Storie: l’Alavés e la finale più incredibile di sempre

Si dice spesso che ad essere ricordati nello sport sono soltanto i vincitori. Eppure nella stagione 2000/2001 una squadra riuscì ad entrare nella storia del calcio pur senza alzare alcun trofeo. Ci stiamo riferendo al Deportivo Alavés e alla sua incredibile cavalcata nella Coppa Uefa proprio di quell’anno. La corsa si spense a pochi passi dal sogno ma i baschi riuscirono ad entrare nel gotha del calcio grazie alla finale europea probabilmente più pazza ed emozionante di sempre.

L’ambientazione di questa favola dal finale amaro è la città di Vitoria-Gasteiz, capitale dei Paesi Baschi che ha una popolazione di poco più di 200mila abitanti. Questa bellissima cittadina si trovò nell’arco di una settimana al centro dell’Europa sportiva. Il 10 Maggio la squadra di basket della città (il Tau Vitoria) perse la finale di Eurolega, ma inaspettatamente il calcio offriva la possibilità di dimenticare questa delusione grazie all’avventura dei Babazorros (mangiatori di fave) nella mai troppo rimpianta Coppa Uefa. Con una cavalcata clamorosa la squadra locale arrivò fino alla finale di Dortmund dove avrebbe affrontato una delle nobili d’Europa, il Liverpool di Gerard Houllier.

L’Alavés non è certamente una squadra che abitualmente frequenta la Primera División del calcio spagnolo, anzi negli ultimi anni ha militato addirittura in terza serie, ed oggi è capolista in Segunda. Si sogna dunque il ritorno nel grande calcio, come nella stagione 1998/1999 quando riuscì a tornare nell’elité del calcio iberico dopo ben 42 anni di assenza. Nell’anno della promozione qualche soddisfazione i Babazorros l’avevano avuta, eccome, togliendosi lo sfizio di eliminare dalla Copa del Rey squadre “leggermente” più attrezzate come il Real Madrid e il Deportivo La Coruña. Ma era nulla rispetto alle emozioni che da lì a poco avrebbero vissuto. Dopo una prima stagione di assestamento in Liga nella seconda l’Alavés arrivò sesto, incassando solamente 37 reti e staccando il pass per l’Europa, roba che da quelle parti non osavano neppure immaginare fino a qualche anno prima.

La squadra è un equipo solido, ben costruito. In porta c’è Martín Herrera, il vincitore del Trofeo Zamora della Liga precedente, portiere argentino che avrà nella parentesi in terra basca il fiore all’occhiello della propria carriera. Sull’out di destra c’è Cosmin Contra, che i tifosi del Milan certamente ricorderanno soprattutto per un memorabile gol in un derby vinto per 4 a 2. Fu un’annata clamorosa quella del terzino rumeno, un autentico treno sulla fascia tanto che prima di finire a Milano il suo nome fu accostato al Real Madrid. Sull’out sinistro ecco Geli, affidabile terzino che contribuì alla conquista dell’indimenticabile doblete dell’Atletico Madrid nella stagione 1995/1996. La linea difensiva a 5 era completata dall’inossidabile capitan Karmona, dall’affidabile Téllez e dal norvegese Eggen, giocatore di esperienza internazionale e membro della nazionale norvegese.

Il quartetto di centrocampo era invece formato dal Pulpo Astudillo, argentino che militerà un decennio nel club basco e da Hermes Desio, argentino anche lui. Ci sono poi Ivan Tomic, meteora nella Roma di Sensi ma giocatore di assoluto spessore durante la parentesi in prestito in terra basca. A completare la mediana ecco il figlio d’arte Jordi Cruyff. Scomodare paragoni con il padre sarebbe ingiusto oltre che ingeneroso, ma Jordi a calcio sapeva giocare e anche bene. Militerà anche nel Barcellona e nel Manchester United e sarà uno degli elementi cardine di questo Alavés, il cuore pulsante della squadra. Questo variegato pacchetto di centrocampo sosteneva l’unica punta, El Búfalo Javi Moreno, autore di 28 reti in quella stagione (ben 6 in Coppa Uefa), che si guadagnerà una chanche nel Milan dopo questa annata particolarmente prolifica dal punto di vista realizzativo. Una punta stilisticamente e tecnicamente rivedibile, ma un autentico squalo dentro l’area di rigore (almeno in quella stagione dove gli dei del calcio erano evidentemente dalla sua parte). Assiduo frequentatore dell’undici titolare è anche l’attaccante uruguagio Iván Alonso detto El terrible.

A guidare dalla panchina questa squadra che non si presenta certo con i favori del pronostico è Mané, una vita nella classe media degli allenatori di Spagna, basco doc, che vedrà nella cavalcata dell’Alavés il culmine della propria carriera e che rifiutò la panchina del Valencia, convinto erroneamente che la finale della Coppa Uefa sarebbe stata l’inizio e non la conclusione della favola dei Babazorros.

formazione alaves

Il cammino nella memorabile cavalcata verso Dortmund inizia in maniera titubante: pareggio a reti bianche tra le mura amiche contro i modesti turchi del Gaziantepspor. A scongiurare un prematuro addio alla competizione è il 4 a 3 in Turchia (doppietta di Tomic) che permette ai Babazorros di superare il turno. Sono già grandi emozioni e spettacolo, e siamo ancora al primo turno…

Archiviata la pratica Lillestrom (1-3 in Norvegia e 2 a 2 a Vitoria) è la volta di un’altra formazione della Terra dei fiordi. Stavolta si affronta un club decisamente più titolato è più abituato agli appuntamenti europei. Stiamo parlando del Rosenborg, spazzato via però da un secco 3 a 1 esterno dopo l’1-1 in terra basca.

Gli ottavi di finale dovrebbero segnare il capolino della formazione di Mané che affronta l’Inter, che tanto per ricordarlo ai più giovani, arruolava giocatori del calibro di Zamorano, Vieri, Seedorf e Recoba. Sentenza di morte annunciata per l’Alavés che riesce a strappare un fortunoso pareggio casalingo. Una rete di Javi Moreno illude i baschi che sembrano crollare sotto i colpi di uno scatenato Recoba (doppietta per El Chino) a cui si aggiunge l’ennesimo timbro stagionale di Christian Vieri. Un uno-due firmato Téllez e Alonso rimette però inaspettatamente la situazione in perfetto equilibrio. Certo, all’andata l’Alavés è riuscito a sopravvivere ma vincere a San Siro, la scala del calcio, pare una vera e propria utopia. Invece nel return match la situazione rimane in perfetto equilibro fino alla mezzora della ripresa quando un autogol di Cirillo e il raddoppio di Tomic spianano la strada ai Babazorros, facendo piombare la notte sui nerazzurri che verranno pesantemente contestati e saranno vittime di un copioso lancio di oggetti dagli spalti al fischio finale.

inter-alaves

Il sogno continua e nei quarti di finale c’è un derby spagnolo che fa sognare due intere tifoserie non abituate a questi palcoscenici. Ad attendere Javi Moreno e compagni c’è infatti il Rayo Vallecano; i Bukaneros vengono demoliti tre a zero a Vitoria, e a nulla vale il 2 a 1 del ritorno: in semifinale ci va l’Alavés.

La semifinale è certamente il turno più spettacolare, in cui gli uomini di Mané indossano il vestito da gala e demoliscono letteralmente i malcapitati tedeschi del Kaiserslautern, travolti 5 a 1 in Spagna in una partita in cui Cosmin Contra veste per una sera i panni di George Best e sigla una doppietta, e nel ritorno in Germania per 4 a 1. I tedeschi sono stati distrutti, e non stiamo certo parlando di una squadra materasso: nel Kaiserslautern militavano fra gli altri Miroslav Klose, Youri Djorkaeff e Olaf Marschall, oramai in declino dopo aver regalato ai Diavoli rossi la clamorosa Bundesliga del 1997-1998, vinta da neopromossa. Il biglietto per Dortmund è stato staccato, adesso si può veramente pensare di scrivere la storia con la S maiuscola. Ad attendere i baschi in finale però c’è un avversario troppo grande, una delle nobili del calcio continentale, un mostro rosso che vorrebbe frapporsi tra l’Alavés e la gloria eterna: il Liverpool.

Il match conclusivo si gioca il 16 Maggio al Westfalenstadion davanti a 65.000 spettatori che assisteranno ad uno dei match più assurdi ed emozionanti che la storia del calcio ricordi. L’Alavés sfoggia una divisa speciale per l’occasione: una maglia blu con una banda gialla (simile a quella del Boca Juniors), accolta in maniera non troppo positiva dalla tifoseria. Anche nelle precedenti partite della competizione la tenuta dei baschi non sarà la tradizionale maglia bianca e blu bensì una maglia rosa, colore che richiamava i vini della regione, autentica specialità locale. Una curiosità: in tutta la coppa Uefa l’Alavés avrà ricamato sulle proprie maglie i nomi dei soci del Glorioso.

L’avversario come detto è il Liverpool. I Reds possono contare su Michael Owen nel miglior periodo della sua carriera ma non solo: a far coppia con il Wonder Boy del calcio inglese si alternano Heskey e il vecchio volpone Fowler, mentre a centrocampo la qualità è garantita da Steven Gerrard, senza dimenticare il pragmatismo tedesco garantito da Hamann in mediana e Babbel in difesa. Il Liverpool non è però solo qualità ma anche tanta quantità, con una difesa solida guidata e un centrocampo quadrato, ben assortito dall’allora manager Gerard Houllier.

formazione liverpool

Cornice spettacolare, adrenalina alle stelle, un avversario prestigioso: c’è tutto affinché i numerosi tifosi baschi accorsi in terra teutonica possano vivere una notte da ricordare. In campo però manca la loro squadra, che praticamente resta negli spogliatoi ad inizio partita. Al minuto numero 16 l’incontro sembra già finito: Babbel e Gerrard non hanno infatti perdonato la scarsa verve agonistica dei Babazorros e il Liverpool è avanti due a zero. La contromossa di Mané è disperata ma serve a dare una scossa ai suoi: fuori il difensore centrale Eggen, dentro la giovane punta uruguagia Iván Alonso, El terrible.

La mossa sortisce gli effetti sperati perché l’Alavés sembra dare segnali di risveglio ed è lo stesso Alonso al 28° minuto ad accorciare le distanze. Una scarica di adrenalina che spaventa il Liverpool, che ora subisce la reazione di orgoglio degli uomini di Mané. Ma a pochi minuti dal termine della prima frazione arriva una colpo che avrebbe steso il Tyson dei tempi migliori: rigore per i Reds. McAllister non è in vena di regali dagli undici metri e porta i suoi all’intervallo con un rassicurante doppio vantaggio.

Con il match tornato saldamente sui binari dei Reds l’incontro pare nuovamente segnato. Macché…inizia la ripresa e dopo poco più di 5 minuti siamo sul 3 a 3. Javi Moreno ha infatti segnato due reti che hanno letteralmente stravolto un copione che sembrava già scritto. Emozioni su emozioni in un film calcistico memorabile, in cui arriva la firma del vecchio volpone Robbie Fowler, subentrato al posto di uno spento Emile Heskey. Siamo al minuto 73 e ci si chiede: saranno finiti i colpi di scena? La risposta ovviamente è negativa.

Quando si preparano i festeggiamenti accade qualcosa di impronosticabile: un cabezazo di Jordi Cruyff sugli sviluppi di un calcio d’angolo consente all’Alavés di pareggiare quando oramai tutto sembrava perso. Il sogno è ancora vivo, l’Alavés è riuscito scalare una montagna che pareva insormontabile e si è guadagnata l’accesso ai supplementari, in cui ricordiamo vige l’assurda regola del golden goal.

Dopo 5 minuti dell’extra-time arriva però la doccia fredda: Mocelin viene espulso ma l’Alavés resiste, stoicamente.  A 5 minuti dalla fine viene espulso anche Karmona, i baschi sono rimasti dunque in nove e vogliono provare a giocarsi il tutto per tutto alla lotteria dei rigori. Il fischio finale è vicino, bisogna resistere. Un innocuo calcio piazzato dalla trequarti si trasforma però nell’incubo per eccellenza. È infatti un autorete di Geli che tocca lievemente di testa un cross telefonato. Un tocco disgraziato che manda fuori tempo Herrera e fa terminare la palla in rete. Il gesto tecnico peggiore della serata decide una finale al cardiopalma.

 

Un golden autogol consegna dunque la coppa al Liverpool (che vince nella stessa stagione Fa Cup e Coppa di Lega) e fa sprofondare nel dramma una squadra, una tifoseria, un’intera città. Ma asciugate le lacrime, passati gli anni, i giocatori dell’Alavés possono essere fieri di aver sfiorato un’impresa titanica e di essere tra i pochi ad essere entrati nella Storia del calcio con lo status di sconfitti. Perché alcune imprese, alcune partite, alcune storie, valgono più di qualsiasi trofeo. Javi Moreno dirà: “Io mi sento vincitore, l’unica cosa che non ho è la coppa”. E ha ragione, perché la banda di indomiti baschi che ha stupito l’Europa ad inizio millennio è agli occhi non solo dei suoi tifosi, ma di tutti gli amanti del calcio e delle imprese improbabili, indubbiamente vincitrice.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *