Irriconoscibili

Le due partite contro Ucraina e Polonia rappresentavano scogli decisivi per il percorso di Mancini in Nazionale. Non per il peso particolarmente ingombrante di queste due sfide – un’amichevole e una gara di Nations League non possono segnare in modo profondo la storia di una squadra e del suo tecnico. Più che altro erano importanti per segnare un punto ed iniziare a dare una chiara direzione tattica agli Azzurri. Si sono viste alcune cose positive, una certa continuità – finalmente – nella ricerca di determinati aspetti del gioco e una chimica crescente tra i giocatori. E poi è tornata la vittoria, che non è la cosa più importante ma fa bene all’ambiente e al morale di tutti. Cerchiamo però di andare nello specifico: cosa possiamo estrapolare dai 180 minuti disputati tra giovedì e domenica? A che punto è la Nazionale? In cosa è migliorata, cosa funziona e su quali aspetti si può lavorare ancora?

Titolari fissi

Nelle uscite di settembre contro Polonia e Portogallo, Mancini aveva schierato due formazioni diverse e due moduli differenti. Al 4-3-3 della prima gara, in cui si erano visti funzionanti meccanismi di pressing e una buona circolazione del pallone – ma troppi spazi lasciati vuoti in fase di non possesso, soprattutto a centrocampo – era stato contrapposto un più accorto 4-4-2 contro i lusitani, che aveva portato maggiore concentrazione del gioco sulle fasce, ma anche peggioramenti nel recupero del pallone e una certa stagnazione generale nel movimento di palla. Già nelle parole della conferenza stampa di inizio ritiro, il tecnico aveva sottolineato che ci sarebbe stato qualche giocatore che avrebbe disputato entrambe le sfide: questo concetto è stato estremizzato e a scendere in campo da titolari sono stati gli stessi undici. Il match contro l’Ucraina infatti ha dato indicazioni interessanti a Mancini, che ha voluto continuare a sviluppare gli stessi concetti con i giocatori che li hanno recepiti al meglio. Barella ha esordito con la divisa azzurra, ma già contro la squadra di Shevchenko ha convinto talmente tanto da meritarsi una conferma dal primo minuto anche contro i polacchi. Verratti e Jorginho hanno dimostrato di poter giocare assieme, nel ruolo di doble-pivote che Mancini gli ha ritagliato addosso. Il tridente con Bernardeschi – al momento il giocatore più centrale nello scacchiere offensivo della Nazionale – il falso nueve Insigne e l’anarchico Chiesa ha dato fantasia, creatività e fluidità sulla trequarti avversaria (anche se sono stati tutti colpiti da una forte carenza di cinismo). L’Italia aveva necessità di diminuire gli esperimenti e avere più sicurezze in campo: il Mancio l’ha capito e col giusto tempismo ha scelto un gruppo di titolari fissi, che magari verranno aggiustati e integrati più avanti, quando potrebbero rientrare nelle rotazioni giocatori importanti come Immobile e Pellegrini.

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Gli undici scesi in campo in entrambi i match disputati negli ultimi giorni. Da notare l’esordio di Barella e la posizione ibrida di Insigne.

Scenari tattici

Finalmente la Nazionale ha mostrato chiaramente la sua identità tattica, basata sul palleggio e la ricerca dei tre attaccanti nei mezzi spazi – per dare poi spazio alla loro creatività – in fase di possesso, e sull’aggressività in fase di non possesso, con i reparti che si muovevano in modo armonioso e il baricentro alto. Questa possibilità sembrava complessa da materializzare fino a solo un mese fa: Jorginho – perno fondamentale soprattutto con la palla al piede – era andato in grande difficoltà nelle prime due gare di Nations League, isolato al centro del campo a causa della posizione larga della mezzala mancina e a quella profonda dell’interno destro. Palla che scottava tra i suoi piedi, compagni sempre troppo lontani, privato di sponde nello stretto che sono fondamentali per farlo rendere al massimo.

La convivenza con Verratti, in questo senso, pareva essere ancora più complessa. Anche con Ventura non avevano mai giocato in coppia, sostanzialmente perchè sembravano troppo simili (entrambi bravi nello stretto, non velocissimi, volenterosi di avere la palla nei piedi). Mancini vuole che la squadra domini la partita con la palla tra i piedi: fare un tentativo di convivenza tra i due centrocampisti con la migliore visione di gioco nella rosa azzurra era quindi necessario per alzare a dismisura la qualità nell’uscita bassa. Il Mancio ha pensato di metterli molto vicini in campo – su una stessa immaginaria linea orizzontale – e di alzare Barella vicino al tridente, in modo da moltiplicare le possibilità di passaggio in verticale, pur mantenendo un’opzione semplice a pochi passi, evitando così di perdere palloni sanguinosi. Il tutto facilitato dai continui movimenti senza palla degli attaccanti, tutti molto bravi a venire incontro e a lavorare nei mezzi spazi tra centrocampo e difesa avversari. L’imbucata giusta poteva arrivare da Bonucci, Chiellini, Verratti, Jorginho: una quantità di opzioni che toglie punti di riferimento fissi alla squadra che copre l’altra metà campo.

Senza palla l’idea tattica è già ben oliata e funzionante: pressare alto, correre, raddoppiare. Con l’avanzamento di Barella c’erano quattro giocatori a schermare i difensori avversari – contro l’Ucraina come nel match con la Polonia – e anche le ulteriori linee della formazione di Mancini si sono sempre mosse col tempismo giusto. Le uniche occasioni regalate agli avversari – come i due tiri di Grosicki e Milik nel giro di pochi secondi ieri sera – sono state create in transizioni causate dallo sbilanciamento offensivo della Nazionale azzurra. Ci sono ancora miglioramenti da fare sulle corse all’indietro e sul recupero della posizione giusta non appena si perde palla: piccoli difetti, limature che però non vanno prese sotto gamba – basti vedere i grossi problemi di gestione dei contropiedi avversari che una grande squadra come la Germania si porta dietro dai Mondiali.

All’interno del gruppo della Nazionale messo in campo dall’ex-allenatore dell’Inter si stanno creando le prime sincronie, ma i ragazzi hanno giocato assieme solo per due partite, e inevitabilmente c’è ancora del lavoro da fare sulle combinazioni. In diversi momenti, infatti, si è notato come la correlazione tra i giocatori sia ancora un po’ troppo embrionale – come confermato da un dato solitamente anonimo come quello relativo al numero di azioni bloccate per fuorigioco, davvero troppo alto soprattutto contro la Polonia. I collegamenti cerebrali e dinamici tra chi è in campo sono rilevanti e aiutano tutti a rendere al meglio, creando unità tra le singole parti del puzzle.

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L’Italia, dopo il trasformismo delle prime gare con Mancini in panchina e i tentativi fatti per capire quali fossero i giocatori migliori per la sua idea di gioco, sembra aver imboccato una direzione ben precisa: quella dell’avanzamento palla a terra e dell’aggressività nel recupero della sfera. Per ora sembra funzionare bene, con alcuni problemi da sistemare come quello della freddezza sotto porta. Ripartire verso il prossimo obiettivo – la qualificazione agli Europei – con una personalità specifica e ben definita, implementata da subito nei giocatori, era fondamentale. Per il momento, mission accomplished.

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