Un funambolo fra i tetti di Manchester

Pochi giorni fa, con una nota ufficiale sul sito del club, le voci degli ultimi mesi sono state ufficializzate: José Mário dos Santos Mourinho Félix sarà il prossimo coach del Manchester United, secondo un contratto da 3 anni con opzione sul quarto, e per una cifra complessiva d’ingaggio che secondo i tabloid inglesi si aggira attorno ai 45 milioni di sterline.

Sì, il nostro ha Instagram, e questo è il suo primo post.
Sì, il nostro ha Instagram, e questo è il suo primo post.

Il tecnico di Setúbal è senza ombra di dubbio il personaggio calcistico più carismatico, complesso ed “ingombrante” degli ultimi 15 anni. Il mondo del pallone si è via via spaccato in due esatte metà: o lo si ama o lo si odia, senza via di mezzo e senza possibilità di ripensamenti. Plateale, politically incorrect, spesso polemico e attaccabrighe (con arbitri, giornalisti, allenatori, giocatori e tifosi, della sua squadra o degli opponenti), José è legato a un modo di far calcio estremamente cerebrale ma al tempo stesso emotivo.

Di lui è stato detto, in maniera chiara e concisa: “È un uomo che lavora duramente, il doppio di tutti gli altri. (…) Sa fare il suo lavoro”. Sa manipolare i giocatori come nessun altro. (…) Sarei morto per lui”. “Non mi interessava quanto fossi contento di andare al Barcellona, è stato triste lasciare Mourinho. Quell’uomo è speciale”. A parlare è Zlatan Ibrahimovic, non uno qualunque: il calciatore che per caratteristiche comportamentali e tendenza intrinseca a vincere più si avvicina al nostro José.

“Questione di equilibrio, e l’equilibrio è una filosofia”

Daniele Silvestri, Acrobati

Ma andiamo con ordine: Mourinho era tornato al Chelsea nel 2013 e dopo un anno di ambientamento era riuscito a riportare nella parte blu di Londra una Football League Cup e la Premier League. Al fischio d’inizio della scorsa stagione era ancora il più quotato dai bookmaker per la vittoria del campionato; eppure erano già nell’aria alcuni segnali che qualcosa stesse cambiando, che quel velo di superiorità sempre indossato da José stesse pian piano scemando. Basti pensare alla spinta di Arsène Wenger, all’aria apatica – quasi depressa – con cui Mou si è presentato alla conferenza per la vittoria del campionato nel 2015 o alle parole con cui, a inizio stagione, ha apostrofato la massaggiatrice del Chelsea Eva Carneiro.
I fili su cui lo Special One camminava come un funambolo stavano per cedere.

Pare che il francese abbia detto: "Ao che me stai a imbrutti'?"
Pare che il francese abbia detto: “Ao che me stai a imbrutti’?”

In effetti, il 2015-2016 è per il nostro l’annus horribilis, l’anno in cui è precipitato, mostrandosi infine (e riscoprendosi a sua volta) come un semplice essere umano; e che dunque può, come tutti, sbagliare, perdere, fallire. Ad agosto perde la Community Shield contro i rivali dell’Arsenal (e contro il rivale Wenger); in campionato gioca un calcio discontinuo, prevedibile, scolorito. Mourinho va in aperta polemica con i propri giocatori e rompe con lo spogliatoio, poi tira in mezzo gli arbitri, poi i tifosi, e così via.
Il tecnico per la prima volta nella sua carriera è in confusione totale: non riesce a gestire la pressione, non riesce a incanalare l’attenzione dei media su ciò che più gli conviene, non riesce a controllare il proprio gruppo. A Dicembre i suoi Blues si ritrovano sedicesimi in classifica e, dopo la sconfitta col Leicester di Ranieri (ex Chelsea a sua volta, ed altro grande nemico del tecnico lusitano), il club dichiara la rescissione consensuale.

“Ho dato tutto, a volte troppo. (…) Faccio questo in ogni club” ha dichiarato Mou.

E in effetti le sue prime parole da allenatore dello United sono state sulla stessa lunghezza d’onda: “Darò tutto, anche quello che non ho”. Sono però lecite alcune domande:

  1. Di quanto tempo e di quanti investimenti avrà bisogno il nuovo Manchester United per ritrovare vittorie e continuità?
  2. Cos’ha ancora Mourinho da dare al calcio?
  3. Dopo 15 anni passati passeggiando sul limite dei propri nervi, e dopo esser caduto più rumorosamente che mai, l’allenatore troverà la lucidità necessaria per reinventarsi ed adattarsi a una mentalità diversa, come è quella dei Red Devils? Ovvero: è lui la persona giusta per l’Old Trafford?

In effetti anche Eric Cantona, storico numero 7, ha espresso tali dubbi in una recente intervista: “La filosofia del Manchester United secondo me non è la stessa di Mourinho. José è un tecnico fantastico, un grande comunicatore e un vincente ma ha una visione del calcio molto diversa da quella del mio club. Mi piace la sua personalità, la passione che ci mette, il fatto che chieda sempre il 100% ai suoi giocatori ma semplicemente non è un allenatore da United.”

D’altro canto, lo United se la passa decisamente non bene. Nonostante la recente vittoria della FA Cup, la metà rossa di Manchester sta attraversando una crisi d’identità conseguente all’addio di sir Alex Ferguson; un vuoto tutt’altro che imprevedibile e che né Moyes, né la parentesi Giggs, né tantomeno Van Gaal sono riusciti a colmare.

C’è chi viene, c’è chi Va(n).
C’è chi viene, c’è chi Va(n).

A proposito di Van Gaal, forse non tutti sanno che il primo trofeo ufficiale (per quanto minore) che Mourinho abbia mai vinto da tecnico professionista fu proprio grazie all’olandese. Correva l’anno 2000 e i due condividevano la panchina del Barcellona; Louis da allenatore e José come suo vice. Il primo lasciò al secondo la possibilità di gestire i blaugrana per la finale della Copa Catalunya: 3-0 al Matarò e primo “titulo” per il portoghese.
Sedici anni dopo, il rapporto tra i due è completamente diverso: “Van Gaal si sente accoltellato alle spalle da José e dal Manchester United” ha scritto il Sun.

Nella già citata intervista, Cantona ha aggiunto: “Volete saperla tutta? Per me il tecnico giusto per lo United sarebbe stato Guardiola, era lui l’unico da prendere. (…) Mi sarebbe piaciuto moltissimo vedere Pep seduto sulla panchina che fu di Ferguson. Ha scelto il lato di Manchester sbagliato.”

“Il triangolo no!”
“Il triangolo no, non l’avevo considerato”

Sì perché, come senza dubbio saprete, il coach del Manchester City sarà, a partire dal prossimo luglio, proprio Pep Guardiola. Il Mancunian Derby si candida così, di prepotenza, come la partita più spettacolare dell’anno; se non in campo (visto l’atteggiamento remissivo che spesso José adotta contro la sua nemesi), senza dubbio dal punto di vista tattico, mentale e mediatico.

Non è quindi troppo ardito pensare che sulla scelta di Mourinho abbia influito pesantemente il suo desiderio di incontrare nuovamente Guardiola e di riproporre al mondo del football la rivalità tra allenatori che più di tutte ha vivacizzato l’ultimo decennio calcistico.
Del resto lo stesso Special One lo ha detto anni fa, senza troppi giri di parole:

"Il rumore dei nemisci. Fantastico, questo mi piace"
” E subito… Brrr! Il rumore dei nemisci. Fantastico, questo mi piasce

Mou ha bisogno di nemici, deve sentirsi inseguito, braccato e in svantaggio; è la cifra che caratterizza il suo agonismo. Quando non ne ha, fa di tutto (ed ecco le motivazioni del suo essere provocatorio) per crearsene uno nuovo: aizza l’opinione pubblica come un incantatore di serpenti; e come un pifferaio magico sposta l’attenzione della massa a proprio piacimento.
Quando una piazza non presenta più sfide stimolanti, José se ne va. Che senso avrebbe avuto restare a Milano dopo il miracolo nerazzurro del 2010? E che senso avrebbe avuto restare a Madrid senza Guardiola come nemesi? Non è un caso, infatti, che nell’ultimo anno in Catalogna Pep abbia visto il Real trionfare in Liga con 100 punti.

Ecco quindi che la scelta di Mourinho si presenta sotto tutta un’altra ottica.
È tutta qui la straordinarietà dello Special One: toccato il punto più basso della sua carriera, era obbligato a cambiare aria, e la scelta facile sarebbe stata andare il più lontano possibile e ricominciare da zero. Ma lui ha avuto l’orgoglio (o l’arroganza) e il coraggio (o l’incoscienza) di restare in Inghilterra, spostarsi “solo” duecentosessantadue chilometri e abbracciare la sfida più delicata di tutte.
E la sostanza di José Mário dos Santos Mourinho Félix è proprio questa: la ricerca costante di equilibrio, ma sempre nella maniera meno scontata possibile.

“Disobbedire alla gravità
Non credo che sia grave,
Non puoi chiamarla libertà
Finché non rischi di cadere
Dall’alto
C’è sempre qualcuno che guarda”
Daniele Silvestri, Acrobati

Ah, un’ultima cosa. Non ho – volontariamente – scritto nulla a proposito delle voci relative ai probabili acquisti del nuovo Mou United. Permettetemi però di lasciarvi con un’immagine:

No caption needed.
No caption needed.

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