El Narizón

Come si scrive una storia?

Innanzitutto serve un personaggio principale, qualcuno al quale far compiere mille avventure, protagonista di peripezie che lo contraddistinguono e lo plasmano sin dalla prima riga. Un uomo o una donna, qualcuno che è pronto ad assumersi l’onere e l’onore di essere presente addirittura nel titolo del libro, della favola, del racconto. Non è semplice apparire dall’inizio alla fine della stesura come colui che fa cose che portano sempre del bene a tutti coloro che stanno intorno; eppure se ci si prende la responsabilità e la voglia di farlo, allora bisogna decisamente attuarlo in maniera perfetta.

Dopo aver trovato il protagonista, si deve cercare inevitabilmente un antagonista, qualcuno che si contrapponga all’eroe, impedendogli di arrivare alla fine della storia, di giungere in maniera semplice al lieto fine. Le armi a disposizione dell’antieroe sono molteplici, da quelle psicologiche a quelle fisiche, tanto che ci si può scontrare su più piani e in più campi. L’antagonista dovrà essere davvero bravo però per sconfiggere il paladino, perché le motivazioni che portano quest’ultimo a compiere il suo viaggio e a raggiungere la sua meta, sono sempre animate da intenzioni nobili e valorose, ben più di quelle del cattivo.

Una volta che i due personaggi principali sono stati trovati, ecco che devono essere rispettivamente affiancati da qualcuno che condivida i loro progetti: nobili e buoni per quanto riguarda il protagonista, terrificanti e nefasti quelli dell’antagonista. E allora si troveranno le varie spalle, gli scagnozzi, i leccapiedi e i rivali più ostici: i valorosi che combatteranno fianco a fianco l’uno all’altro, affinché si decida poi tutto nella battaglia finale, su un campo spazioso e infinitamente verde, sotto una pioggia melmosa e fastidiosa, dove il bene trionferà sul male e non appena il cattivo verrà ucciso, uscirà il sole.

Ma in seguito a tutto ciò, dopo aver definito i contorni di questi esseri che respireranno grazie all’inchiostro curvilineo gettato sul foglio, bisogna trovare uno scrittore che faccia lavorare l’immaginazione e la mano affinché tutto ciò accada. Dovrà essere bravo e volenteroso nel disegnare un fil rouge intrigante, appassionante, per rendere la storia non una delle tante, bensì tra le tante, una.

Sarò io lo scrittore. Sarà il basket l’inchiostro. Un argentino il protagonista. E non dico altro, rischierei di rovinarla. Questa storia mi piace raccontarla così.

Capitolo 1

El Narizón

Bahia Blanca è una città Argentina che si affaccia sull’oceano Atlantico, come se il suo sguardo fosse rivolto sempre verso l’orizzonte, a quel sole che sorge e tramonta illuminando prima il mare, poi le montagne, con quella sua voce rossa accesa, che scalda una popolazione che nella corso dei suoi secoli ha sempre avuto spazio sui libri di storia. Ma questa storia, come ho detto, non parla dell’Argentina, bensì di un argentino in particolare, nato nel 1977, un figlio di una generación dorada dove lui, senza presunzione, si può dire che ha brillato più di tutti.

Emanuel Ginobili, per tutti Manu, aveva qualcosa in più degli altri ragazzi, già in giovanissima età. Il più piccolo della famiglia italo argentina, nacque con due cose enormemente grandi: una evidente sin da subito, quel naso così grande da valergli il soprannome di narizón (nasuto) nomignolo che lo ha accompagnato lungo il corso di tutta la sua carriera. E l’altra, che tardò un po’ ad arrivare, fu la capacità di mettere la palla dentro un cesto, ciò che gli permise di dare forma a quella carriera.

El Narizon, la storia di Manu Ginobili | numerosette.eu

In tenera età il fisico era gracile e poco atletico, non troppo alto e difficilmente in grado di reggere contrasti duri come quelli del basket. Ma Manu aveva, oltre che al grande naso, una grande forza di volontà: ogni volta che le trasmettevano, divorava con gli occhi le partite di Michael Jordan, studiava i movimenti dei giocatori NBA, si lasciava andare davanti alla genialità di quei tiri e di quelle penetrazioni, senza lasciar scappare nulla dai suoi ricordi. Passarono gli anni e Manu crebbe, prese centimetri, ma il fisico continuò a non essere dei migliori; ancora gracile e, a detta di molti, poco predisposto al tiro dalla lunga distanza, si trovò per la prima volta davanti al suo nemico più grande: l’indifferenza della gente.

Nessuno credeva che sarebbe riuscito a diventare qualcuno, se non un normalissimo giocatore che avrebbe potuto continuare in terra natia a muoversi da una parte all’altra del campo. Ma ciò con cui allenatori, osservatori e quant’altro non avevano fatto i conti, era la grinta del ragazzo di Bahia Blanca: allenamenti duri, voglia di farcela, di crescere, di lavorare per diventare qualcuno, per avvicinarsi anche rimanendo lontano chilometri a quel fenomeno che guardava giocare in televisione.

Capitolo 2

Il Bel Paese

Così, dopo pochi anni giocati in Argentina, dove si prese carismaticamente la squadra della sua città, ‘el narizón‘ decise di sbarcare sulle sponde italiane, dove l’altra metà del suo cuore vive e respira. Prima con Reggio Calabria, poi con la Virtus Bologna, il ragazzo argentino cominciò a far parlare di sé, delle sue qualità incredibili che stavano pian piano emergendo, di quella testa che riusciva a elaborare parabole, passaggi e idee a una velocità difficile da spiegare, impossibile da pensare. Tranne che per lui.

EL Narizon, la storia di Manu Ginobili | numerosette.eu

Dopo aver fatto risalire la squadra calabrese in A1 accompagnandola nella stagione successiva sino ai quarti dei Playoff, l’anno successivo firmò con le V di Bologna, pronte a dare a Manu una piazza dove esibire le sue magie. Neanche a dirlo, lo fece eccome. Da buon prestigiatore, fece scomparire la palla dagli occhi di tutte le squadre incontrate in stagione, con trentatré vittorie consecutive e la vittoria in Eurolega, contro gli spagnoli del Tau Vitoria. E lì, durante quella che stava diventando la sua consacrazione a giocatore di basket, ci si accorse che era diventato troppo per questo paese: poteva e doveva fare il salto di qualità. Nel 1999 era stato scelto dagli Spurs, ma fu lasciato a maturare tra le romantiche colline bolognesi; venne ripreso nel 2002 da Buster e da un Popovich che lo considerava ottimo come sesto uomo, che lo voleva fortemente tra le maglie della sua catena.

Capitolo 3

San Antonio Spurs

La prima stagione con gli Spurs fu magica: 60 vittorie e 22 sconfitte, rookie del mese, fisso nelle rotazioni di un Popovich sempre più dipendente dalla sua testa e dal suo carisma. E anello. Nel suo primo anno in NBA vinse l’anello in finale contro i Nets. Affiancato da Duncan e Robinson si credeva invincibile, intoccabile, vittorioso da lì a molti altri anni, senza dover subire nessun tipo di sconfitta. E accanto a sé aveva anche Steve Kerr, uno dei paladini di quei Bulls che vedeva giocare di notte per non perdersi le partite di MJ. A adesso era lì, accanto a lui, a tirare triple su triple matando gli avversari.

El Narizon, la storia di Manu Ginobili | numerosette.eu

Sembrava un sogno, ma era la realtà. Ma come spesso accade, le cose non vanno sempre come si vuole. L’indifferenza della gente non era più un problema, ora tutti vedevano in lui un grande campione, ma nella stagione pre-Olimpica gli Spurs persero con i Lakers al secondo turno dei Playoffs. Non un disastro, visto che i gialloviola vinsero poi l’anello quell’anno, ma Ginobili si sentì privato di ciò che credeva potesse essere suo per due anni di fila.

Così, per non fare un torto a sé stesso, ma facendolo ai due paesi che più gli avevano dato cestisticamente, Manu partì per Atene carico di speranze e di voglia di vincere con la sua nazionale, cosa che non era riuscito a fare ai mondiali di qualche anno prima, dove perse in finale con la Jugoslavia, mentre adesso era arrivato il momento di fare sul serio.

Si erse a capitano del pensiero di una squadra baciata dal talento di Scola, Nocioni, Delfino, Sanchez: la parola in testa a tutti era “vincere”. E così fu.

El Narizon, la storia di Manu Ginobili | numerosette.eu

In semifinale fu il turno degli Stati Uniti, patria della sua nuova famiglia, degli speroni, dei suoi compagni di squadra Robinson e Duncan, di tutti quei texani che lo odiarono infinitamente in quella notte greca. E in finale, come tutti si ricorderanno, fu il turno dell’Italia. Il paese che lo aveva lanciato, che gli aveva regalato affetto e opportunità, che aveva in parte nel cuore, accanto alla bandiera albiceleste. L’Argentina vinse le Olimpiadi con quella generación dorada che fece invidia a molti.

Si pensava l’inizio di qualcosa di grande, a un periodo luminoso per una nazionale che aveva un futuro infinito e assolutamente radioso, come il sole che porta sulla propria bandiera. Ma così non fu. Le olimpiadi di Pechino e Londra furono entrambe sfortunate per la i ragazzi argentini, che avevano brillato di luce propria in una notte sulla penisola del Mediterraneo, che cominciarono a spegnersi lentamente tra le coste cinesi e quelle inglesi.

Capitolo 4

El Contusion

El Narizón, nonostante la sfortunata parentesi in nazionale, continuò a mostrare il suo talento in giro per l’America, conquistando altri tre titoli NBA, due chiamate all’All-Star Game e caricandosi anche di un nuovo soprannome: El Contusion (la contusione). In italiano non rende bene l’idea, ma in sostanza indica lo stile di gioco che aveva Ginobili: aggressivo, spericolato, geniale. Ma quando si cammina troppo vicino al bordo del dirupo, si finisce per cadere nel baratro, e così anche Manu finì per infortunarsi molte più volte di quanto non sperasse.

L’infortunio divenne il nuovo nemico giurato del Contusion. È qualcosa che accade spesso a chi pratica uno sport ad alti livelli, ma le distorsioni e le innumerevoli contusioni che si attaccarono alle gambe di Ginobili, non lo lasciarono più. Sempre meno in campo, pochi minuti giocati per quanto fondamentali, ma non tornò più quello di una volta.

El Narizon, la storia di Manu Ginobili | numerosette.eu

Due giorni fa ha giocato l’ultima partita da titolare contro gli Warrios di Curry e Durant. Per quasi tutto il tempo, ha tenuto palla e ha dettato i ritmi di gioco. Non aveva più Duncan al suo fianco, così come non c’erano Robinson e Kerr. C’erano ragazzi più giovani di lui, sia accanto che davanti, così come in panchina.

Durante ogni passaggio avrà pensato che dopo quello ne avrebbe potuto fare uno peggiore, perché l’età non aiuta a essere lucidi mettendo minuti nelle gambe. Probabilmente dopo ogni penetrazione avrà pensato di non riuscire più a ripetersi, perché non tutti sono come il vino, che rimangono chiusi e intonsi nelle bottiglie finché non vengono stappate. Sicuramente all’uscita dal campo avrà pensato che verrà qualcuno migliore di lui nel passare e nel penetrare. Ma non subito.

Perché forse, alla fine dei conti, il talento quel ragazzo lo aveva grande quanto il suo naso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.