La notte degli antieroi

Eravamo abituati a questo…

…o a questo.

Stavolta le premesse erano effettivamente tutt’altre.

Non da ieri ma da due-tre settimane sono convinto che domani nel corso della gara ci sarà un momento nel quale saremo vicini alla qualificazione. Non so come andrà a finire, magari segnano loro, magari restiamo solo vicini senza arrivare alla meta, ma sono sicuro che ci sarà un momento nel quale ‘vedremo’ la possibilità di passare.

Nelle parole di Luis Enrique non si legge pragmatismo o ingegno, ma quasi una visione oracolare tipica dell’epica omerica. Barcelona-PSG era considerata da tutti la partita in cui poteva essere scritta la storia del pallone; nessuno, alla vigilia, ha però parlato di schemi, tatticismi, chiavi del match o duelli tra singoli. Il sentore, comune a tutti, è che qualcosa sarebbe potuto accadere, non importava in che modo. Qualcosa di irripetibile.

Il PSG l’ha giocata come fanno ormai tutte le squadre che calpestano l’erba del Camp Nou dal 2009: solita gabbia nella zona centrale del campo, ad intasare gli spazi fino a renderli inaccessibili. Perché le giocate di Messi ed Iniesta sono un po’ come quel cammello biblico che, qualche volta, riesce a passare anche per la cruna di un ago.

Emery, il “re degli scontri diretti”, è arrivato in Spagna per non prenderle, e come dargli torto visti i 4 gol di vantaggio? Lucas e Draxler finti esterni, con compiti di raddoppio sulle ali blaugrana, non sono scesi in campo per aumentare la propensione offensiva del 4-2-3-1, bensì per allungare la squadra uno alla volta, nel tentativo di rifornire Cavani e creare qualche pericolo; il peso della gara era tutto sulle spalle del tridente mediano Matuidi-Rabiot-Verratti, che in effetti non ha giocato se si pensa, ad esempio, al possesso palla finale (67%-33%): immaginate cosa significhi, per quei tre, non avere mai tra i piedi la sfera nell’arco di 90′. Come togliere il giocattolo preferito ad un bambino frignone.

Per quanto riguarda il Barça, si immaginava che l’impostazione francese creasse difficoltà allo sviluppo delle trame di gioco dei catalani. Se si riesce ad imbottigliarli sulle corsie metà del gioco è fatta, così come se la densità al limite dell’area si fa talmente alta da far scomparire i piccoli marziani sotto la fisicità dei vari Thiago Silva, Marquinhos e Rabiot stesso.

Si, ma allora di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando di un gol che doveva arrivare nei primi minuti, e che come una sentenza ha fatto capire a tutti che la partita avrebbe potuto assumere contorni surreali. Traversone tanto liftato quanto forzato di Rafinha, di quelli che si vedono fare al Barça proprio quando la manovra si inceppa e l’unica soluzione è scodellare la palla in mezzo: mentre la sfera deviata da Marquinhos galleggia in aria, Suarez si teletrasporta tra lui e Trapp, che nell’uscita goffa sembra proprio sorpreso dalla presenza del Pistolero. Gol del Barça “non da Barça”, ma pur sempre 1-0.

Stiamo parlando di giocate solitarie, estemporanee, come il tiro di Neymar ad un soffio dal palo o, piuttosto, come i tre gesti tecnici che portano al raddoppio blaugrana. Perché tutti, seduti in poltrona o al bar, abbiamo detto che “se il Barcelona vuole passare deve andare al riposo sul 2-0”. Marquinhos legge, bene, la classica imbucata di Suarez per l’inserimento del centrocampista, ma protegge la palla, male (1); Iniesta gli sbuca alle spalle e, stretto tra il difensore e la linea di fondo, non può fare altro che colpire il pallone di tacco, verosimilmente senza sperare in nulla di miracoloso (2); la palla, caricata di magia nera e di un effetto strano, sbatte sul ginocchio di Kurzawa, nel più classico degli autogol rocamboleschi (3). Gol del Barça “non da Barça”, ma pur sempre 2-0.

Stiamo parlando di un Meunier che, da mattatore della corsia di destra al Parc des Princes, inciampa sfortunatamente su se stesso e causa il rigore che materializza la paura dei parigini. Un rigore solare prima non sanzionato e poi concesso, intelligentemente cercato da Neymar che non si sarebbe mai immaginato un’occasione così ghiotta per cadere in area di rigore, con Meunier che mai si sarebbe sognato di rischiare un intervento nei pressi di Trapp. E ovviamente Messi, che scaccia i fantasmi di Cech e realizza senza battere ciglio.

…sono sicuro che ci sarà un momento nel quale “vedremo” la possibilità di passare.

La profezia di Lucho si avvera totalmente in un istante, con la sua squadra che per 10′ ha “visto” la possibilità di passare per poi subire la mazzata che metterebbe al tappeto qualsiasi essere vivente.

L’urlo di Cavani, la gioia di Emery, ma soprattutto il dito indice del Fideo portato al naso, a gelare tutti i 90000 tifosi che in maglia Real non aveva mai sopportato, arrivando ad odiarli nel profondo del suo cuore argentino. 3-1.

Non so come andrà a finire, magari segnano loro, magari restiamo solo vicini senza arrivare alla meta…

L’immagine dell’ottavo di finale sarebbe potuta essere quella di Cavani che, a tu per tu con Ter Stegen, infilava il definitivo 3-2 e chiudeva il discorso qualificazione, con tanti saluti ai miracoli e all’epica omerica.

L’immagine che invece rimarrà impressa negli annali è quella di un non più giovane canterano, Sergi Roberto, a bordo campo, pronto ad entrare. Forse anche lui, toccandosi i capelli perplesso davanti al tablet di Unzué, si sarà chiesto cosa entrasse a fare, quale fosse il senso del suo impiego. Nemmeno un pazzo avrebbe pensato di dare a lui la parte del Deus ex machina, in una tragedia così unica e avvincente che tutti avremmo immaginato Messi scendere sulla terra e salvare l’umanità.

E invece, quando anche l’ultima fiammella stava per spegnersi, Neymar ha dato ancora un senso a questa serata. Dopo aver cercato più volte il penalty che il dribbling in 88′, ha magicamente messo la sfera sotto al sette, con Trapp che non si capisce bene se l’abbia battezzata fuori o abbia sperato fino alla fine che non entrasse. 4-1.

Poi un altro lancio a scavalcare la difesa, l’ennesimo di una serata priva di giocate sensazionali, che nulla aveva intenzione di essere se non il pretesto per un altro rigore, stavolta (molto) dubbio: il segno inconfutabile che sarebbe successo, la razionale incredulità che stesse accadendo davvero tutto ciò. 5-1.

E poi, come nei finali che tutti sogniamo di vivere una volta nella vita, proprio quando c’è solo un ultimo pallone disponibile, si concretizza un contorto e sadico disegno divino. Un gol che alla fine è nient’altro che il palesamento di una qualche forza a noi sconosciuta, che regola e governa l’universo; nient’altro è che la realizzazione effettiva di ciò che tutti sapevamo ma giudicavamo “impossibile”.

Di questo ottavo rimarrà l’immagine dei tifosi parigini relegati in un piccolo spicchio di stadio, la controparte di questa storia, quelli che in tutto ciò vedranno solo odio, fischi arbitrali e, in fondo, un incubo diventato realtà. Rimarrà il 4-0 dell’andata, prova che gli alieni esistono e si possono sconfiggere.

Rimarrà, soprattutto, l’idea di un Barcelona che non rispecchia le nostre aspettative, un Barcelona sporco e fortunato come non l’abbiamo mai visto. Una squadra piena di giocatori fantastici che, per una sera, si sono svestiti dei panni del fenomeni ed hanno scritto la pagina più bella della storia di questo sport.

Non da eroi, come li conosciamo, ma grazie alla zampata di un timido canterano, mentre il mondo aveva già previsto il tramonto di un’era.

Un’era tra le più belle per gli amanti del calcio, un modo di concepire e vivere il futbol che esalta l’estetica e si divincola dai canoni.

Un’era che non poteva essere dimenticata in una notte. La notte degli antieroi.

Ammucchiati per festeggiare, sporchi e sudati, come forse non li avevamo mai visti.

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