Il Lago dei Cigni

Tra le innumerevoli cose che sa fare il Calcio – e qui lo scriviamo con la C maiuscola, come se fosse un qualcosa super partes, come quando ci si rivolge ad un qualcuno di talmente tanto importante che non può essere considerato al nostro livello – c’è senza dubbio il “potere della conoscenza”. Benché in tutto il mondo si sappia giocare a pallone e si sappia ricollegare il tutto al pallone di cuoio, ognuno fa suo il concetto di football e lo organizza come meglio crede.

Se, però, può sembrare difficile e controproducente spulciare i campionati del vecchio continente per acculturarsi calcisticamente, una grossa mano ce la può dare l’Europa League: non c’è modo migliore per esplorare terre e posti mai visti – sentiti sì, perché comunque tutti abbiano studiato geografia nel corso della nostra vita. E tutti sappiamo che, lì come qui, coltivano barbabietole da zucchero.

E ce ne sono, di conseguenza, di squadre “curiose” nel tabellone della seconda competizione europea per importanza. Negli ultimi anni, fui affascinato prima dall’Ostende, danese – nella cui città era nato Hans Christian Andersen, autore de La Sirenetta – poi dall’Anzhi Mackackala, che era russa – salita alle stelle per gli acquisti di Hiddink, Eto’o e Willian – per ultima lo Shakther Karagandy, kazaka – che sacrificò una pecora prima della partita con il Celtic e, incredibilmente, vinse. Posso davvero capire Fekir quando, anche se con un po’ di arroganza, ammette di non conoscere il Papu Gomez: noi, obiettivamente, lo conoscevamo già per i suoi trascorsi al Catania, e certo, l’ultima stagione è stata comunque superlativa. Ma cosa direbbe lo stesso Fekir se si fosse trovato a giocare contro l’Ostersunds?

“Ostersunds? E’ per caso il nome di un mobile dell’Ikea?”

La risposta sarebbe stata praticamente la stessa: “non la conosco”. E non avrebbe tutti i torti: anche su internet, surfing the net come diremmo se fossimo inglesi, ci sono pochissime notizie sulla squadra svedese, e ricavare informazioni è impresa abbastanza ardua – a meno che tu non parli il vichingo o non hai dimestichezza tra i quotidiani scandinavi, cosa assai difficile.

L’Ostersunds, dicevamo. Di Ostersund (senza s finale).

Alle origini del mito

Squadra giovanissima, nata nel 1996 dall’unione di tre club del posto: Ope, Ostersund e Torvalla (e fino ad ora, immaginiamo, ne sapete come prima). L’intenzione di questa fusione fu il desiderio di consegnare alla cittadina una squadra che potesse competere nella massima serie del campionato svedese: neanche 50mila abitanti, meno di “paesoni” come Rimini o Forlì, che da noi sono realtà della Serie D. L’idea, però, era molto diversa dalla realtà dei fatti: i rossoneri si stabilizzano in Division 2, terzo livello del calcio svedese, e lì rimangono. Andò in crisi, ma fu proprio sfiorando il fallimento che risorse, come una fenice dalle sue ceneri. Il merito è soprattutto del presidente, Daniel Kindberg, che mosso da compassione e da qualche spiccio, evitò la scomparsa del club, e con accuratezza e fortuna lo portò fino alla vittoria in Svenska Cupen – e si sa, la naturale conseguenza delle vittorie nei tornei nazionali, da qualche anno, è la qualificazione in Europa League.

Addentrandoci meglio nella favola Ostersunds, troviamo da subito una colonna portante: sul passaporto c’è scritto Graham Potter, un inglese con un passato abbastanza sostanzioso in Football League. È da lui che Kindberg decise di porre le basi per la nuova scalata: curioso il fatto che Potter non allenava nessuna squadra professionistica, se non quella dell’Università di Leeds: il salto fu grande, tanto che lo stesso allenatore, inizialmente, non aveva la benché minima intenzione di trasferirsi in Svezia, tra mobili dell’Ikea e una temperatura che può scendere fino ai -12°. Eh già, qui il freddo non guardia in faccia nessuno.

Foto di gruppo. Dite cheese!

Con lui un altro inglese giunse ad Ostersund: Jamie Hopcutt, che allora solcava i campi di Northern Counties East Football League (praticamente la Seconda Categoria italiana). E nel corso della risalita, anche grazie a affiliazioni con la Nike e con club inglesi, la squadra si arricchì di elementi come David Accam (attaccante dei Chicago Fire e della nazionale ghanese), Jamal Blackman (portiere dello Sheffield United, in prestito dal Chelsea) e Moudou Barrow (esterno del Reading, ex Swansea). Nessuno di loro, però, è rimasto.

Probabilmente a causa anche delle strane abitudini di Kindberg, che alla fine di ogni allenamento faceva ascoltare ai giocatori “Il Lago Dei Cigni” di Tchaikovsky. Non chiedetemi il perché.

Bagno di gloria

Arrivato in Allsvenskan – la massima serie – nel 2016, come detto vinse subito la coppa nazionale, in finale contro il Norrkoping, non una delle più sprovvedute squadre scandinave insomma. A segnare, in un 4-1 senza storia, furono Nouri, Ghoddos e Gero, che compaiono ancora oggi nella rosa a disposizione di Graham. La vittoria li consegnò, oltre che alla storia, al secondo turno preliminare di Europa League; la doccia fredda del sorteggio, che li contrappose al grande Galatasaray, fu invece un bagno in una Jacuzzi. Vinsero anche contro campioni come Gomis, Muslera, Belhanda e Selchuk Inan, vincendo in casa e agguantando il pareggio all’Ataturk, che fu la tomba della Juventus in una lontana Champions League. I marcatori furono praticamente gli stessi, ma si aggiunse anche Hopcutt; la chiusura di un ciclo, con l’unico che dai dilettanti l’ha presa per mano e l’ha trascinata fino in Europa. Poi Fola (Lussemburgo) e PAOK (Grecia) caddero sotto le pellicce vichinghe.

Oggi l’Ostersunds si trova nel girone con Hertha Berlino, Athletic Bilbao e Zorya Lugansk, incredibilmente prima dopo due giornate, a punteggio pieno. Stasera ospita i baschi, sconfitti in casa dagli ucraini (si, questo girone non è normale.)

E se fosse stato davvero Il Lago Dei Cigni?

Il gol del definitivo 0-2 contro lo Zorya, ad opera di Gero.

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