La Juventus più forte di sempre

Durante il precampionato Allegri aveva detto: «la cosa importante è correre a marzo e aprile perché è in quei mesi che si decidono Campionato, Champions e Coppa Italia» Enunciando la fame di successo e la volontà, ancora non assopita, di non rinunciare neanche a un singolo obbiettivo in favore degli altri.

A inizio stagione la Juventus veniva da cinque Scudetti di fila, due Coppe Italia, una finale e un ottavo perso per il rotto della cuffia in Champions. Per qualsiasi altra squadra, come spesso succede, dovrebbe saturare una sensazione di appagamento dopo tutti questi trofei alzati, ma per la Juventus, e per Allegri, non è così. C’è sempre un nuovo obbiettivo da raggiungere, una stagione da non dare per scontata, una partita da affrontare con umiltà.

Questa volta l’obiettivo è stato fin da subito centrare la tripletta. Impresa che nella storia del calcio giocato è riuscita solo all’Inter, fra le italiane. Ma questo sarà un paragone che vedremo più avanti. Per ora, avanzando sulla scia delle parole di Allegri, che dimostrano quanto ci abbia visto lungo, è giusto quantomeno analizzare il periodo – allargandolo un po’, da febbraio ad aprile – che ha portato la Juventus a essere in corsa per i propri obbiettivi, e sopratutto ad averne già portati a Torino due: il sesto Scudetto di fila, e la terza Coppa Italia di fila.

 

La cosa importante

 

In quel preciso lasso di tempo la Juventus ha giocato diciannove partite, di cui tredici di campionato, quattro di Champions e due di Coppa. Di queste diciannove, il 73% hanno portato a una vittoria, mentre il 21% a un pareggio, e l’unica partita persa, per altro senza danni, è stata quella contro il Napoli di ritorno in Coppa Italia: subendo dopo due anni tre goal (l’ultima risaliva alla finale con il Barça).

Quattro delle tredici di campionato sono state giocate contro squadre nella parte alta della classifica, ovvero Inter, Milan, Napoli e Atalanta, due in casa e due in trasferta, e hanno sempre portato punti.

Andando a vedere la diretta avversaria per lo Scudetto, ovvero la Roma, quello stesso periodo è stato il più critico. Il numero di partite è il medesimo, diviso tra dodici di campionato, quattro di Europa League e tre di Coppa. Di queste diciannove,il 63% hanno rappresentato una vittoria, il 26% una sconfitta.

La Roma ha subito 21 goal, la Juventus si è fermata a 10. Gli scontri con squadre di alta classifica sono sempre quattro: Inter, Napoli, Atalanta e Lazio, che hanno portato a due sconfitte e un pareggio. La stagione della Roma, su tutti e tre fronti, si è chiusa in questi mesi: in campionato ha perso 5 punti dalla vetta, in Coppa Italia è uscita con la Lazio, in Europa ha fatto seppuku a Lione. Anche il Napoli negli stessi tre mesi ha stoppato la corsa ai propri obbiettivi.

Ciò è atto a dimostrare di quanta forza ci fosse bisogno per affrontare al meglio un calendario così fitto e massacrante, sia a livello psicologico che fisico. E quanto, in fondo, sia meritato il trionfo di una squadra che, forse, avevamo sottovalutato, o, per chi la guarda con antipatia, sperato di sottovalutare.

Mercato libero

 

Quando la Juventus ha messo in fila Pjanic, Pjaca, Dani Alves, Higuaín, Benatia e Cuadrado e ha postato la foto sui social, tutti hanno messo le mani ai capelli – chi per disperazione, chi per gioia. La tattica di mercato della società è stata semplice: togliere i migliori giocatori disponibili alle dirette rivali in campionato (Pjanic e Higuaín per 120 milioni) e investire il resto per colmare le falle della rosa.

Dani Alves aggiungeva trofei, Cuadrado è un giocatore sempre utile in Serie A, Benatia con la Roma si era dimostrato uno dei migliori centrali del campionato. Pjaca era una scommessa che tutti pensavano sarebbe potuta andare in porto.

 

Da queste premesse era partito il campionato juventino che, però, rincarando l’idea calcistica secondo cui nulla è scontato, non ha dimostrato da subito il dominio che avrebbe dovuto. La Juventus non era davvero migliorata, ma era cambiata: il cuore del gioco era migrato più avanti, verso l’attacco, e il centrocampo non aveva più la stessa stoica robustezza del quartetto Pirlo-Vidal-Pogba-Marchisio (in ordine di dipartita) ma un disordine caustico, fragile, che ha messo Allegri in difficoltà. Eppure non in crisi.

Pjanic non aveva le spalle abbastanza coperte per giocare con qualità, Marchisio era infortunato, Sturaro, Lemina e Asamoah non erano adeguati come titolari. E Khedira da solo poteva fare poco.

Il centrocampo a tre non funzionava, che avesse un trequartista o due esterni ai lati. Ciò privava la Juventus di un aspetto fondamentale che l’aveva sempre contraddistinta: il dominio della zona centrale del campo nell’unione tra fisicità e tecnica e grinta, e tutti i restanti fondamentali del pallone.

 

Elastico

 

Nonostante il solito dominio, la Juventus pareva una squadra più mortale, più propensa all’errore e meno al controllo. Nelle prime nove giornate ha perso due partite, cioè i big match fuori casa con le milanesi. Non era un segnale di allarme, ma di cambiamento: gli episodi non erano più egemonia bianconera, e anche un’ Inter scricchiolante e un modesto Milan potevano vincere, con impegno.

L’elastico che ha lanciato la Juventus con tale forza, com’è successo l’anno scorso dopo la partita con il Sassuolo, è stata una sconfitta: il 2-1 a Firenze, meglio conosciuta come l’ultima partita giocata con il 3-5-2. Alla prima del girone di ritorno, Allegri si presentò con la solita squadra: Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini Cuadrado, Khedira, Marchisio, Sturaro, Sandro, Dybala e Higuaín, una formazione che eravamo abituati a vedere abituata a vincere. Ma a questi livelli, ancor più della tattica o della tecnica, conta l’atteggiamento.

La Fiorentina mise in grave difficoltà i bianconeri attraverso l’intensità e la precisione delle proprie giocate offensive-difensive, il pressing alto rendeva difficoltosa la costruzione dal basso del rombo Buffon-Barzagli-Chiellini-Bonucci, e il quadrato di centrocampo viola aveva la superiorità numerica sempre necessaria a gestire e aggredire con efficacia.

La Juventus prese due goal. Il primo nato da un lancio di Carlos Sanchez dall’esterno destro della difesa, con sponda di Kalinic in anticipo su Bonucci e l’intervento (forse irregolare) di Bernardeschi. La difesa della Juve, con il numero 10 in possesso palla, fu in situazione di quattro contro cinque, e bastò un filtrante di Bernardeschi nel fianco destro dell’area di rigore per dare la chance a Kalinic di infilare Buffon. Il secondo invece, più casuale, nacque dalla semplice combinazione tra Badelj e Chiesa, con quest’ultimo che, con un movimento esterno-interno tagliò l’area di rigore e, senza toccare il pallone, sorprese Buffon, condannando la Juventus.

La Fiorentina arrivò al tiro facilmente dopo pochi minuti, e ci riuscì per tutta la partita.

 

Arrivati alla quarta sconfitta stagionale, non era più un caso legato agli episodi, quanto un problema strutturale, e da risolvere.

 

Il commento più azzeccato nel post-partita fu quello di Vialli che definì la Juventus una squadra che «non perde, ma impara» E in effetti è proprio quello che ha fatto. Come contro il Sassuolo nella stagione 2015/16 quando fu capace di trasformare una punizione subita in una rimonta di proporzioni storiche (28 risultati utili consecutivi) la Juventus impara, e questa volta cambia.

 

I meriti di Allegri

 

Carmelo Bene diceva: «il talento fa quello che vuole, il genio quello che può.» Probabilmente ci sono tanti allenatori più bravi di Massimiliano Allegri. “Bravo” inteso come strettamente più talentuoso di quanto lo possa essere lui. Ma lui, questa stagione, ha dimostrato a suo modo di essere un genio, ridisegnando una squadra da sempre abituata a un modulo fisso (la cui idea mai realizzata è stata il 4-3-1-2) con una formazione sulla carta non eccelsa, ma nella sostanza impetuosa.

Il 4-4-2 con due linee a quattro molto strette, choliste, con due esterni offensivi diversi (Mandzukic più uomo da fase difensiva, nei lanci lunghi, Cuadrado utile a risalire il campo in contropiede) e Dybala e Higuaín a spartirsi più o meno equamente il fronte offensivo.

Il genio di Allegri, quello più tangibile, sta su due punti: il primo è l’abbassamento e la  trasformazione di Mandzukic, il secondo la scelleratezza nell’aver cambiato modulo proprio a ridosso del periodo più delicato della stagione, e aver avuto le capacità – e i coglioni – di essersi fatto seguire da tutti.

 

Capitolo Mandzukic

 

Faccio coming out: io amo Mario Mandzukic. Calcisticamente, è chiaro.

Il croato non è definibile come un giocatore simpatico. Sarà il taglio di capelli, sarà che è nerboruto, sarà che non fa simpatia manco accanto a Evra, o forse che è slavo, e gli slavi non sono ben visti dagli italiani. Ma non si può definirlo come un calciatore facile da amare, o bello da vedere. Anche se non è ai livelli di Lulic.

Mandzukic è l’unico attaccante le cui video collection su Youtube catalogano oltre ai goals e alle skills, anche i tackles. È Mr No Good, o Il Guerriero, o La Macchina, o qualsiasi altro epiteto da serial killer dell’area di rigore, o mediano mancato.

Eppure Mandzukic è riuscito a farsi apprezzare per quello che è: non mente, né a sé stesso né al pubblico, e perciò, aiutato anche dall’età, è riuscito a mettere da parte quegli atteggiamenti da trash-talking-che-magari-anche-un-po’-meno e fluidificare ogni sua energia, anche il più piccolo briciolo di essa, sul puro sacrificio per la squadra, sulla grinta e sull’essenzialità stessa del cuore del gioco del calcio.

Sono sicuro che nella testa di molti (o forse solo nella mia) si sia immaginato come sarebbe stato vedere Mandzukic un paio di metri indietro, anche solo per una volta, lì dove la sua foga agonistica si sarebbe potuta liberare, in tutto il proprio disordine e la propria efficacia.

Oltre che nella mia, di sicuro si è materializzata nella testa di Allegri che, di fatto, lo ha abbassato e lo ha reso un esterno offensivo. Che ora, anche solo a leggerlo, sembra normale, ma tornando indietro di qualche mese pareva un’idea folle, da tifoso.

Perché snaturare così il suo ruolo, in uno sport in cui anche pochi metri e diversi compiti possono rivoltare il valore di un calciatore, era una scelta azzardata. Ma tanto azzardata quanto perfetta, e quanto il terrore dei terzini.

Il Sassuolo, semplicemente, non ha la forza per reagire. 

 

Mandzukic è diventato un vero surplus per la manovra juventina, forse l’intera chiave di volta che ha cambiato la stagione: la robustezza con cui sorveglia la fascia, stanziando sul lato dell’area o sulla linea di centrocampo, ha messo in difficoltà qualsiasi fianco avversario, che si ritrovava a difendere contemporaneamente una porzione di campo come una falesia, minacciato dalla velocità e l’atletismo di Alex Sandro e la deterrenza, perpetuata da atti fisici e mentali, del croato.

 

Capitolo squadra

 

Sapete cosa mi ricorda la Juve? La sabbia magica. Per chi non sapesse di cosa si tratta: la sabbia magica è un giocattolo molto in voga fino a qualche anno fa (ora sostituito dalla più cool sabbia cinetica) che, essendo mescolata chimicamente a un composto idrofobico, la rende impermeabile, e anche se infilata in una vaschetta d’acqua, tirandola fuori rimane appena umidiccia sulle mani. La Juventus, anche nei momenti peggiori, sia di una stagione, sia di una partita, per quanto potesse andare a fondo risaliva sempre asciutta.

Con il cambiamento in seguito alla partita con la Lazio, alla 21° giornata di Serie A, Allegri ha aumentato a dismisura questa similitudine, trasformando il proprio operato in una vera lecture di eclettismo esemplare. Eppure, come abbiamo detto prima, aver avuto la capacità di farsi seguire da tutti, unanimemente, nel momento più delicato della stagione, non è qualcosa da sottovalutare, o da dare per scontato.

In seguito all’addio del 3–5-2 la squadra ha collezionato 22 risultati utili in tre competizioni, 45 goal fatti, 11 subiti. Merito di una tattica più offensiva, più dedita all’aggressione. Ad attaccare le fasce (solo il 28% degli attacchi si sviluppa per vie centrali). A palleggiare attraverso i canali di comunicazione tra i difensori centrali e Pjanic-Dybala.

Contro il Sassuolo è un 2-2-2-2-2.

 

Ciò si è evoluto in un sistema fluido, come visto nella doppia sfida con il Monaco: la Juventus si è schierata con un 11 misto tra 3-4-3 e 4-4-2, che mutava a discrezione dei giocatori a seconda della situazione.

La Juventus sapeva gestirsi autonomamente grazie alla spinta del proprio mister, alternando fasi di gioco aggressivo e creativo a momenti di pura difesa della metà campo, forte della propria, consapevole, resilienza.

 

Contro i migliori attacchi del mondo

 

A proposito di Monaco e di Barcellona, non si può terminare senza fare accenno ai due turni di Champions League giocati contro le due squadre. E superati, dalla Juventus, con un’agilità, a ripensarci, quasi imbarazzante.

Il Monaco, togliendo le due semifinali, ha segnato 149 goal. Nella sola Champions League 28 in 14 incontri, 2 precisi a partita. Il Barcellona ne ha segnati 107, 26 in Champions. Questi numeri bastano a capire quanto siano entrambe, de facto, tra i migliori attacchi del mondo. Due squadre capaci di segnare più di 250 goal.

Ciò che si palesava nelle sfide, dunque, era chi avesse avuto la meglio tra una fase offensiva straripante, e una difesa, quella bianconera, a tratti davvero imbattibile.

Al Camp Nou, su un campo che non finisce mai, la tattica della Juventus già elaborata nella doppia sfida del San Paolo, era di difesa totale e contropiede, un catenaccio perfetto che non ha consesso neanche un goal ai blaugrana, anche grazie agli errori individuali di Messi e compagni. Che però, essendo Messi e i suoi compagni, non possono essere presi alla leggera: perché portare ripetutamente all’errore un campione vuol dire saper giocare a calcio.

Dybala segue Messi. Dani Alves a uomo su Neymar. Per 10/11 la Juve è nella propria metà campo.

Come guadagnarsi una finale di Champions League in sette semplici Gif

 

1. Molti sottovaluteranno il piazzamento decisivo di Buffon, ma qui il merito del non-goal è suo.

2. Il talento fa quello che vuole, il genio quello che può.

3. Al 72°, con due goal di vantaggio, la difesa della Juventus non solo è perfetta, ma anche entusiasmante.

4. Quando il Monaco prova a fare la Juventus, la Juventus riesce a fare il Monaco.

5. Mandzukic non ha comunque dimenticato come si attacca l’area di rigore.

6. Qui l’imbattibilità della Juventus assume dimensioni grottesche. L’attacco del Monaco è perfetto: Mendy salta secco Dani Alves, in area ci sono quattro uomini, uno sul primo palo e un altro sul secondo pronti a raccogliere il cross. È inspiegabile come Chiellini abbia la lucidità (e quel pizzico di fortuna) di entrare in scivolata, col destro, e metterla in angolo.

7. Finale.

 

A caccia della tripletta

 

Molti vorrebbero paragonare il possibile triplete juventino a quello interista del 2010. E in effetti le similitudini ci sono. Il percorso dell’Inter che fu, e quello della Juventus odierna, ha dei punti in comune, come il dominio del campionato, o il cambio di allenatore per evolvere il ciclo, o il semplice fatto di essere due squadre mostruose in fase difensiva.

Ma discutere di “valore” di una tripletta sarebbe inutile e anche un po’ infantile, in uno sport come il calcio che prevede un numero esagerato di momenti e occasioni ingestibili. Se ogni partita fa storia a sé, figuriamoci ogni triplete.

Quel che è sicuro è che se la Juve riuscisse nell’impresa dovremmo ridisegnare le gerarchie storiche delle migliori squadre italiane. Sei scudetti di fila, un treble, tre coppe nazionali, il record di punti di Conte: questa è una squadra che forse avevamo sottovalutato o, quantomeno, sperato di sottovalutare, tra mille bugie e scuse come gli avversari che si scansano o i favori arbitrali.

 

Questa potrebbe essere seriamente

la Juventus più forte di sempre.

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