Invisibili: Mousa Dembélé

Nel calcio, come nella chimica, è tutta questione d’equilibrio. Se prendiamo undici calciatori o undici atomi, dobbiamo vedere in che modo reagiscono tra loro, come si combinano, che tipo di equilibrio ci restituiscono. Si deve calcolare l’entropia, la normale dispersione tattica nello spazio-tempo della partita.

Senza equilibrio, nel calcio, non si va da nessuna parte. E proprio per questo lo sport avrà sempre bisogno di giocatori invisibili, che magari non producono gol e non generano spettacolo, ma garantiscono il corretto funzionamento della squadra. Uno di questi è Mousa Dembélé, che nel Tottenham di Pochettino si guadagna di buon diritto l’Oscar di miglior attore non protagonista.

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Un identikit anglo-fiammingo

Mousa Dembélé non è più giovane, calcisticamente parlando. Credo sia importante partire dai meri dati anagrafici, perché abbiamo davanti un calciatore classe 1987 che ha raggiunto piuttosto tardivamente i migliori palcoscenici internazionali. Dembélé sembra all’apparenza un centrocampista ordinario: ha una discreta qualità, proveniente dal lungo apprendistato fiammingo, ed è corroborato da una muscolarità guadagnata in tante stagioni al servizio del Fulham in Premier League. Nonostante sia alto 1,85, la sua mole lo fa troneggiare in mezzo al campo.

Ma la cosa più sorprendente è che parliamo di un giocatore che, dati alla mano, è stato oggettivamente invisibile. Nel 2016 ha subito un brutto infortunio alla caviglia, e per tutto il 2017 lo troviamo impegnato in una personale odissea: così mentre il Tottenham perde il titolo contro il Leicester di Ranieri e poi contro il Chelsea di Conte, Dembélé è impegnato a redimere sé stesso.

Dembélé contro il Crystal Palace | numerosette.eu
Dembélé ha sempre avuto una spiccata propensione al gioco di interdizione. Era la sua caratteristica principale. Con l’arrivo di Pochettino al Tottenham, però, c’è stata una maturazione tecnica non trascurabile.

Un habitat ideale

Molto spesso i calciatori invisibili hanno bisogno di un particolare habitat per riuscire a prosperare. In altra sede abbiamo parlato di David Silva, calciatore dalla qualità straordinaria che, in una compagine tecnicamente insuperabile come quella del Manchester City, si è eclissato a beneficio di tutta la squadra, fino a diventare una pedina insostituibile dello starting XI per stessa ammissione di Guardiola.

Dembélé non ha la stessa qualità di Silva, ma per fortuna il calcio è uno sport diversificato. Ognuno può dare il suo personale apporto alla ricerca di equilibrio che è propria di ogni squadra. Se Dembélé ha trovato una sua perfetta invisibilità nella fase oramai crepuscolare della sua carriera, lo deve sostanzialmente a due fattori: l’ambiente del Tottenham, e la ribalta di Harry Kane. Un habitat ideale.

Gli Spurs godono della fama di eterno perdente. Qualcuno parlerebbe di ironia della sorte, perché persino nella stagione 2016/17, quando le principali compagini del calcio inglese ebbero un’annata sfortunata e il Tottenham fu l’unica delle big a mantenere una media punti discreta, comparve la meteora del Leicester che con un calcio forestiero (come dimenticare il catenaccio-e-contropiede di Ranieri?) vinse il titolo oscurando forse il miglior Tottenham della storia. Eppure, negli ultimi anni, gli Spurs hanno trasformato questa colpa dal sapore greco antico in un’opportunità. Hanno lavorato sulla costruzione dei giocatori e si sono affermati tra i primi cinque club inglesi, guadagnando stabilmente la Champions League. Qui, Mousa Dembélé ha imparato a fare della sua incredibile capacità atletico-tattica un’arma in più per Pochettino.

Pochettino e Dembélé | numerosette.eu
Dembélé ha detto in una recente intervista che i giocatori del Tottenham vogliono vincere un trofeo soprattutto per il loro manager, Pochettino. Giusto per dare un’idea dell’amalgama che si è creato dentro la squadra.

Professione equilibrista

Nel 4-2-3-1 standard del tecnico argentino, il Tottenham costruisce un gioco prevalentemente arioso, sulle fasce. I terzini (solitamente Davies e Aurier) spingono costantemente per 90′, lasciando ai tre trequartisti alle spalle di Kane larga libertà offensiva. A turno, Alli, Son, Lamela, Erikssen e Lucas Moura seminano scompiglio nella retroguardia offensiva, canalizzando le loro azioni verso il centravanti inglese.

In questo magnifico gioco ad accerchiamento, Pochettino ha dovuto trovare un equilibrio intelligente in mezzo al campo. Nei due giocatori in mediana, quello inamovibile è Dembélé, in grado di unire impressionanti prestazioni difensive a una sorprendente lucidità in fase di costruzione. Se ne saranno accorti i giocatori della Juventus: nell’amaro 2-2 generato all’Allianz Stadium di Torino, Dembélé ha neutralizzato una delle armi letali dei bianconeri (gli inserimenti di Khedira) e ha guidato gli assalti all’arma bianca per spezzare il veloce possesso palla della squadra di Allegri. Il tutto senza essere mai notato.

Juventus-Tottenham | numerosette.eu
Gli Spurs festeggiano dopo il 2-2 di Eriksen. Con l’inusuale casacca bruna, gli inglesi si sono comportati alla perfezione contro una delle squadre più quotate d’Europa.

The HurryKane

Un secondo elemento, poi, ha permesso a Dembélé di brillare di luce invisibile: il successo di Harry Kane. Il centravanti inglese è un outsider, proprio come lui: uno che è arrivato nel calcio che conta dopo tanti anni di penitenza, e che conserva la fame di chi ha tutto da dimostrare. Kane è il finalizzatore e il trascinatore di tutto il Tottenham, e uno degli attaccanti più straordinari del calcio europeo: mette assieme il killer instinct di Mauro Icardi con il prezioso lavoro collettivo di Gonzalo Higuain.

Le sue prestazioni l’hanno reso una vera rockstar del calcio britannico. Pochi giorni fa ha deciso un tesissimo Derby del North London saltando in alto fino a 2,42 metri: oltre ad aver fatto fare una pessima figura a Koscielny, si è guadagnato l’attenzione dei talent scout dell’atletica leggera. In Champions ha invece infilato Buffon con una facilità disarmante, senza lasciarsi scoraggiare dalle parate fenomenali che gli aveva opposto nei minuti precedenti.

Kane e Dembélé | numerosette.eu
“One player is the secret to Kane: Mousa Dembélé”. Così un commentatore inglese durante una partita di Premier League del recentissimo passato.

Ma quale vantaggio trae Dembélé (e in generale tutta la squadra) da Kane? Molto semplice: la stella dell’attaccante inglese brilla così tanto da assorbire tutto. Kane è il Tottenham; alle sue spalle si agitano dieci figuranti che, nella penombra, possono curare il proprio miglioramento. Dembélé è dunque al riparo da critiche velenose e ha fatto del suo rapporto con Pochettino la cosa migliore della sua carriera.

Dembélé è ovunque

Parlare di calcio con paragoni tratti dal mondo della chimica può essere salutare. In fondo, è sempre e comunque una questione di equilibrio. Pochettino si sta dimostrando un grande sperimentatore, ma non rinuncia mai al suo legame covalente fondamentale: Mousa Dembélé. Se il Tottenham sta funzionando è perché ha trovato il giusto mix di talento e corsa, di luce e ombra. Alla sfolgorante prestazione di Kane deve corrispondere un’altrettanto  brillante (e sommersa) prestazione dei due mediani; se manca questo equilibrio, la squadra cade in pezzi. Dare e avere, prendere e togliere; Dembélé è il contraltare dei successi offensivi degli Spurs.

In ordine di tempo, la sfida con la Juventus è stata esemplare. I bianconeri hanno fatto del loro gattopardesco equilibrio tattico la fonte principale di forza, e non si aspettavano di trovarsi davanti all’unica squadra in tutta Europa che può vantare lo stesso equilibrio. E c’è voluto coraggio, da parte del Tottenham, a non perdere le misure quando vai sotto 2-0 dopo 8′, e sul finire del primo tempo ti vedi fischiato il secondo rigore contro.

Nella partita contro la Juve, Dembélé ha preso in prestito dai piani alti il dono dell’ubiquità. Era ovunque. Ha toccato il pallone 116 volte, ha completato 94 passaggi (di cui 5 chiave) e ha vinto il 100% dei tackles che ha effettuato. Dembélé è stato l’incipit delle ripartenze inglesi e il muro contro cui spesso sbatteva la penetrazione verticale della Juve (che, non a caso, ha dovuto ricorrere a calci piazzati e incursioni laterali per segnare). E ha fatto tutto questo con sapiente invisibilità. Non male, per un classe 1987 che forse ha ricevuto, nella sua carriera, troppe dosi di sfortuna e troppe poche note di merito.

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