Nessun uomo è un’isola
Nessun uomo è un’isola
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una nuvola
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.John Donne
Ernest Hemingway amava a tal punto questa poesia di Donne da metterla come epigrafe di uno dei suoi libri più conosciuti, “Per chi suona la campana“, capolavoro autobiografico scritto dando voce a un suo alter ego, per narrare le vicissitudini vissute durante la guerra civile spagnola. Lo scrittore americano aveva visto in quelle righe un modo per ricordare a tutti, compreso sé stesso, che l’essere individualisti, il pensare che non si ha altra vita se non la propria, da condividere con nessuno altro al di fuori della propria mente, è qualcosa di completamente sbagliato.
La poesia, scritta nel 1624, è quanto mai attuale, realizzazione completa del fatto che l’uomo, per quanto sia un essere dotato di intelligenza sociale, si dimentica spesso di condividere le proprie emozioni con gli altri, così come facilmente lascia naufragare in un insistente egoismo la sua indole animale. Leggere le righe di Donne, soprattutto quel titolo, “Nessun uomo è un’isola“, permette a chiunque lo abbia tra le mani di fare mente locale riguardo ciò che sta facendo e vivendo, chiedendosi se sia giusto il modo di esistere che si sta avendo.
E’ meraviglioso come, nello sport di squadra, questa poesia di Donne, l’estratto di Hemingway, o addirittura il solo titolo, possa calzare a pennello per il basket. ‘Ogni uomo è parte della terra, è parte del tutto‘, un granello di sabbia nella distesa di una franchigia che conta ogni singolo e minuscolo elemento in maniera fondamentale, dal più piccolo al più grande. Giocare insieme, ricordarsi che l’egoismo non è parte del gioco, ha aiutato i Cavaliers a diventare una famiglia, a non chiedersi ‘per chi suona la campana’, a lavorare in gruppo lasciando da parte l’individualismo, raccogliendo, già dallo scorso anno, successi importanti da condividere tra giocatori e tifosi. La ventinovesima vittoria, la tredicesima sconfitta per i Suns, corpi morenti e sempre più destinati alla putrificazione in una lega dove sembrano davvero essere spaesati e fuori luogo. Non il coach, non i giocatori, ma la mentalità perdente e la bassa autostima, stanno condannando sempre più i giocatori di Phoenix, che non riescono a rigenerarsi da quelle ceneri che ormai li ricopre completamente.
Rigenerazione che sta provando ad avere Miami, con la seconda vittoria di fila in seguito a quella sorprendente contro i Rockets, stavolta contro i Mavericks di uno spento Deron Williams. ‘Se anche solo una nuvola venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita‘, così come se due braccia mancano all’appello ecco che la forza motrice di un team viene meno. Bene Matthews e bene Barnes, benissimo Nowitzki e ancora meglio Barea; ma se è vero che uniti si vince, allora bisogna davvero strigliare questa squadra, che ha molto talento, per quanto ‘âgé‘, e farla tornare ai fasti di una volta. Prendere esempio dai loro castigatori della notte, quei Whiteside, Dragic e Waiters da 57 punti in tre che stanno riscoprendo il significato di fiducia nell’altro.
La stessa fiducia che New York sta ponendo in Anthony, che quando riesce ripaga profumatamente tutti i credenti, che quando non esclama con il giusto verso, non può far altro che ingoiare il boccone amaro. E Wall ha preso una palla su un rimbalzo a pochi secondi dalla fine, proprio su un tiro di Melo e, come un veleno che si attiva lentamente, è andato a consegnare la pasticca amara nella bocca dei Knicks, vedendoli scomparire sotto l’effetto di quella malsana medicina. I Wizards stanno strabiliando tutti, persino loro stessi, con queste 23 vittorie che li hanno portati al quinto posto della lega, a una sola distanza da Atlanta. Sempre più giù invece gli arancioblu, undicesimi, con un piede nella fossa e uno sulla bilancia della fortuna, nel senso latino del termine, che risulta sempre nefasta quando si trova nei pressi del Madison Square Garden.
E così, mentre la dea bendata continua a camminare cieca tra i meandri dei palazzetti d’America, i Nuggets e i Clippers devono dichiararsi sconfitti contro Spurs e TWolves. Mattatori di serata con facilità estrema i primi, con qualche difficoltà i secondi. Mentre San Antonio passeggiava senza difficoltà sulle pepite di Denver, con un Leonard sempre decisivo, un Murray incredibilmente in serata e un Lee da doppia doppia, Los Angeles gestiva in maniera pessima il proprio vantaggio, fino a due minuti dalla fine, prima che Carl-Anthony Towns decidesse di mettersi in proprio per le ultime tre azioni, andando a decidere di chiudere il match con 37 punti e una vittoria. Non ha suonato la campana, ha suonato la sirena, è quando questo accade, bisogna sempre cercare di essere in vantaggio, per non convincersi di essere i peggiori, per non scivolare nelle nefandezze dell’insicurezza che attanaglia buona parte dei roster NBA.
Se è vero che “nessun uomo è un’isola“, allora è anche vero che in questo sport, tra queste mura, su questi parquet, ogni giocatore non è da solo. Sempre un compagno a fianco, sempre un cecchino pronto a coprire le spalle, sempre un generale attento dalla panchina a dispensare ordini. Ognuno di quelle persone è un tutt’uno con gli altri, una parte essenziale del cuore che respira alla sua destra o alla sua sinistra. Magari, in una chiave di lettura moderna, potrebbe essere riscritta così: “E quando la partita sarà finita, e tu sarai il vincitore, non chiedere per chi suona la sirena“.
