Invisibili: Roberto Pereyra

Il calcio argentino e, di conseguenza, gli Argentini sono da sempre una delle componenti fondamentali del mondo calcistico. Il loro talento unito alla loro imprevedibilità risultano in un mix del quale è veramente difficile fare a meno, rendendo così interessanti anche i risvolti meno affascinanti di questo gioco.
Roberto Pereyra risponde a tutti questi requisiti, quelli di un giocatore squisito ma spesso enigmatico, rimanendo comunque lontano dalla luce dei riflettori: proprio per questo è un invisibile, perché dovrebbe essere geneticamente portato ad essere una figura importante in questo sport ma il suo pedigree sembra non bastare.

La traiettoria della carriera del Tucu è veramente difficile da calcolare e decifrare, una sequenza tendente all’infinito di picchi elevati e attimi di assoluta mediocrità, come se mancasse da sempre un valore in grado di rendere costante questa funzione.
Nonostante questo tentato – e malriuscito – paragone matematico, la sua carriera è tutt’altro che legata a regole logiche: proprio per questo la sua storia sportiva acquisisce così tanto fascino, guadagnandosi il diritto di essere raccontata e conosciuta.

Un Tucumano in Friuli

La prima tappa del viaggio del Tucumano è Buenos Aires, dove veste – tra vivaio e professionisti – la prestigiosa maglia del River per 5 anni totali. Con i Millonarios è un matrimonio perfetto perché in una situazione caotica, come quella del River  a cavallo tra il primo e secondo decennio del nuovo millennio, è paradossalmente fisiologico che riesca a sbocciare una generazione talentuosa: infatti, oltre a Roberto, quella squadra lancerà tra gli altri Lanzini e Lamela, giocatori molto simili a Pereyra per il loro impatto agrodolce col calcio europeo.

Roberto Pereyra con il River Plate | Numerosette Magazine
A loro modo, una generazione d’oro

La retrocessione della squadra nel 2011 non va comunque ad intaccare la reputazione che Pereyra è riuscito a farsi nelle prime due stagioni giocate in prima squadra: è un esterno moderno, votato al sacrificio e alla corsa a tutto campo, ma ha dei lampi di genio che richiamano quel romanticismo che solo gli Argentini sanno trasmettere. Queste primissime difficoltà lo plasmano e lo formano per il primo salto nel vuoto della sua carriera: l’Udinese dei Pozzo, da sempre estremamente attenta a giovani esotici e quasi di nicchia, lo porta in Italia, lanciandolo così in un mondo nuovo ma necessario alla crescita del suo talento.

Udine, che non era più quella delle notti europee, è una piazza ideale sotto praticamente qualsiasi punto di vista. In primis è un ambiente tranquillo, lontano dalle attenzioni – e quindi dalle pressioni – dei media, e in secondo luogo trova tanti altri giocatori catapultati proprio come lui in un mondo distante anni luce dalle proprie origini. I bianconeri rappresentano un’oasi felice dove sostare e prepararsi a spiccare il volo, il tratto di transizione perfetto per un viaggio che, almeno nelle intenzioni, punta ad andare sempre più in alto.

Oltre che un ambiente ideale, in Friuli trova Francesco Guidolin, che si rivelerà una delle figure cardine della sua carriera: il tecnico veneto lavora a 360 gradi sul gioco dell’argentino, attuando pochi ma sostanziali cambiamenti per permettere una più sicura sopravvivenza nel campionato nostrano.
Innanzitutto Guidolin lo mette nelle condizioni di poter variare su tutto il fronte offensivo, limitarlo sulla fascia sarebbe controproducente per lui e per la squadra. Pereyra diventa quindi più centrale rispetto al gioco della squadra e col tempo impara ricoprire sempre più ruoli: fa principalmente il trequartista, ma a partita in corso si abbassa a fare la mezzala per poi variare su tutto il centrocampo.

L’impatto col calcio italiano è molto meno complicato delle previsioni e, anzi, lo porta a diventare un giocatore più completo. L’Udinese, esattamente come da pronostico, lo fa crescere fino al momento della sua inevitabile partenza: è arrivato il momento della prima grande realtà della sua carriera, la Juve di Allegri in rampa di lancio per diventare la super potenza europea che conosciamo oggi.

Rallentare senza fermarsi

A Torino trova un ambiente totalmente diverso rispetto a quelli incontrati precedentemente: la Juve sta entrando in una fase di consapevolezza della propria forza che negli anni precedenti non aveva, il margine di errore non è concesso e la pressione è quella di una piazza che punta a vincere e a farlo in fretta. Se a Buenos Aires e Udine era una delle stelle più brillanti ora è costretto ad essere uno dei tanti, adattarsi nel minor tempo possibile diventa necessario per non annullare quanto di buono fatto fino a quel momento.

Da un certo punto di vista le due stagioni Juventine lo frenano, perché gioca poco rispetto alle esperienze precedenti ed il nuovo sistema di gioco lascia poco spazio alla sua inventiva palla al piede. Per la prima volta in carriera non è uno dei giocatori chiave del progetto, ma nonostante le intemperie riesce comunque a non finire nel dimenticatoio e, anche se non al ritmo desiderato, ad apportare ulteriori miglioramenti al proprio gioco.
Allegri, pur utilizzandolo principalmente come principale riserva ai titolarissimi di centrocampo, apprezza e sfrutta le sue grandi doti atletiche e di resistenza: lo porta a regredire tecnicamente, non è più coinvolto nella manovra come prima, ma tatticamente diventa disciplinato come non mai. Sotto la guida dell’ex tecnico di Milan e Cagliari Pereyra impara a soffrire in campo, a sudare per ogni centimetro di campo. La sua prima esperienza in una grande lo porta, paradossalmente, a ragionare da provinciale. Questo cambiamento gli permette di interpretare ogni ruolo con un approccio più muscolare, tralascia le finezze per concentrarsi quasi unicamente sulla sostanza e dimostra – quando viene messo nelle condizioni di farlo – di poter giocare e stare al livello al quale punta la Juventus.

La seconda avventura bianconera della sua vita non va come sperato, ma non gli mette più di tanto i bastoni tra le ruote e si rivela, in fin dei conti, un tramite ad una nuova realtà. Per il Tucu è arrivato il momento di ripartire, provare un’altra strada per sfondare definitivamente.

Imparare a volare dai calabroni

Per ripartire c’è bisogno di un cambiamento radicale, come per scuotersi e risvegliarsi dal quasi-stallo di Torino. Il Tucu sceglie, nell’estate del 2016, di ripartire dal Watford dove riabbraccia la famiglia Pozzo e trova una società quasi inedita per lui: gli Hornets non hanno il bisogno patologico di vincere Juventino, ma non sono nemmeno una realtà provinciale. Il club inglese sta ponendo le fondamenta provare a competere con i più grandi, quindi Pereyra viene nuovamente responsabilizzato, ma tornando ad essere il fulcro della squadra, potendo allo stesso tempo ambire ad obiettivi sempre più ambiziosi.

Ha fin da subito un ottimo impatto con il calcio inglese: l’esperienza alla Juve lo ha preparato ad un gioco più fisico e, nonostante la squadra abbia una rendimento decisamente altalenante, le prestazioni sono sempre buone, soprattutto contro le big. I primi due anni lo formano e lo introducono al meglio a questo nuovo mondo, ma è solo con questa stagione che inizia ad impressionare per davvero.
L’arrivo di Javi Gracia, navarrino giramondo, sulla panchina degli Hornets coincide con il suo momento di massimo splendore: torna a giocare nello stesso ruolo e con le stesse libertà che aveva a Udine, ma con lo stesso approccio mentale che gli era imposto con la Juve.  Non è più solo un ottimo giocatore, ora è anche un leader in campo e l’ottimo inizio in campionato dei suoi ne è la prova principale.

Col Watford gioca il miglior calcio della sua carriera, soprattutto per la completezza di ogni sua partita. Parte come uno dei due trequartisti per poi variare su tutto il fronte d’attacco, ma sempre con un occhio in fase di copertura dove risulta fondamentale, grazie alla sua fisicità, in disimpegno.
Per dirla in termini cestistici è il go-to-guy della squadra, quel giocatore al quale recapitare il pallone nei momenti decisivi della gara. Due reti in particolare testimoniano questa tesi: la volée rifilata al Brighton e lo splendido goal segnato al Crystal Palace.

I prossimi mesi rappresentano il vero momento decisivo della carriera di Pereyra: Watford potrebbe rivelarsi un realtà troppo piccola, dove rischierebbe di rimanere invisibile per ancora tanto tempo. L’errore opposto sarebbe fare il passo più lungo della gamba.
A 27 anni sembra aver raggiunto definitamente la maturità necessaria per poter decidere se rimanere nella propria comfort zone, ancorandosi però ad un quasi anonimato, o spiccare definitivamente il volo verso destinazioni che, almeno sulla carta, sarebbero più consone ad uno col suo talento.

Solo il tempo potrà dirci cosa succederà al Tucu Pereyra, non resta che godersi lo spettacolo con la consapevolezza che un talento del genere meriterebbe di non essere invisibile.

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