La Serie A ha perso un grande Ds

Era il 9 aprile 2017 quando il Sanchez Pizjuan salutava con inestimabile affetto Ramón Rodríguez Verdejo. Una vita in rojiblancos, prima come modesto secondo portiere che ha avuto il privilegio di condividere lo spogliatoio con Diego Armando Maradona, poi come fautore di una delle più rapide crescite societarie del calcio moderno.

Sotto la sua guida dirigenziale, il Sevilla ha conquistato 9 trofei, la maggior parte dei quali in campo europeo. Il suo palmares conta 5 Europea League, 1 Supercoppa Europea, 2 Copa del Rey e 1 Supercoppa di Spagna. Uno di quei casi emblematici per cui fare programmazione mirata unita ad un forte attaccamento, radicato nel contesto, porta a risultati virtuosi. Risultati che portano la sua firma, quella di Monchi, un nomignolo che sembra creato per diventare iconico, chiacchierato, discusso.

Il saluto dedicatogli dai tifosi all’esterno del Pizjuan sa tanto di arrivederci.

Incomprensione eterna

A Roma tutto è pubblico, non esistono segreti, ognuno parla, le cose vengono talora ostentate in modo addirittura vistoso, eppure non si capisce niente.

Sono passati due anni da quel solenne congedo andaluso, nel frattempo Monchi è passato per la città eterna, sponda giallorossa. Se ne è andato a nemmeno metà dell’opera, con un’eliminazione agli ottavi di Champions League assolutamente alla portata e la prossima partecipazione al torneo ancora tutta da guadagnare.

L’idea di base di Pallotta è quella di cercare una figura autoritaria che compensi le sue lacune presenziali per affidare il mercato a qualcuno con carisma, con idee interessanti e con uno spiccato fiuto per i giovani talenti. Infatti, il primo dirigente scelto è Walter Sabatini, un identikit simile a quello di Monchi. Ci resterà per 5 anni, centrando la Champions League nelle ultime tre stagioni. Il rapporto si esaurisce perchè la Roma non riesce a fare quello step che la piazza richiede, uno step che non è ancora arrivato, e che adesso pesa come un macigno sull’incarico di qualsiasi dirigente sportivo dei giallorossi.

James Pallotta, Monchi, Roma | Numerosette Magazine
James Pallotta è giunto al settimo anno di presidenza giallorossa. Tra le cose imputategli: la scarsa presenza fisica nell’ambiente e lo 0 nella casella dei trofei vinti.

C’è un aspetto che ancora non è molto chiaro a Trigoria: l’aspettativa dei tifosi spesso non coincide con le reali ambizioni del club. Situazione che è molto simile a Napoli, altro ambiente in cui una buona fetta di tifoseria è apertamente schierata contro il suo patron. Due società simili, con risorse finanziarie limitate per raggiungere ciò che vogliono i tifosi, e che fanno mercato intelligente e mirato ricavato da cessioni o da residui di bilancio. Con una differenza, che nelle ultime stagioni sta facendo pendere, seppur lievemente, la bilancia in favore dei partenopei: continuità progettuale. Giuntoli, legato a Sarri, è rimasto indipendentemente dall’arrivo di Ancelotti.

Monchi ha portato il Sevilla dalla Segunda Division alla vittoria dell’Europa League in soli 6 anni. La situazione è ben differente, nel senso che la Roma partiva già da una rosa competitiva e da piazzamenti Champions, ma smantellare l’organigramma tecnico dopo una sola stagione e mezzo credo sia stata una mossa azzardata, per una piazza che deve saper aspettare. D’altronde Pallotta è stato chiaro, senza stadio, la politica è questa: si vende per riacquistare, in un sistema rigenerativo costante che può presentare delle falle ma che alla lunga fa in modo che la società sia stabile, economicamente e a livello di piazzamenti. Questo non cambierà, qualsiasi dirigente arriverà, qualsiasi allenatore siederà in panchina.

Mea culpa

Monchi non è esente da responsabilità, dimostrando di dover capire ancora totalmente il calcio italiano, ma al suo arrivo è incappato in una situazione abbastanza sfortunata. La cessione di Salah: venduto al Liverpool una settimana prima della cessione di Neymar al Psg, che ha fatto schizzare i prezzi di mercato alle stelle. Probabilmente la valutazione dell’egiziano sarebbe arrivata quasi al doppio, circostanza che ha fatto sì che la sua avventura romanista cominciasse in salita.

Monchi, Di Francesco, Pallotta | Numerosette Magazine

Altro fattore, che ha poi finito per affossare entrambi: la scelta di Eusebio Di Francesco per la panchina. Monchi ha sempre ribadito che era un profilo seguito anche ai tempi del Sevilla. E non ha mentito: nel momento in cui è saltato l’allenatore, se ne è andato via anche lui. Nonostante una stima reciproca, i due in realtà non hanno mai fatto troppo per venirsi incontro. Da un lato, il tecnico abruzzese non ha mai tentato di mettere nelle condizioni di far rendere Schick, l’acquisto che avrebbe dovuto rimpiazzare Salah. Non è un caso che i due giocatori più tecnici comprati da Monchi, Schick e Pastore, siano quelli che abbiano avuto più difficoltà.

L’integralismo di Di Francesco è stato un ostacolo, per due talenti puri che hanno bisogno di una certa anarchia tattica per rendere al meglio. Sono di fatto anche gli acquisti che hanno pesato molto nel pensiero generale dei tifosi romanisti per esprimere un’opinione sull’operato di Monchi.

Dall’altro, lo spagnolo non ha mai comprato un regista a questa squadra, toppando clamorosamente l’acquisto di Nzonzi dopo aver venduto Strootman. Il risultato è che per il calcio dinamico di Di Francesco è mancato in questi due anni un centrocampista in grado di dare fluidità alla manovra.

Nzonzi acquisto Monchi | Numerosette Magazine
Steven N’Zonzi è arrivato dal suo Sevilla per circa 30 milioni di euro.

Saper aspettare

Dunque è evidente che degli errori sono stati fatti. Intanto, però, negli ultimi due anni la Roma ha acquisito prestigio internazionale, grazie alla semifinale di Champions League raggiunta la passata stagione. Un traguardo che ha lasciato un’impressione positiva sulla prima stagione del duo Monchi – Di Francesco. Nel frattempo il ds andaluso aveva comunque tracciato una strada: con questa politica non si può competere con le big, quindi si punta sui giovani ed un blocco italiano. Monchi è stato etichettato da tutto come il mago delle plusvalenze, e in effetti al Sevilla sono fruttate quasi 300 milioni di euro nelle casse del club. In un lasso di tempo però più largo e soprattutto accettando il fatto di dover sacrificare i pezzi pregiati. Richiesta per altro di Pallotta, per sopperire alle regole rigide del Fair Play finanziario. Una strategia che a Sevilla alla lunga ha pagato e che può presentare qualche flop, perchè sui giovani non hai mai l’ultima parola.

Monchi Zaniolo | Numerosette Magazine

Intanto Zaniolo: la speranza più luccicante del nostro calcio veste giallorosso, strappato all’Inter nell’affare Nainggolan. Bryan Cristante, che seppur con fatica dopo aver lasciato l’isola felice di Bergamo, assieme a Pellegrini, riportato a casa, sta dando quel dinamismo di cui ha bisogno Di Francesco. Un trio italiano giovane, su cui porre le basi per una continuità che manca da troppo tempo. Per creare identità e per un progetto a lungo termine da aspettare. Al quale si aggiungono i più esperti Florenzi e El Shaarawy, tutti e 5 nel giro della Nazionale, gli elementi di fatto più virtuosi di questa annata.

Un progetto del genere abbandonando un cantiere pericolante in corso, rischia di diventare un boomerang per la Roma. Perchè la pianificazione di Monchi prevedeva mosse oculate ed anche interventi in corso per aggiustare gli errori sul mercato. Il risultato è dover rincorrere un quarto posto Champions, compito affidato a Ranieri con una squadra plasmata fortemente da un allenatore integralista e da un Ds che ha tentato di programmare nel lungo periodo. A Roma non si è voluto aspettare, o non si è saputo, impazienti di una vittoria che difficilmente arriverà con la politica societaria in atto. Come se negli ultimi anni la storia della Roma si fosse basata sulle vittorie, come se d’improvviso gli obiettivi fossero diventati un ultimatum per diventare grande. Non è così, e non lo sarà finchè non cambierà radicalmente il planning societario, legato soprattutto alla costruzione del nuovo stadio. Parole, per altro, ribadite da Pallotta senza troppi giri di parole.

La Serie A, povera, intristita e senza stimoli, perde un personaggio, un dirigente, un uomo che sa fare calcio con programmazione. Che vanta un palmares di rispetto con una società probabilmente con un blasone inferiore a quello della Roma. Lascia la Capitale da incompreso, sbeffeggiato ed etichettato come l’ennesimo fenomeno che non ha capito Roma.

Capire Roma, difficile capire Roma. La piazza è in astinenza di trofei, e questo rende schizzofrenico un ambiente che deve rendersi conto che questa è la normalità. Una piazza in cui vige totale assenza di assertività, pazienza e una lucidità oggettiva che rischia di lasciare un’insoddisfazione cronica.

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