Invisibili: Blerim Džemaili

Nel 1990 la Repubblica Federale di Jugoslavia era in pieno fermento per le elezioni indipendentiste dei sei stati che la componevano. In Macedonia, anzi in quella che era la Repubblica Socialista di Macedonia, si presenta a furor di popolo l’antifascista Kiro Gligorov, che un anno dopo entrerà nella storia come il primo presidente democraticamente eletto del Paese. È nel pieno clima del furore autonomista slavo che Fekdredin e Shemije Džemaili, una famiglia albanese-musulmana originaria di Bogovinje, emigra da Tetovo a Zurigo, la più estesa e popolata città della tranquilla Svizzera, portando con loro Bettim, il figlio maggiore, e Blerim, allora un bimbo di 4 anni, che è il fuoco della nostra storia.

È nato il 12 aprile del 1986, quattordici giorni prima che il disastro di Černobyl’ nuclearizzasse l’intera zona europea. Cresce tra i vicoli di Zurigo giocando a calcio con il fratello. «Il vero campione di casa era lui, mi batteva sempre» almeno fin quando un grave infortunio non gli permetterà più di giocare. Blerim, invece continua, e a 9 anni trova la sua prima squadra, lo Oerlikon Zürich, mentre un anno dopo passa al FC Unterstrass. Blerim, anche se ancora troppo piccolo per dirlo, sembra avere il piglio giusto per giocare a calcio,  e i suoi genitori lo incoraggiano. Suo padre, muratore, lo forgia come ferro fuso sul valore del sacrificio. A 14 anni entra nelle giovanili dello Young Fellows Juventus, un club fondato appena 8 anni prima nell’acerbissimo panorama calcistico elvetico. Un anno dopo viene notato dal più importante club della sua città: il Fussballclub Zürich, che lo paga 10.000 franchi svizzeri (più o meno 8.000€) e lo annette nelle giovanili. Dopo tre anni Blerim è in prima squadra, ha il piglio giusto per giocare a calcio.

Džemaili ha 17 anni, è un regista con spiccate doti di costruzione e distruzione del gioco, e alla sua prima stagione tra i grandi dello Zurigo, sotto la guida di Lucien Favre (ora allenatore del favoloso Nizza) gioca 30 partite e porta a casa 2 gol e 3 assist. Alla sua seconda vince la Swiss Cup, il primo trofeo della carriera. E alla terza, nel campionato 2005-06, a 19 anni, diventa capitano della squadra.

Il più giovane capitano della storia del calcio svizzero.

Vince due campionati di seguito e si presenta al panorama europeo come uno dei migliori talenti elvetici in circolazione.

Non so quanti giocatori possano permettersi un fan-blog così anni 2000.

Di lui si accorge un certo Sam Allardyce che, se non seguite necessariamente la Premier, conoscerete perché è stato Commissario Tecnico della Nazionale Inglese per a malapena una partita, e che si è dimesso per aver spiegato a giornalisti del Telegraph come corrompere agenti per aggirare le norme della Football Association.

Big Sam è manager della squadra che, tra il 2003-04 e il 2006-07, è sempre finita tra le migliori otto del campionato, insieme a Chelsea, Manchester Utd, Liverpool e Arsenal. Ovvero, il Bolton Wanderers.

Allardyce stravede a tal punto per Džemaili che lo prenota con mesi di anticipo, affermando: «Pur essendo così giovane, è ricco di esperienza, […] e sarà un perno per la Nazionale Svizzera degli anni a seguire. Sono molto eccitato all’idea di lavorarci insieme.» Peccato che l’idea non si concretizzerà mai. Allardyce lascia il Bolton sul finale di stagione 2006/2007, al quinto posto in classifica, preferendo le sponde bianconere del Newcastle.

Džemaili, intanto, si rompe i legamenti del ginocchio, e quando approda in Inghilterra è un giocatore infortunato senza il tecnico che l’aveva fortemente voluto.

È qui il punto focale della sua carriera: si ritrova a dover affrontare non solo l’ambientamento in una nuova realtà più competitiva, ma anche il ritorno da un infortunio tremendo che è il terrore di ogni giocatore (chiedere a Strootman). Nel 2007-08 trova spazio solo per una singola apparizione, in Coppa di Lega, giocando per 44 minuti. «Al Bolton mi feci male: crociato e menisco, non vedevo la luce. Poi mi ha comprato Urbano Cairo, al Torino. È l’uomo che più ha creduto in me con Mauro Pederzoli” (nda: direttore sportivo del Toro).

Nel 2008 ha vita il suo percorso quasi ininterrotto in Italia. Arriva al Torino di Rosina e Bianchi, poi passa in comproprietà al Parma dove prende il numero 10. Ma è a Napoli, con Mazzarri prima e Benítez poi, che lo svizzero trova una dimensione che lo valorizza. «Ho avuto grandi gioie, come la finale di coppa Italia vinta con la Juve nel 2012.» Di quella partita, unica sconfitta stagionale per la prima Juventus di Conte, gioca tutti e 90 i minuti.

Nel 3-4-1-2 dei  partenopei Džemaili gioca in coppia con Gökhan Inler. «Ci ho giocato due anni nello Zurigo, abbiamo vinto il campionato e ci trovavamo alla perfezione in campo. Ci completiamo bene». Colleziona 109 partite con 18 gol e 11 assist. Nel 2012, anno della morte di Gligorov, avvenuta il 1° gennaio, vive la sua migliore stagione realizzativa con ben 9 gol, per altro molto belli come questo:

O questo:

E se col Napoli vive il sogno di un grande progetto e di giocare la Champions, é col Bologna, in questi mesi, che Blerim ha trovato la maturazione definitiva, dopo l’esperienza personale negativa al Galatasaray (vincerà comunque il titolo nazionale) e quella di rilancio al Genoa.

Se Napoli è stato il top, Bologna mi fa dire che non mi sono mai sentito così importante.

È capocannoniere della squadra, è il sesto centrocampista in Serie A per tiri a partita (dietro Hamšík) e il secondo per tiri nello specchio (dopo Pjanić). L’undicesimo per passaggi lunghi completati (2.8 a partita) e il sedicesimo per passaggi chiave a partita (1.1, gli stessi di Khedira). Džemaili, al di là di quanti gol a stagione faccia al Torino, è un vero e proprio leader del Bologna e, a 30 anni, si può guardare indietro forse con un po’ di malinconia pensando alla sua carriera, che forse non lo ha premiato come dovuto per colpa degli infortuni, delle occasioni sprecate, o semplicemente dei propri limiti. Ma che gli è valsa, ad honorem, l’occasione di diventare un nostro Invisibile.

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