L’anno di Koulibaly

91 punti, record nella storia della società, e un gioco – non fa neanche più notizia ormai – con pochissimi eguali in tutta Europa. Eppure, al Napoli e a Kalidou Koulibaly, tutto ciò non è bastato. Sì, perché a vincere, com’è stato nei sei anni precedenti, sono sempre gli altri.

In filologia si parla però di hapax per indicare una parola o un’espressione che si trova una volta sola, spesso frutto dell’inventiva dell’autore. La stagione della squadra partenopea è, per certi versi, irripetibile, un hapax appunto, frutto della genialità e del lavoro del suo allenatore/scrittore Maurizio Sarri. A lui va il merito di aver fatto fare a tutti i giocatori della rosa la miglior stagione della loro carriera, con un livello medio di prestazioni per molti difficilmente riproponibile.

Tra gli interpreti più in vista del sarrismo, colui che ha dato di più l’idea di poter replicare una stagione di questo livello è stato proprio Kalidou Koulibaly. Al quarto campionato all’ombra del Vesuvio il senegalese sembra aver raggiunto la definitiva consacrazione. Da oggi Kalidou si siede al tavolo dei grandi difensori d’Europa.

Diventare Koulibaly

Prima di approdare in terra partenopea Kalidou fa tutte le tappe della gavetta. A livello giovanile inizia nella squadra della cittadina nella quale è nato, Saint-Dié-des-Vosges, nella regione dei Vosgi, più nota per venir rimbalzata di qua e di là tra Francia e Germania in seguito a guerre e trattati di pace che per ragioni sportive.

La prima tappa nel calcio professionistico è allora Metz, in League 2. È un ragazzo che si sta trasformando in uomo affacciandosi definitivamente al mondo dei grandi per completare questo passaggio. Già in questi tempi veste la casacca dei Bleus venendo convocato dalle rappresentazioni giovanili della Francia; in seguito, però, farà il percorso fatto da tanti transalpini figli d’Africa, scegliendo quindi di giocare per il Senegal, da dove vengono i suoi genitori.

Prima del salto definitivo verso il calcio che conta, l’ultimo e fondamentale tocco di scalpello lo riceve in quell’officina forgia-talenti che è il Genk, in Belgio, che aveva appena lasciato partire un timido Kevin De Bruyne e, dopo la partenza di Koulibaly, avrebbe abbracciato un tutt’altro che timido Milinkovic-Savic.

Arriva, così, nel 2014 al Napoli, guidato per l’ultimo anno da Rafa Benitez, che a fine stagione lo relegherà in panchina. Gli errori, in effetti, ci sono e rimangono anche all’arrivo di Sarri, ma il semplice Kalidou sta diventando ormai il Koulibaly che conosciamo e la guida di Sarri, di lì a quattro anni, lo stravolgerà come giocatore.

Settembre 2015, Maurizio Sarri centra perfettamente il punto sullo sviluppo di Koulibaly

Perché è l’anno di Koulibaly?

La stagione appena finita verrà ricordata per lo spettacolo regalato dal duello per lo scudetto tra Juventus e Napoli. Non è stato solo un bellissimo testa a testa tra due squadre diversissime, ma anche la contrapposizione di due modi diversi d’intendere il calcio che sembrano antitetici, ma in realtà si completano alla perfezione. Dopo la vittoria con l’Inter, Massimiliano Allegri ha ribadito la sua visione del gioco, criticando gli eccessivi tatticismi e ricordando che alla fine in campo ci vanno i giocatori. Sono loro a fare la differenza. Se si parte da questo assioma indimostrato e indimostrabile, allora è sì vero che l’incredibile annata del Napoli ha contribuito alla grande stagione di Koulibaly, ma allo stesso tempo è stata anche la qualità delle prestazioni del senegalese a permettere che il risultato di squadra fosse così eclatante. Il sillogismo quadra perfettamente. Seguendo questa logica, quindi, abbiamo scelto il difensore azzurro rispetto ad altri giocatori protagonisti di ottime stagioni, come Skriniar e De Vrij.

Le dimostrazioni, però, per essere più convincenti vanno abbinate a qualche numero, per far sì che non rimangano esercizi di retorica. Due in particolare sono i dati più esemplificativi della stagione di Koulibaly e del perché è il suo anno. Il primo è forse il più prevedibile: sono cioè gli 85.2 passaggi effettuati in media a partita, che lo fanno posizionare primissimo tra i difensori per quanto riguarda questa voce statistica e secondo nella classifica generale dietro al solo Jorginho. Il secondo dato è il primato dei 285 palloni recuperati, sicuramente frutto della linea difensiva molto alta del Napoli in fase di non possesso. A entrambi i dati ha contribuito in maniera significativa l’organizzazione corale della squadra di Sarri, ma allo stesso tempo sono questi numeri a rendere possibile un gioco di questo tipo. Causa ed effetto si mischiano incredibilmente.

Il punto di svolta

Sin da piccoli ci insegnano che si impara di più dalle sconfitte che dalle vittorie e mi piace pensare che questa regola sia valida anche per i professionisti affermati. I primi 12 minuti della sfida di Champions contro il Manchester City sono stati per il Napoli un secchio d’acqua gelata in faccia, un piccolo crollo delle proprie certezze – soprattutto difensive – davanti alla squadra allora sicuramente più in forma d’Europa.

Koulibaly ha responsabilità su entrambi i gol. In occasione del primo respinge in malo modo sui piedi di Sterling e sul secondo si fa superare troppo facilmente proprio dall’ex-Genk De Bruyne.

Che sia stata quella la serata in cui Kalidou ha capito quale fosse il passo in più da fare per rientrare nell’élite dei difensori d’Europa? È stata quella la svolta per riuscire ad avere più concentrazione e più cattiveria con le quali trarre i frutti del suo strapotere fisico?

Il momento più alto

Da lì in poi le sbavature saranno sempre meno. La coppia Koulibaly – Albiol funziona benissimo, abbinando all’esuberanza fisica del primo l’esperienza e la lettura delle situazioni di gioco del secondo. Lo spagnolo è la guida, ma Kalidou è perfetto nell’eseguire e la sua velocità è un’incredibile chiave tattica per permettere alla squadra di Sarri di giocare con un baricentro così alto.

Il Napoli così arriva al 22 di aprile a quattro lunghezze dalla Juventus capolista e con uno scontro diretto ancora da giocare. I bianconeri hanno viaggiato ad un ritmo impressionante, ma la squadra di Sarri ha tenuto botta, nonostante qualche calo.

Il momento più alto della stagione di Koulibaly per importanza è allo stesso tempo quello più in alto fisicamente parlando. Si sfora largamente nel campo dell’epicità, per il gesto tecnico e per la tempistica con la quale è arrivato. Scontro diretto. Dopo una gara bloccata, durante la quale il Napoli è stato padrone, è proprio Kalidou a rubare tutte le copertine. Corner al novantesimo. Benatia perde la marcatura. Lo stacco è imperioso. L’Allianz Stadium si gela. Il gol rischia di essere decisivo per le sorti del campionato.

Rischia, appunto.

Il gol di Koulibaly contro la Juventus | numerosette.eu

Foto dell’anno

Al termine della gara i festeggiamenti portano in strada e all’aeroporto di Capodichino migliaia di persone. La sensazione è quella di aver rotto un tabù, di essersi liberati di un peso, di aver messo finalmente sul serio paura a un nemico con un’armatura impossibile da scalfire. Certo, la Juventus è ancora avanti, ma il calendario rende l’esito del campionato non così facile da prevedere. I Napoletani, così, mettono da parte la loro proverbiale scaramanzia – che imporrebbe di non festeggiare prima della vittoria – e si affidano anzi al misticismo, alla religione, che si uniscono a una fede spesso molto più ardente: quella calcistica. E così, nella città del miracolo del sangue di San Gennaro che si scioglie, nella foto più iconica di tutte Koulibaly diventa anche lui un santino.

Sì, non è una foto vera, lo sappiamo, ma anche i tifosi azzurri in cuor loro non erano certissimi che quel gol all’ultimo secondo fosse reale, che il sangue si fosse sciolto davvero

L'ironia dei tifosi del Napoli si scatena e Koulibaly diventa un santino | numerosette.eu

Il momento più basso

Sei minuti. Solo sei minuti di gioco separano il momento più alto e quello più basso della stagione di Koulibaly e, probabilmente, del campionato del Napoli in generale. In mezzo sfottò, cori diventati virali ed euforia travolgente. Poi, però, la logica del campo segue dei binari tutti suoi, sui quali correre velocemente, a volte, può significare solo schiantarsi con più forza.

È questo quello che succede quando il centrale azzurro, al sesto minuto del match contro la Fiorentina – il primo avversario dopo aver battuto la Juve – legge male la traiettoria di uno spiovente di Laurini, si fa rimbalzare il pallone davanti e, nel tentativo di rimediare, travolge Simeone. Rosso diretto. Napoli in dieci e 3-0 dei viola a fine partita.

Fa malissimo, forse perché la stagione di Koulibaly rischia di essere ricordata più per questo momento che per le cose straordinarie fatte in campo. Come se in uno scatolone di vecchie foto ci soffermassimo su quella più in superficie, tralasciando le altre più vecchie.

Non è giusto, ma è il calcio. Prendere o lasciare.

Napoli nera

Ora regna l’incertezza, al futuro di Sarri è legata anche la permanenza di molti giocatori fondamentali e tra questi c’è anche Koulibaly. Ma al momento non importa.

Simm tutt African nuje Napulitan

Dice così Cuore Nero di Franco Ricciardi, voce storica della musica partenopea. Quello che viene fuori da questi 4 anni di Koulibaly a Napoli e che in questa stagione si è reso ancora più evidente è il legame tra questa città e l’Africa. È un’unione emotiva che nasce dalla consapevolezza di essere sud, che non è una dimensione geografica, ma dell’anima. Così anche un ragazzone francese ma con sangue africano a Napoli potrà sentirsi a casa, non importa dove andrà in futuro.

Ecco perché questo sarà sempre l’anno di Koulibaly. Cuore nero.

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