta però anche nell’ampiezza. Ilyasova ha una media di 10.5 punti a partita, tira col 36% da dietro l’arco e prende 5,3 rimbalzi per partita di media. E, ancora più importante, la difesa di Ilyasova è formidabile e con Embiid forma una coppia di tutto rispetto.

In questo contesto, il sottovalutato Robert Covington si sta confermando come un tiratore implacabile e uno studio ha confermato un’incredibile consistenza sul parquet, a confronto di altri tiratori NBA. Insieme con JJ Redick e Dario Saric, sta dominando il tiro da tre punti in ogni gara. Covington non si sta risparmiando e, nell’ultimo mese, sta tirando col 46% dal campo e 44,2 % da tre, avendo toccato solo il 35% dei palloni giocabili. La maturità di Covington si misura però nel suo QI cestistico, che non si limita al suo cavallo di battaglia, cioè il tiro dall’arco, ma sta contribuendo fortemente anche alla fase difensiva.

Ora come ora, i Sixers dispongono quasi di una seconda squadra di alto valore, che diventa indispensabile in vista dei PlayOff. Indispensabile come la percentuale di field goal di McConnell vicina al 50% e la presenza di Amir Johnson che si stanno sentendo sempre di più, conquistandosi una buona parte del merito per le vittorie di Philadelphia. La lunghezza del roster, in questo caso, porta esplosività, grinta e giovani talenti da coltivare bene. Richaun Holmes è uno di questi e in Post-Season potrebbe giocare più minuti e avere chance di mostrare il suo valore, idem per Justin Anderson e l’incognita Timothe Luwawu-Cabarrot che molti aspettano di vedere quale contributo potrà dare. Capitolo diverso la situazione di JJ Redick, che a fronte dei suoi 34 anni sta cercando di mantenersi ai ritmi frenetici dell’NBA. Nonostante le difficoltà passate nei tempi scorsi però, sta rispondendo sul campo con la media di 16,5 punti e tirando con il 40,8% da tre. Un pezzo chiave nella spinta PlayOff dei Sixers.

Ad ogni modo è evidente che la scalata verso l’Everest del titolo è soltanto all’inizio, ma abbiamo imparato in questi ultimi anni come si possano bruciare facilmente le tappe e raggiungere traguardi insperati.
Nel frattempo ci piace credere che a Philadelphia qualcuno, almeno nella sua testa, abbia chiesto scusa a Sam Hinkie.

 

 

 

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