Basta giustificare i razzisti allo stadio

Al minuto 85 Moise Kean segna il suo secondo gol consecutivo in Serie A, il quarto in 6 partite (come Paulo Dybala in 25). Non mostra questa volta l’esultanza a cui ci ha abituato nell’ultimo mese, anche in Nazionale, di cui è diventato il secondo marcatore più giovane di sempre (davanti a Rivera), il più precoce a segnare due reti. Non corre verso la bandierina, voltando le spalle, pinzando le spalline come a dire «leggete il mio nome perché sta arrivando qualcosa che non avete ancora visto» – perché Kean dà l’impressione d’essere un calciatore raro per la nostra tradizione -, non si arresta di colpo, non si volta, non ride mentre esercita quei strani passi di danza inebri di ritmo africano perché come ogni italiano di seconda generazione non dimentica le sue origini. No.

Kean segna sotto la curva Nord del Cagliari, e si ferma. Allarga le braccia. «Guardatemi», li sfida: «Sono il nero che vi ha battuto, ancora».

Chi sta sfidando? Sta sfidando chi lo ha beccato durante la partita. Chi ha beccato, oltre a Kean, anche Matuidi e Alex Sandro. Portatori sani di più melanina sul proprio corpo. Matuidi chiede la sospensione, Giacomelli da regolamento invita lo speaker a fare un annuncio contro i cori razzisti. Non serve, gli ululati continuano. Come quelli di Koulibaly del 26 dicembre a Milano, come quelli allo stesso Kean qualche giorno dopo, negli ottavi di Coppa Italia a Bologna, in cui segnò il suo primo gol stagionale.

Perché, in Italia, il razzismo (ultimamente sempre più) unisce.

Cagliari-Juventus finisce, ma il tutto prosegue. Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, va negli studi di Sky. Parla di moralismi, dà del moralista a Lele Adani, che non le manda a dire, e inizia uno dei suoi classici monologhi. Non è però una digressione sudamericana. Niente la riprende Vecino. Niente garra charrua.  Adani è chiaro, non usa mezze misure, va diretto, sembra esser tornato il difensoraccio che era. A gamba tesa. Lele dice che non si parla di moralismo. E ha ragione. Perché possono essere stati 10 coglioni. 100 coglioni. 1000 coglioni. Uno stadio intero di coglioni.

Bisogna sempre condannare, mai minimizzare

E bisogna essere intransigenti, non buoni. Perché loro non lo sono stati. E perché dovremmo esserlo noi?
Ah. La telecronaca di Adani e Trevisani fece più scalpore mediatico. Lo testimonia questo pezzo, in cui gli insulti all’ex calciatore sotto il relativo post che pubblicammo furono a iosa.

Poi.

Ammesso che in uno stadio di 15 mila persone, 100 persone verrebbero subito surclassate se tutti si impegnassero civicamente a metterli in silenzio perché la non reazione equivale all’omertà – come non erano 100 in quel famoso Inter-Napoli (San Siro ospitava 60 mila spettatori) in cui ero allo stadio e una frangia ben radicata della curva ululò limpidamente dal primo all’ultimo minuto verso Koulibaly, senza mai essere realmente silenziata e si vuol far passare un’altra narrazione -, anche se fossero state solo 100, c’è bisogno di schierarsi. Sempre. Contro. Anche contro i tuoi tifosi. E sono sicuro che Tommaso Giulini non perderà l’occasione di ripensarci meglio, a freddo. Perché è un ottimo presidente e sta costruendo una società all’avanguardia per l’Italia. Sono stato il giorno dopo le regionali a Cagliari, e ho avvertito un attaccamento ai colori della propria squadra come raramente mi è capitato in Italia. Una città fantastica, lasciatemelo dire, accogliente e aperta. Ma non per questo priva di razzismo.

Perché il razzismo, in Italia, è presente senza differenze di estrazioni sociali e attestati di laurea. Da nord a sud, e nelle isole. Unisce. Sì, bisogna dirlo. L’Italia è un paese con un razzismo radicato. E il calcio, lo sport, non è staccato dal tessuto sociale del paese, lo riflette.

Quando ultimamente si è parlato di Paola Egonu, per esempio, molti giornali si sono fermati al colore della pelle, alla sua omosessualità. Hanno esaltato l’integrazione – ma esattamente quale? Che è nata in Italia e si chiama Paola – e si sono stupiti della facilità nel dichiararsi omosessuale. Incredibile. Si sono dimenticati, tuttavia, – per incompetenza, e senza voglia di migliorarsi in argomenti non propri – di esplorare il suo talento sublime e fatale che l’ha portata a 19 anni essere una delle migliori giocatrici del mondo. Incredibile incredibile.

Cosa è cambiato esattamente dal 17 novembre 2005?

Niente

Non vi dice niente questa data, immagino.
Marco André Zoro durante Messina-Inter (1-2) prende la palla e abbandona il campo. Adriano e altri lo spingono a rientrare. La partita riprende, Zoro resisterà altri due anni in Italia, sulle sponde dello stretto. Poi la lascerà per approdare in Portogallo.
Cosa è cambiato esattamente dal 17 novembre 2005, quindi? Niente.
In Nazionale hanno giocato Liverani, Ogbonna, Balotelli, Kean. Ma i neri continuano a essere fischiati.
E quando reagiscono? Vengono prontamente attaccati. Come? Se lo fa Balotelli tendenzialmente viene considerato una testa calda, se lo fa Boateng tendenzialmente si tira in ballo Melissa Satta, se lo fa Moise Kean gli si rimprovera l’esultanza. Hai fatto bene, Moise. E non ascoltare il tuo “amico” Bonucci, uno che ha poco da insegnare riguardo alla cultura sportiva. Perché questo è un paese che ha poca cultura sportiva. In Inghilterra, Adebayor si fece una corsa sfrenata da curva a curva per esultare con la maglia del City, sotto la tifoseria della sua ex Arsenal. A nessun tifoso inglese venne in mente di dargli del gorilla.

Perché possono essere 1, 10, 100, 1000, uno stadio intero. Ma fanno rumore, e si parla di loro. Io che ho una cultura e una maturità, ora scrivo ora condanno ora vado avanti. E cerco di migliorare il mio piccolo ambiente circostante. Fosse anche solo dei pochi lettori che leggeranno queste righe. Un bambino invece, sente, vede, ascolta, fotografa. Processa. E cerca di capire. La famiglia, se in grado, gli spiegherà per bene certe cose. Ma pensare che la famiglia sia la sola determinante sulla crescita di un bambino è una visione limitante. Un bambino si confronta con altri bambini (e il pensiero recondito di altri genitori), con altri adulti – gli insegnanti a scuola, di musica, istruttori di qualche sport -, con i social, con youtube. Con quelle persone che hanno pensato bene di fischiare persone, ree di portare più pigmentazione sulla propria pelle. È per i nostri bambini, che sono il nostro presente culturale. Non sono il nostro futuro, perdio. È lì che si forma una cultura progressista.

Questa è ancora l’Italia del 2019. E lo è da tanto tempo.
In quarta o quinta elementare mi venne detto che ero «un napoletano di merda». Me lo dissero tre coetanei. Erano tre, in una scuola in cui ne conoscevo ed ero amico di mille. Nella mia testa riecheggiano ancora però quelle parole. Non mi fanno male, non mi feriscono. Mi hanno fatto male, mi hanno ferito. Non le dimenticherò, forse, mai.

Da allora non mi è mai più capitato un episodio del genere, a Milano – città aperta al mondo – vivo e frequento i posti più multietnici della città. Nordafricani, siciliani, veneziani, bresciani, bergamaschi, sudamericani. Non c’è luogo in cui io mi senta a disagio. Tranne, a volte, in uno stadio o in un bar. Quando non posso indossare la mia maglia di Lavezzi senza essere guardato male da qualcuno. Quando non posso esultare per una parata di Reina da supereroe.
Pensate, in un Inter-Napoli di qualche anno fa (doppietta di Callejon e gol di Hernanes all’ultimo secondo) i poliziotti mi invitarono a coprire la maglia del Napoli in prossimità dello stadio, era con un mio amico bengalese con la maglia dell’Inter addosso. In un Milan-Napoli (1-2), un tifoso milanista mi strappò la sciarpa del Napoli dal collo al termine della partita mentre camminavo tranquillamente e parlavo con il mio amico milanista, sciarpa rossonera al collo.

E il discorso sarebbe lungo, ancora lungo. Lunghissimo.
Gli ultimi che mi vengono in mente.
Dessena che viene etichettato «frocio» per aver appoggiato la lotta contro l’omofobia.
Gavilucci che sospende Sampdoria-Napoli per cori anti-territorio, e oggi non arbitra più per “motivi tecnici” che l’AIA ancora non ha ben chiarito quali.
Infatti, avete mai visto un arbitro sospendere una gara per questi episodi?

L’Italia nel 2019 è un paese ancora conservatore – solo a Verona si concepiscono certe manifestazioni – e ha ancora paura delle diversità. C’è poca cultura. E la cultura sportiva non è migliore, la riflette.

E allora cosa sta cambiando in Italia?
Niente, o forse poco come testimonia questo nostro reportage. Ma sono sempre fenomeni circostanziati, nati per reazione.
E allora Kean ha fatto bene. E allora Adani ha detto bene.
Non minimizziamo. Condanniamo.

E speriamo che Kean continui così. L’Italia ha bisogno del suo talento.

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