Numerologia: David Villa

1.

Yves Coppens – per intenderci, lo scopritore di Lucy, l’ominide più famoso tra i nostri progenitori – formulò una teoria affascinante sull’evoluzione umana. Una siccità diffusa avrebbe reso più rada la giungla, costringendo le scimmie a scendere dagli alberi. La ricerca di cibo le avrebbe costrette perciò ad ergersi sulle zampe, per guardare più lontano in quella che ormai era diventata steppa, e riuscire così a cacciare. A proposito di questo momento decisivo per il genere umano Coppens ci regala due perle, che più che alla paleontologia sembrano legate alla filosofia. In quell’istante, i primi esseri umani, spinti dalla necessità, hanno sviluppato il proprio sistema nervoso sullo stimolo della linea dell’orizzonte e hanno scoperto, esplorato e pensato il mondo tramite i propri piedi. A pensarci bene, questa è la storia di David Villa, il progenitore del centravanti moderno.

Lo Spagnolo, come gli ominidi prima di Lucy, per necessità, per sopravvivere e poi eccellere nel mondo del calcio, ha dovuto proiettare se stesso sulla linea dell’orizzonte, calcistico ma anche concettuale, per superarla poi grazie all’unico mezzo che ha avuto per affermarsi: i piedi. Da lì, da quell’adattamento costretto, alla base dell’evoluzionismo, è nata una generazione di centravanti atipici, figli di quel folletto asturiano.

2.

Un giovanissimo David Villa | Numerosette Magazine
Non so voi, ma io credevo avesse il pizzetto anche da bambino…

Non sugli alberi, ma sottoterra. È qui che inizia la storia di Villa, non David, ma José Manuel, il padre del giocatore. Avrà un ruolo fondamentale nelle vicende del figlio, lui che di mestiere lavora in una miniera di carbone, cosa piuttosto comune trovandoci nelle Asturie. Qui David inizia come tanti a dar calci a un pallone, nel Langreo, la squadra del suo paese. La storia a questo punto potrebbe già fermarsi perché il ragazzino si rompe il femore. La spinta, però, la dà proprio José Manuel. Lui che nelle miniere era abituato ad avere a che fare con il carbone, nero, opprimente, forse ha capito prima degli altri che diamante fosse suo figlio. E se il carbone ti costringe a pulirti le mani quando lo tocchi, per togliere via le macchie fuligginose, un diamante invece ti chiede di curarlo, di lucidarlo, per far sì che effettivamente brilli.

Così José diventa il primo allenatore a scommettere realmente sul piccolo Villa e nel periodo della “riabilitazione” lo allena personalmente sulla tecnica individuale. Gli fa fare esercizi da fermo buttandogli di continuo il pallone su entrambi i piedi. David diventa così praticamente ambidestro. Il padre gli ha dato in questo modo gli strumenti necessari per il suo percorso, per quell’esplorazione costante di cui parlavamo prima. Non riprenderemo le solite retoriche – a volte, per carità, giuste – sul riscatto sociale di chi viene dal nulla. Quello di David, aiutato da suo padre, sarà un riscatto prima di tutto individuale, sempre tramite i suoi piedi.

3.

Lo chiamano El guaje, il bambino, in asturiano. In effetti Villa è piccolino, lontano dal prototipo di centravanti armadio a due ante al quale tutti siamo abituati. Viene scartato, per questo motivo, dall’Oviedo e preso, invece, nella squadra B dello Sporting Gijon. Sono i due riferimenti calcistici della regione dalla quale parte inevitabilmente l’esplorazione calcistica di David. Negli anni prima di approdare a Valencia, la sua carriera, come il sistema nervoso degli ominidi, si modella sulla linea dell’orizzonte, che di stagione in stagione riesce a proiettare sempre un po’ più in là. Parte con la squadra B e fa 13 gol, l’anno dopo – con la prima squadra e una categoria più su – ne fa 18, l’anno dopo ancora 20, poi 17 e 15 ma in Liga, con il Zaragoza che intanto l’ha comprato. I piedi hanno cominciato a muoversi rapidi ed il moto è ascensionale. Non ha bisogno di muovere il collo, come i primi uomini, per guardare più lontano, gli basta essere più veloce degli altri, più rapido sulle gambe e soprattutto col pensiero.Villa con la maglia del Zaragoza | Numerosette Magazine

Il primo stadio evoluzionistico del suo percorso termina all’arrivo a Valencia. A quel punto Villa è già Villa. I 13 milioni per acquistarlo – che oggi basterebbero per nient’altro che una buona punta per l’Empoli – garantiscono una dose massiccia di gol, che arrivano puntuali. Solo che, questa volta, quando esulta, sotto al suo nome campeggia un numero sette, nero sulla maglia bianca, che d’ora in poi diventerà il suo marchio di fabbrica.

4.

A Valencia la squadra è cult partendo anche solo dai nomi. Negli anni si susseguono i vari Aimar, poesia fatta giocatore, Silva, Joaquin, Albelda, Mata e molti altri oltre all’eterno Canizares. La linea dell’orizzonte si è inevitabilmente ampliata. Anche l’Europa ha imparato a conoscere questo centravanti strano. Non parte lì in mezzo all’attacco, si allarga, a volte a destra e a volte a sinistra; taglia dietro i difensori, calcia da fuori, non dà punti di riferimento. Sa di avere altre armi, altri mezzi, quelli che gli ha dato il padre José Manuel. È più piccolo degli altri, resta pur sempre El guaje, ma proprio per questo diventa immarcabile. Villa, negli anni a Valencia, è stato il falso nueve prima del falso nueve. I gol, tutto sommato, sono un contorno, è il concetto del ruolo che lui ha cambiato. Lo ha fatto per necessità e lo ha reso prassi, per cui ora anche in Serie C troviamo centravanti sotto il metro e settantacinque che partono larghi e non danno punti di riferimento. Lui è stato il primo.

Non occupa l’area, ma rimane al limite, riceve e calcia con il piede “debole”. 

È molto probabile che una tappa decisiva nel misterioso processo dell’evoluzione dell’uomo sia rappresentata dal giorno in cui un essere, che stava esplorando con curiosità il suo ambiente, fermò la sua attenzione su se stesso.

A teorizzarlo fu Konrad Lorenz, lo zoologo teorico dell’imprinting, a metterlo in pratica è stato David Villa, El guaje. Evoluzione ed esplorazione, insieme, spinti dalle necessità, facendo venir fuori un giocatore nuovo.

5.

L’irrequietezza è una normale tendenza dell’animo umano. Non c’è bisogno di scomodare Leopardi, la noia e la siepe che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, è una cosa che viviamo noi. Se abbiamo già qualcosa desideriamo altro, non ci accontentiamo. Questa è la spinta più grande del progresso, in ogni campo. E allora David Villa, come un Thomas Edison calcistico, con la sua lampadina tattica non poteva non incontrarsi con l’interruttore giusto, con uno al quale la luce del colpo di genio si accende spesso. Nell’estate 2010 è il Barcellona a bussare. Sì, quel Barcellona di Pep Guardiola che del falso nueve ha fatto il suo marchio di fabbrica. L’impazienza è tale che il nostro numero sette si dichiara addirittura disposto a cacciare di tasca propria la cifra che separa la richiesta del Valencia dall’offerta blaugrana.

In questo gol c’è tutto Villa. Si allarga per non dare punti di riferimento, salta l’uomo e segna col sinistro, lui ambidestro per eccellenza.

Il contesto tattico è perfetto, ne esalta le caratteristiche. Non gli viene chiesto di fare nient’altro rispetto a ciò che sa fare meglio. È il momento più alto della sua carriera. Sembra che per una volta sia giunto, sempre esplorando con i suoi piedi, a calpestarla quella linea dell’orizzonte che aveva sempre cercato di scavalcare guardando oltre, tirando il più possibile su il collo. Ora è lì, non c’è nient’altro da esplorare; del mondo del calcio conosce il centro e le periferie fino alle frontiere ultime. Dalle miniere delle Asturie è venuto fuori non carbone, ma un diamante perfetto, lucidato da José Manuel perché tutto il mondo lo guardasse.

6.

Tra il cinquecento e il seicento hanno esplorato e conquistato mezzo mondo e – per tirare di nuovo in ballo Konrad Lorenz, allargando l’imprinting a più ambiti – l’attitudine all’espansione è rimasta agli Spagnoli. E così, da Tuilla, un buco – anzi, una miniera – nelle Asturie fino al tetto del mondo. Esplorando, sempre, con la roja. Anzi, con la miglior generazione di tutti i tempi della roja, quella fatta a sua volta a calco sul miglior Barcellona di sempre. Neanche in un contesto con un tale coefficiente di talento Villa può accettare di essere marginale. Ce lo ritroviamo, così, miglior marcatore ogni epoca della nazionale spagnola, con 15 (!) gol più di Raul – non proprio l’ultimo arrivato – e 21 (!) più di Fernando Torres.

David Villa con la maglia della Spagna | Numerosette Magazine

Capocannoniere a Euro 2008, capocannoniere a pari merito con Muller al Mondiale vinto nel 2010, solo il fato l’ha fermato con un infortuno alla tibia impedendogli di partecipare ad Euro 2012. Ovviamente aveva terminato il girone di qualificazione da capocannoniere. Perché se il gol ce l’hai nell’orizzonte del tuo sistema nervoso, se l’hai sempre conosciuto tramite quei piedi che ti hanno portato ovunque, ti possono solo spezzare una gamba per fermarti.

7.

I finali di carriera vengono sempre poco considerati, specialmente se in campionati lontani da quelli europei, quasi esotici. Ma forse proprio lì troviamo la natura più autentica del giocatore. Quando i riflettori vengono puntati da un’altra parte si è più liberi di fare quello che si vuole, di seguire la propria attitudine. Lo spirito di Villa l’ha portato ad andare ovunque, a varcare frontiere calcisticamente inesplorate, perché era la sua unica possibilità per imporsi. Ora, ora che non gli si chiede più di essere Villa, quel Villa macchina da gol, può andare realmente dove vuole, questa volta fisicamente. Ha esteso al massimo il suo orizzonte, è arrivato il momento di godersi cosa c’è al di qua, per una volta.

Gli avversarsi sono quello che sono, ma il senso de gol è lo stesso.

E così c’è l’America, New York per la precisione, e l’Australia per una breve parentesi. Infine il Giappone, con il Vissel Kobe, dove ha rincontrato il vecchio amico Don Andrés. Finalmente lui, che ha sempre buttato lo sguardo oltre l’orizzonte, può fermarsi e guardare dietro. Questa volta, sempre esplorando, troverà una montagna – pardon, una miniera – di gol: sono i suoi, di David Villa, El guaje. Da Tuilla fino al tetto del mondo.

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