Storie: Johan Cruijff, un ‘dieci’ con il 14 sulle spalle

L’Olanda è uno di quei paesi dove il calcio fiorisce con la stessa semplicità di un tulipano. Un giorno solo terra, il giorno dopo spunta una foglia, fino a che non compare un meraviglioso stelo coronato da petali dai colori più sgargianti. Nel 1947, nella città di Amsterdam, nacque un ragazzo, una foglia, con il fisico esile di un tulipano e con le sinuosità tipiche del fiore quando è trasportato dal vento; sarà destinato a fare la storia del calcio non soltanto nel suo paese, ma anche nel resto d’Europa e del mondo.
Johan Cruijff è un nome che in tanti hanno sentito, che in molti hanno amato, che pochi hanno vissuto. Un numero 10 con il 14 sulle spalle. O meglio, un numero 9 con il 14 sulle spalle. Forse un numero 5 con il 14 sulle spalle. In effetti, un numero 14 che ha stregato un’intera generazione a cercare di capire e comprendere come fosse possibile che un ragazzo che giocava attaccante, riuscisse a muoversi con tanta semplicità lungo tutto il campo. La storia di questo numero ha due versioni: una raccontata dallo stesso Cruijff, che spiega di aver scelto il 14 in seguito al rientro da un infortunio, visto che non ne erano disponibili altri; un’altra versione, più fiabesca, è quella data da un suo compagno di squadra ai primi tempi dell’Ajax, Muhren: prima di una partita di campionato, proprio Muhren non riusciva a trovare la maglia con il suo numero, così Johan gli diede il suo 9 e si prese il 14.
Un figlio di Amsterdam nato in un quartiere di periferia, proprio accanto allo stadio della squadra che sarebbe stata di lì a poco la sua seconda pelle, quei lancieri che riconobbero il suo talento, la sua bellezza ed eleganza, quell’Ajax che significherà tantissimo per la vita di Johan. Gli esordi sono quelli di un campione, a partire dalla primavera, dove entra a 10 anni, fino alla conquista del primo titolo nazionale con gli allievi quattro anni più tardi. Proprio durante la sua permanenza tra le giovani promesse (ma già prepotentemente additate come realtà) Cruijff viene preso sotto l’ala protettrice di Vic Buckingham, allenatore della prima squadra, che riconobbe il talento del giovane olandese, ma voleva che lavorasse insistentemente sul piano fisico, vista la sua gracilità. Vic elaborò un programma personalizzato, con pesi da utilizzare durante gli allenamenti sul campo, elementi che andranno a formare già in tenera età quel carattere duro e glaciale già insito in Johan.
Nel 1965 esordì in prima squadra, sotto l’occhio vigile di quel Buckingham che tanto l’aveva coccolato e ora poteva cominciare a raccogliere i frutti del suo lavoro. Ma il legame tra i due durò poco, solo dodici mesi, visto che Vic verrà esonerato per via della scarsa produttività di vittorie in campionato. Al suo posto arrivò Rinus Michels, mentore di Cruijff con la sua idea di calcio totale, che il tulipano olandese riprenderà nella sua carriera da allenatore.
Era ancora presto però, la carriera del 14 appena agli inizi, la stella stava appena cominciando a luccicare. Ma dopo neanche 4 anni, cominciò a brillare come non mai, con l’Ajax che stracciò record a livello nazionale, fino ad arrivare in finale di Coppa dei Campioni contro il Milan del grande Gianni Rivera. 4-0 rossoneri e lancieri sconfitti, con una grande delusione ma tanta esperienza in più, che servirà un paio di anni dopo, nel 1971, a Wembley, nel tempio del calcio, quando Michels e la squadra di Amsterdam si incoronarono Campioni d’Europa.
Il rapporto tra Cruijff e Michels, così come con l’Ajax, fu amore puro, incondizionato, più forte di qualsiasi cosa. Ma ancora più grande di questo era l’amore per il calcio; perché quando la palla ti prende, la vedi rotolare davanti a te, dai tutto te stesso per inseguirla, per farla tua; per coccolarla e trattarla male, per stringerla forte a te, prima di scaraventarla via con una dolce cattiveria. E così l’Eredivisie salutò quel fenomeno, per vederlo prendere il volo verso la maglia blaugrana delBarcellona.
Qui Johan non poté prendere il 14 a lui tanto caro, poiché la federazione spagnola permetteva ai giocatori titolari in campo di scegliere dall’ 1 all’ 11. Così scelse il 9, ma sotto la maglia rossoblù, ogni volta ne indossava un’altra con il 14 sopra, portafortuna in ogni situazione. In Catalogna lasciò il segno, visto che ritrovò lo stesso Michels che lo aveva lanciato a casa sua, riuscì a fare breccia nel cuore dei tifosi, prendendosi il soprannome di ‘olandese volante‘ in seguito a un goal di tacco in rovesciata contro l’Atletico Madrid.
Ormai Johan era diventato un uomo, un leader, capitano della nazionale, della macchina perfetta (che sarà chiamata ‘arancia meccanica’) che era la selezione olandese. E nel 1974, nel mondiale tedesco, Cruijff trascinò i suoi compagni verso la finale contro la Germania Ovest, con i soli Breitner e Müller che si insinuarono tra il ragazzo di Amsterdam e la coppa del mondo. Intanto si faceva avanti nei meandri della sua mente l’idea di smettere con la nazionale, con la maglia arancione, con quel rapporto vissuto male sin da subito, tanto che non partecipò ai mondiali sud americani in Argentina del 1978, e si dedicò solamente alle squadre di club.
Qui cominciarono i viaggi del ‘profeta del goal‘: prima in America, poi nuovamente in Spagna (Levante) fino a tornare dove tutto era cominciato: All’Ajax. Negli ultimi due anni che passò qui, chiuse i suoi record con la maglia biancorossa collezionando in 275 partite 205 reti, e nel 1983, nell’ultimo anno su un campo da gioco, con la maglia del Feyenoordaddosso e con un Gullit che cominciava ad affacciarsi sul prato dell’ Eredivisie, vinse il suo nono campionato olandese e la sesta coppa d’Olanda.
Un uomo infinitamente geniale Cruijff, che ha stravolto il modo non solo di giocare a calcio, ma anche di pensarlo. Dopo di lui non è stato più soltanto un gioco, ma un ritorno alle origini che si era dimenticato: Johan ricordò a tutti, con quei movimenti ondulati e quelle sue repentine e fulminanti serpentine, che il calcio era stato inventato per divertirsi; e chi, meglio di lui riusciva a farlo? Cuore leggero e gambe veloci, sorriso sgargiante e corsa continua. Le stesse cose che ha insegnato ai suoi giocatori da allenatore: a partire da Van Basten all’Ajax, con il cigno di Utrecht che ricordava moltissimo, almeno agli inizi, il tulipano di Amsterdam; continuando con Laudrup, Koeman, Guardiola e Stoickov al Barcellona, che appresero l’idea di Cruijff di calcio totale, così come lui fece con Michels al tempo, portandoli a vincere la prima Coppa dei Campioni nella storia blaugrana, ancora a Wembley, dove lui vinse la sua prima contro il Panathinaikos, stavolta contro laSampdoria dei miracoli di Vialli e Mancini.
Al Barcellona rimase per 8 anni, fino al 1996, quando decise, in seguito a vari infarti, di dedicare il tempo rimasto (che sembrava poco) alla famiglia. Ad oggi Cruijff è ancora vivo ed è considerato uno dei più forti calciatori di tutti i tempi, uno dei pochi a vincere tre palloni d’oro e a collezionare vittorie di coppe dei Campioni sia come calciatore che come allenatore. Ora sta attraversando un brutto periodo in seguito a una recente diagnosi di cancro ai polmoni, che ha mobilitato alla preghiera e alla speranza di vederlo ancora respirare calcio tutti i tifosi del mondo.
Ma se Cruijff è stato così grande, è anche perché nella sua vita ha sempre osato, senza mai preoccuparsi delle conseguenze, senza mai pensare al domani, ma solo al presente. Un presente che stavolta vede combattere il ‘Pelé bianco‘ come un tulipano contro la pioggia: e sappiamo che se lo stelo è forte e le foglie resistenti, sarà difficile sradicarlo da quella terra alla quale è così fortemente aggrappato.

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