Da “junior” a Jordan: storie dell’altro Lukaku

Ama tuo fratello come la tua anima e vigila su di lui come sulla pupilla del tuo occhio.
(dal Vangelo di Tommaso)

Li separava un anno in tutto: l’età, il periodo di incubazione nelle giovanili color malva dell’Anderlecht, l’esordio con la maglia della nazionale in una selezione giovanile. C’è però un lasso di tempo superiore nello stabilire quanto ci abbia messo Jordan Lukaku a uscire dal limbo nel quale era rimasto avvolto, quello che lo etichettava come “fratello di Romelu, quello del Chelsea/WBA/Everton”.

Difatti, fino a qualche anno fa, per gli amanti del calcio belga il giovanissimo Jordan era “semplicemente” Lukaku jr., discreto terzino di prospettiva finito a maturare nell’Ostenda. Il ricco vivaio dell’Anderlecht lo aveva mandato lì a farsi le ossa, salvo poi non credere del tutto in lui e accettare la proposta della piccola società, la quale lo riscattò per un milione di euro. L’Ostenda credeva in lui: dopo il primo anno da neopromossa in Juliper League difatti si riteneva che il “junior” con quel cognome importante – ai tempi il fratellone cominciava a fare faville con la maglia dei Toffees – potesse essere in grado di gestire il peso di una difesa.

La sua squadra riuscì a classificarsi decima nel 2014/2015 e addirittura quarta nel campionato successivo, l’ultimo cronologicamente, garantendo a Lukaku jr. – ormai sempre più Jordan – una convocazione nella rosa della nazionale maggiore per gli Europei del 2016 in Francia. Esordisce in una gara sfortunata, quella contro il Galles che sancisce l’eliminazione dei Diavoli Rossi dalla competizione, ma per settantacinque minuti contrasta tutto ciò che si può contrastare ed esce tra gli applausi sostituito dal “napoletano” Dries Mertens.

 

Lui era lì, era lì in quella spedizione con suo fratello Romelu: degna famiglia di calciatori, quella dei Lukaku, visti i trascorsi di papà Roger (che proprio all’Ostenda finì la carriera) e le promesse del cugino dal buffo nome, Boli Bolingoli Mbombo, esterno del Bruges campione belga cercato più volte da club italiani anche nel gennaio scorso. Il sangue dei predestinati viaggia sparato nelle sue vene, ma Jordan per il suo futuro sognava altro, almeno inizialmente.

 

Rispetto a Romelu, il più giovane Jordan dimostrava un carattere ben più acceso: se il fratello era uno professionale e dedito alla disciplina, il fratellino già a diciotto anni di età aveva come tacche sul fucile una multa per eccesso di velocità sul Mercedes regalatogli dall’Anderlecht e un appartamento della stessa società rovinato per amore spassionato dell’arte culinaria. Voleva fare il medico, Jordan: fu la madre a spingerlo verso il calcio, e lui dedicò all’obiettivo anima e corpo. Non voleva mica deluderla: lei stessa parla dei suoi figli come “un dono di Dio”, e loro la amano così tanto da dedicarle insieme un gol di Romelu all’Europeo.

Jordan non ha mai avuto feeling con il gol (tre in oltre ottanta presenza con l’Ostenda, da terzino di spinta), ma con le discese sulla fascia sì: chiedere per esperienza alle primavere di Milan e Lazio durante il Viareggio 2013, atrofizzate dalla velocità del belga di origini congolesi a tal punto che la prima delle due società, quella rossonera, si interessò tantissimo al giocatore. Mamma Adolphine, però, pose il veto: Jordan doveva rimanere in Belgio, non poteva permettersi di bruciare così in fretta le sue chance. Ed eccolo oggi proprio alla Lazio, in un periodo in cui il suo arrivo è stato totalmente oscurato dalle vicende relative all’ultima follia del “Loco” Bielsa.

 

Simone Inzaghi ha dimostrato negli anni di servizio alla squadra giovanile dei biancocelesti di saper far fruttare i giovani talenti: Jordan è quello di cui la Lazio ha bisogno e viceversa, una piazza ambiziosa da cui spiccare il volo e nella quale consolidarsi. Molti “colleghi” gli hanno anticipato il calcio italiano: lui non vede l’ora di mettersi in mostra e farsi valere.

Rimane solo un sogno da realizzare: vestire la stessa maglia di club insieme al suo fratellone, insieme a Romelu. Difficile succeda presto, ma un anno è soltanto un anno: se Jordan saprà volare, uscire dal bozzolo e togliersi per sempre quel “junior” dal cognome, nessun obiettivo gli sarà precluso. Lukaku è già un marchio di garanzia: il piccoletto di casa è pronto a farlo valere.

 

 

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