Preda o cacciatore?

All’inizio della Regular Season, come sempre accade, la prima domanda da fare a chi è direttamente coinvolto deve essere: chi è la preda e chi il cacciatore? La risposta non è mai scontata, non è mai descrivibile in poche righe, perché per ogni ‘se‘ o ‘ma‘, intervallati da ‘eppure‘ conditi con un sintomo di convinzione di troppo, si celano le incertezze che nel territorio americano si chiamano NBA.

Per ogni giocata maestosa, se ne vede una decisamente pessima e cosi via per ogni fischio dubbio se ne sente un altro che viene prontamente acclamato da plausi e sorrisi. Il territorio di caccia con parquet e canestri è questo, una continua savana dove il più forte sopravvive, dove chi non è in grado di mostrare zanne e artigli non può far altro che soccombere.

Lo sa bene Atlanta e ancora meglio coach Budenholzer che, dopo aver vinto il premio di ‘coach of the year‘ due stagioni fa, arrivando a sfiorare il titolo a Est, è caduto con i suoi Hawks in un profondo buio, dal quale vuole uscire con fucile imbracciato e mirino ben puntato sugli avversari, per provare a ripetere (e migliorare) il quasi miracolo del 2014-15. Per ora, le aquile della costa atlantica sono riuscite a svettare su tutti con tre vittorie, sconfiggendo nella notte i Kings di un Cousins ‘bifronte’, con quella doppia personalità che continua a essere il tallone d’Achille di un giocatore decisamente forte nell’atteggiarsi, spesso troppo scarno nella continuità.

Chapeau invece alla coppia Howard-Schroeder, con l’ex Orlando che sembra essere tornato alla sua giovinezza, con il tedesco che sta finalmente cominciando a capire come bisogna muoversi tra le maglie dell’NBA. Il risultato sono stati 35 punti in due, Millsap e Bazemore andati in doppia cifra con le loro penetrazioni e i tiri dalla media distanza. Un vero e proprio cecchino invece Korver, con le sue 5 triple su 8 tentativi, medie da giocatore che vuole dire la sua in questo Campionato.

Così come stanno dicendo la loro anche i Bulls del figliol prodigo Wade, tornato a casa e finalmente portatore sano di competizione nella città del vento, cosa che mancava dai tempi di un certo #23 tra i palazzi dell’Illinois. I tori rossi hanno anche loro vinto le prime tre uscite, trovandosi primi (solo per differenza punti) davanti ai Cavs a Ovest, dove si stanno preparando per la prossima partita contro Boston.

Si, perché mentre Brooklyn è stata sconfitta agilmente dal roster di Hoiberg, con sette giocatori in doppia cifra, motivo del punteggio finale di 118-88, i Nets sono ancora un cantiere aperto, in piena costruzione. Va bene il progetto, d’accordo che sono ragazzi giovani che devono crescere, ma tutto questo non aiuta di certo Atkinson nel far girare la squadra. Il solito Bogdanovic e l’acquisto dell’estate Jeremy Lin stanno provando ad arginare gli attacchi avversari ogni notte, senza essere però ancora riusciti a creare un muro di cinta tale da proteggere il proprio canestro.

E quindi le teste di Butler e Rondo, così come quella di Dwyane, erano già verso il match di casa contro i Celtics, mix di gioventù e bravura che a mano a mano che si procede comincia a prendere sempre più forma. Certo, l’unica sconfitta dei leprecauni è avvenuta finora proprio per mano dei Bulls, ma questo non significa che non abbiano capito la lezione.

Continua a sparare senza paura e senza pietà DeMar DeRozan, che a questo punto comincia a far gridare il suo nome forte e chiaro per i papabili pretendenti all’MVP. Sia chiaro, è ancora presto, è solo la seconda settimana di campionato, ma se un ragazzo di 27 anni, nel pieno della sua maturità cestistica, ha già superato i 30 punti in ogni partita giocata finora, significa che forse ha finalmente capito che il talento che ha non deve essere sprecato.

Per questo ha preso per mano dalla prima partita i suoi compagni, Lowry e Carroll su tutti, spiegando come bisogna ruotare e darsi una mano a vicenda, tanto in attacco quanto in difesa, perché la giungla a stelle e strisce è dura per tutti, ma non deve esserlo per i Raptors. E così contro i Nuggets ne hanno fatti 33 lui e 29 Lowry, in un match combattuto fino alla fine, chiuso poi vittoriosamente 105-102.

Peccato per il Gallo, quest’anno ritornato da subito ai suoi livelli, in attesa di cantare insieme ai suoi tifosi per una stagione che potrebbe andare nel verso giusto per le pepite della montagna, vedendo anche Mudiay e Jokic che sembrano voler dare un vero e ricco contributo alla causa di una squadra che da tempo vuole emergere dalla nebbia profonda del suo inconsistente tempo condizionale, pronta e diventare un presente dell’NBA.

Nell’attesa i Clippers fanno ancora parlare di loro, vincendo nuovamente, stavolta contro i Suns a LA, sempre sopra nel punteggio, sempre padroni del gioco. Del resto Griffin, Paul e Jordan si conoscono da abbastanza tempo da poter giocare a occhi chiusi, e il nuovo innesto Crawford non può far altro che adattarsi a meraviglia in questo giro di palla egregiamente giostrato da Doc Rivers. Phoenix continua a piangere pensando ai tempi di Nash e Barkley, passando per il ricordo di uno Stoudemire che sembrava poter far grande di nuovo i Suns, che invece non ha cambiato poi tanto, che in ogni caso fa gridare alla sua mancanza.

Adesso la franchigia è nelle mani di Bledsoe e Dragic, con Watson che controlla la giusta disposizione degli schemi dalla panchina, senza però vederli quasi mai ben eseguiti, motivo per il quale non è ancora arrivata nessuna vittoria in questa stagione. Per carità, tanto cuore questi ragazzi, anche perché se così non fosse non avrebbero perso di soli 6 punti con i Warriors e non avrebbero costretto OKC all’Over Time; fatto sta che diventare grandi significa davvero fare il salto, non solamente provarci.

Cosa passa per la mente del cacciatore quando decide di prendere la preda? Cos’è che gli passa davanti agli occhi mentre sistema la visuale del mirino? E come riesce la preda a scappare da una trappola congegnata perfettamente dal cacciatore? La domanda probabilmente non ha una risposta certa, perché è come a una partita a scacchi: esiste sempre un mossa contraria. E così anche nella savana la legge del più forte finisce per avere la meglio, ma se la preda capisce di essere più forte del predatore, chissà che le carte in tavola non cambino, chissà che non ci si possa divertire davvero.

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