Identità Rossonera

È stato un anno complicato in casa rossonera. Quel castello di speranze e di nuove certezze, nel giro di pochi mesi, è stato violentemente colpito, ma non del tutto abbattuto. Dalle ferite ancora sanguinanti una voce chiama la resistenza: per la storia di ciò che fu, per quel che sarà. Il Milan del fondo Elliott, rappresentato da Paolo Scaroni, dopo una gestione economica non proprio lungimirante, ha già dimostrato maggiore consapevolezza sia durante la sessione estiva di calciomercato sia nella costruzione di una società salda e competitiva. Basandoci sulle prospettive calcistiche, l’obiettivo della nuova società è la qualificazione alla prossima Champions League. Passerà anche da qui, dal derby di Milano, dove i rossoneri si presentano in gran forma, trainati dal duo Suso-Higuain.

E da Ringhio Gattuso, manco a dirlo.

Un allenatore moderno

Se la scorsa settimana abbiamo parlato di come l’Inter di Spalletti abbia recuperato il mantra fondamentale dalla sua storia, anche il Milan di Gattuso non vuole dimenticare le peculiarità intrinseche all’epos rossonero. Mentalità e bel calcio: questi sono gli elementi della tradizione a cui ogni allenatore rossonero deve far fronte. Sarà stata l’era Sacchi, quella di Ancelotti, o l’ossessiva attenzione estetica e spettacolarizzante di un presidente come Berlusconi, di cui ben sappiamo fosse solito indossare la giacca da allenatore. In effetti questo Milan gioca bene, talvolta fin troppo. Le gare contro Napoli o Atalanta, ad esempio, dimostrano proprio come i rossoneri posseggano sì un importante tasso qualitativo, specialmente davanti, ma che fatica nella gestione di tutti i 90 minuti. Gli improvvisi cali fisici o di concentrazione, probabilmente, sono dovuti a un’ancora acerba gestione della partita.

Milan Atalanta | Numerosette Magazine

Gattuso è un allenatore giovane che ha vissuto ben poche esperienze significative prima di approdare al Milan e che rientra nell’ambito della “nuova” scuola di Coverciano. I repentini cambiamenti del calcio moderno, su cui si sono imposti soprattutto i dettami del calcio spagnolo, hanno probabilmente influenzato anche le nuove generazioni di tecnici italiani. Basti pensare a Montella, De Zerbi, Oddo, Simone Inzaghi e adesso lo stesso Gattuso. Prediligono più il possesso palla, la costruzione della manovra d’attacco basata sul palleggio, prevalentemente rasoterra, e spesso iniziata già dalle retrovie, piuttosto che un calcio maggiormente rivolto al pragmatismo, alla fisicità e ad una maggiore elasticità di adattamento di fronte ai vari momenti della gara. In Italia, però, le due scuole di pensiero tendono inevitabilmente a scontrarsi più gravemente che altrove.

Il Milan sposa quindi una versione estetica seppur autolesiva, fine a se stessa; quel che traspare dal volto consumato di Ringhio è una volontà di un controllo quasi maniacale della gara, per imporre il proprio gioco e puntare su quegli elementi essenziali già citati della nuova leva. Eppure, il Milan non è sempre riuscito nell’intento; un andamento oscillante all’interno delle partite, mai lineare, come se calassero mentalmente e fisicamente nel momento in cui giocare con gli stessi ritmi dei primi 40-45 minuti non fosse più possibile. Potremmo quindi addurre a tale problematica un difetto della preparazione fisica della squadra quest’estate, o meglio, la maggiore attenzione rivolta alla gestione del gioco ha fatto sì che non si preservasse attentamente il fattore della condizione. Si tratta soltanto di supposizioni, certo, ma l’impressione sembra questa.

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Ciò non toglie i meriti di Gattuso, che da uomo di campo ha anzitutto saputo cogliere l’opportunità di saper infondere al gruppo una coscienza matura sì dei propri limiti ma che al contempo, rabbiosamente, desidera superarli. Non sono mai parole e situazioni semplici, queste. E non è un puro caso che, dopo anni di ombre sul campo e di sagome amorfe sedute in panchina, le due milanesi abbiano voluto puntare su due figure così carismatiche. Il Milan ai milanisti, questo si recita da ormai diversi anni nelle zone di Milanello, e così sta avvenendo: i ritorni di Leonardo, Maldini e – si dice – di Kakà all’interno dell’organigramma societario sono una dimostrazione più che eloquente di questo diktat.

Proprio l’ex direttore sportivo del PSG ha riportato in auge un concetto fondamentale: “Siamo il Milan“. Già, perché la tradizione non va mai trasformata in ossessione ma neanche gettata nell’oblio, e le parole di Leonardo dopo il pareggio interno con l’Atalanta fanno riferimento proprio a quello. A quella mentalità vincente, da ritrovare.

Milan, il ritorno di Leonardo e di Maldini | Numerosette Magazine

I belli di Milano

Già, i belli; non c’è dubbio, il Milan esprime il calcio più gradevole agli occhi del capoluogo milanese. Il gioco dei rossoneri è basato sull’essenziale ed efficace 4-3-3, dopo i disastri montelliani dello scorso anno, quando a ogni giornata nessuno sapeva bene con quale modulo la sua squadra sarebbe scesa in campo. E forse nemmeno gli stessi giocatori ne erano realmente a conoscenza. Dunque, se Spalletti ha riedificato per la sua squadra un’anima, ma non una chiara identità, Gattuso ha puntato fin da subito su quest’aspetto. I rossoneri, infatti, per sfruttare ampiamente le qualità dei singoli, puntano, come già detto, all’imposizione del proprio gioco sull’avversario. Non è infatti una squadra estremamente fisica, tutt’altro: lo stesso Kessiè non è un incontrista vecchia maniera, ma un tuttocampista con la licenza di aggredire gli spazi fino al determinante inserimento in area di rigore. L’ingresso delle due mezz’ali di centrocampo è infatti una delle trovate più interessanti di questo Milan, come dimostrano anche i gol siglati dall’ivoriano. E soprattutto, da Jack Bonaventura.

La difesa rossonera, proprio per non concedere troppo spazio a centrocampo agli avversari, mantiene alto il suo baricentro. Manca ancora, forse, un preciso senso della posizione, tant’è che la maggior parte dei gol subiti sono dovuti a un eccessivo ripiego nella propria area di rigore, fino a restarne schiacciati. Superata comunque la prima fase d’impostazione, con Biglia, la manovra offensiva è affidata ai piedi di Suso, che sembra aver recuperato a pieno la propria condizione, e di Calhanoglu, ancora bisognoso di conquistare il proprio spazio nel campo e la propria dimensione nel tridente. E infine c’è Higuain, per cui parlare dei gol sarebbe increscioso: il nuovo numero 9 del Milan è il fulcro del gioco offensivo di questa squadra. Sembra un 10 più moderno, che un 9 d’area. Tutto passa dai suoi piedi, fino a ricordare, per il suo ruolo da attaccante di manovra, quell’Ibrahimovic che in rossonero è riuscito a consacrarsi grazie a queste caratteristiche.

Il gol realizzato contro la Roma è d’esempio: il baricentro alto e la fitta rete di passaggi sulla metà campo avversaria comportano maggiore densità in area di rigore. Il cross è solitamente l’ultima delle opzioni, non è mai largo e teso ma a tagliare verso l’area di rigore, come qui dimostra il lancio di Castillejo, o com’è solito fare da parte di Suso da destra. L’ingente presenza di maglie rossonere nella metà campo avversaria persiste anche dopo il primo cross del numero 7 spagnolo, così da pressare la prima fase di disimpegno degli avversari. E da lì riceve palla il Pipita, che serve meravigliosamente Cutrone. Pressing alto, possesso palla fino ai limiti dell’area avversaria, tendenza all’inserimento dalle retrovie: ecco cosa intendiamo quando parliamo di nuova scuola di Coverciano, su una filosofia tipicamente guardioliana.

Suso +1

Ce lo stiamo chiedendo: parlare di Suso a pochi giorni dal derby, azzardo o garanzia? È sicuramente inevitabile volgere lo sguardo anche nei confronti del numero 8 rossonero, appena convocato dalla Spagna e pedina fondamentale per questo Milan. Negli ultimi derby ha raggiunto vette inesplorate di esaltazione: degno di memoria il geniale assist verso Cutrone, quando i rossoneri riuscirono a imporsi di misura contro l’Inter nella stracittadina di Coppa Italia della scorsa stagione. Lo spagnolo, in realtà, ha cambiato ben poco del suo operato rispetto alle scorse annate. Forse con Montella ha dimostrato più dell’anno scorso di essere anche un buon realizzatore. Il rendimento di Suso resta comunque elevato; è inoltre consequenziale vederlo più largo, e quindi più lontano dalla porta, quando l’area di rigore è occupata da un attaccante come Higuain o dagli inserimenti dei centrali. Oltretutto, appare evidente che Gattuso stia già provando a farlo stringere maggiormente verso l’area di rigore, lui che può rendersi pericoloso anche con le conclusioni dalla distanza. Non a caso, infatti, le ultime due gare con Empoli e Sassuolo hanno ben definito questo aspetto.

Il proficuo dialogo che l’esterno spagnolo riesce a instaurare con i suoi centravanti è però inversamente proporzionale alla lieve difficoltà di gestione del pallone in zone più arretrate del campo. Come ha sostenuto lo stesso Lele Adani, Suso tende talvolta a mantenere per troppo tempo la testa bassa. Il numero 8, in sostanza, possiede una formidabile visione di gioco dalla propria trequarti campo, mentre aumentano le difficoltà quando è necessario un possesso palla più sterile ma utile per gestire i tempi di gioco. L’intesa con Higuain resta però uno degli aspetti più interessanti di questo nuovo Milan, con il numero 9 che necessita proprio di compagni di reparto calcisticamente intelligenti e tecnicamente capaci, caratteristiche proprie dello spagnolo. I numeri sono già estremamente eloquenti: 6 assist in 7 partite, secondo in Europa solo al diciottenne Jadon Sancho del Dortmund. Con la maglia della propria nazionale ha disputato la gara contro il Galles, vinta 4 a 1: due gli assist di Suso.

Una nuova intesa, per una nuova realtà. Il Milan abbraccia la novità, in tutto e per tutto, la tocca, le chiede persino chi vincerà il derby; non si sbilancia. Ha bisogno di scrollarsi di dosso annate storte, scelte sbagliate, e soprattutto una nomea europea che potrebbe pesare ai giovani rossoneri. Ha bisogno di tempo, di calma, per poter esprimere le proprie idee; non è la piazza né lo stadio migliore, San Siro non ha tempo da perdere. Ma dovrà aspettare, anche lui.

Intanto, si gode questo Milan bello e suicida, distruttivo e autodistruttivo, tra vecchie ruggini e nuove intese. Con un derby da vivere, il primo del Pipita. Contro Icardi, l’altro argentino di Milano che in area non perdona; lo spettacolo è assicurato, ma non solo.

Perché i belli di Milano sanno essere anche pragmatici.

Forse.

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