Spirito Nerazzurro

Quel che si è detto non è mai abbastanza rispetto a quel che si dirà di quest’Inter. Società forte, squadra vincente: una conseguenza da perseguire costantemente. Specialmente quando, dopo ben sette anni di distanza, sette anni tormentati, sette fine maggio impossibili da accettare, è tornata la Champions League anche per la squadra del biscione. Giunti alle soglie dell’estasi quest’estate, quando una qualsiasi ricerca associante i termini “Inter” e “mercato” riportava nomi altisonanti quali Modric, Vidal, Nainggolan, l’ambiente nerazzurro era probabilmente tornato in quel clima onirico e speranzoso che si viveva nel periodo antecedente al 2010. Emblematica e simbolica l’immagine creata ad hoc per la campagna abbonamenti: un’intensa allegoria dell’interismo espressa da attente citazioni letterarie (Dante) e artistiche (Michelangelo, Leonardo).

L'Inter celebra l'ingresso in Champions con Dante | Numerosette Magazine

Le prime inaspettate e deludenti prestazioni contro Sassuolo, Torino e Parma hanno però riportato alla realtà. Altro che “A riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139, ultimo della cantica): l’Inter, dopo il gol di Dimarco, sembrava fosse tornata al terzo canto dell’Inferno. Così si torna a notare come l’Inter avesse infatti salutato i propri tifosi con un traguardo sì fondamentale, ma che aveva anche sfiorato l’ennesimo fallimento a pochi minuti dall’ultima gara; e se questa squadra non fosse ancora pronta per la Champions? Questo il principale dubbio dopo le prime giornate, prontamente scagionato da un finale di gara col Tottenham che riassume perfettamente l’essenza dell’interismo, quella sofferenza antecedente alla gloria.

Chiariamo però, da subito, il punto nevralgico della nostra discussione: quest’Inter non punta al bel gioco. Ecco gli aspetti su cui verte il tecnico toscano per l’avanzata dell’Inter verso l’Empireo.

Sull’anima

Durante le prime partite incolori ci si chiedeva ancora perché Spalletti non fosse ancora riuscito nella realizzazione di una precisa identità di gioco per la sua squadra. Anzi, spesso sono state osservate alcune ricorrenti problematiche quali il modulo, un 4-2-3-1 talvolta troppo proteso alla staticità, l’assenza di una mediana di qualità in grado di garantire l’ingresso palla al piede almeno al limite dell’area avversaria (probabilmente negli ultimi 5-6 anni fu proprio il rimpianto Rafinha l’unico in grado), l’incostanza di Perisic durante i 90′, oppure la scarsa partecipazione di Icardi alla costruzione della manovra d’attacco. Al secondo graffio di Vecino, stavolta contro il Tottenham, giunge infine il monito esistenziale. La costante ricerca di un’Inter predisposta alla rapidità della manovra e al palleggio sembra essere adombrata da una nuova idea, risiedente nella mentalità. Nel momento in cui vengono abbattute le pretese di affrontare i drammi del passato e le incertezze del presente con un ideale principio estetizzante, si può giungere all’accettazione, pur non felice, che il cambiamento sia più viscerale, o persino inconscio. Vince lo spirito.

In sostanza, le ultime gare hanno dimostrato ancora una volta come l’undici nerazzurro abbia maturato la piena consapevolezza di se stessa. Non è un caso che molte vittorie dell’era spallettiana, spesso anche fondamentali come il derby contro il Milan dell’ottobre 2017, fino al già rinomato gol uruguagio contro la Lazio, siano appunto giunte durante i minuti finali. In una delle ultime interviste di Spalletti come tecnico della Roma proclamò la massima “Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli: non c’è altra strada”, ripresa poi come motto per la successiva stagione nerazzurra. Il tecnico di Certaldo aveva infatti individuato il bisogno impellente di formare una nuova mentalità, prima a livello individuale, atleta per atleta, per poi sfociare in una consapevolezza collettiva. Ecco, se nella scorsa stagione fu fondamentale la ripresa psicologica di giocatori come Perisic, disilluso dall’esperienza italiana e sul punto di abbandonare la causa interista, Brozovic e D’Ambrosio, adesso è giunto il momento di associare le forgiate consapevolezze in una comunione d’intenti: un collettivo con idea unanime volto alla conquista della vittoria.

E finora, per quanto abbiamo potuto assistere nei match con Fiorentina, Spal e soprattutto PSV, il club meneghino sembra stia percorrendo il corretto iter per la consacrazione del gruppo. Atleti che non cedono fisicamente durante i diversi scenari di gioco, individualità pronte a sfruttare l’occasione giusta, disponibilità al sacrificio: così Spalletti ha creato un’anima per questa squadra.

Sulla tradizione

Abbiamo così detto che il vero fattore innescato da Spalletti sia avere affidato un’anima a una squadra che per anni ne è stata priva. Anche l’ambiente nerazzurro più razionale, di conseguenza, ha raggiunto una simil verità, chiaramente affidandosi alle esperienze del passato: non è questa Inter incapace di proporre bel gioco, ma l’Inter, di per sé, nella sua essenza storica. E da quando la tradizione ricorda il club nerazzurro come una fucina di un calcio innovativo o spettacolare? Forse si dovrebbe risalire alla Grande Inter, quella di Helenio Herrera, per parlare di una squadra vincente, contraddistinta dall’applicazione di un calcio più dinamico e spettacolare, specialmente per quegli anni, o specie se le redini del centrocampo sono manovrate da Luis Suarez. Perché, per il resto, la storia ha sempre mostrato un’Inter molto più avvezza alla formazione di un gruppo compatto e motivato, alla solidità difensiva, volta alla fisicità e all’inevitabile capacità decisionale dei propri attaccanti: dei numeri 9, si intende. Elementi presenti e caratterizzanti nella triade degli ultimi allenatori vincenti della storia interista: dall’Inter di Trapattoni (che, per continuare i riferimenti a Dante, assumendoci le responsabilità di una scelta tanto grossolana quanto divertente, lo assoceremo metaforicamente a Virgilio), così come in quella di Mancini (alias Beatrice), fino al raggiungimento dell’estasi con Mourinho (Bernardo di Chiaravalle, chiedendo ancora perdono al Poeta fiorentino).

Già, perché quella squadra non ha ricercato ossessivamente il bel gioco, ma esprimeva il suo potenziale in maniera letale e operaia: il sacrificio di Eto’o fu l’emblema principale dello spirito che il portoghese riuscì a infondere in quel gruppo. Ed è lì che l’ambiente nerazzurro e la sua tradizione trovano la propria forza. Non è nemmeno un caso che Spalletti sfrutti ampiamente la sua schiettezza retorica e, più in generale, stia cercando di entrare a far parte in quella ristretta cerchia adibita dall’interismo tradizionale, che ha sempre avuto a cuore allenatori carismatici in campo e dialetticamente sfrontati fuori, davanti ai media.

Sull’identità

Un’Inter che in campo guarda più all’attimo, che a conquistare il tempo: il gol di Icardi sull’assist di Perisic contro la Spal è stato la superba dimostrazione di una squadra che quando decide di voler segnare sa di potercela fare, visto l’importante bagaglio qualitativo e quantitativo, in termini di numeri (gol, assist, ecc.), che possiede. Non è rasserenante vivere ogni gara con quelle poche certezze che il gioco mostra; il periodo positivo dei nerrazzui non cancella alcune macchie nella gestione del possesso o nella capacità di saper giungere a rete con maggiore semplicità e rapidità, oltre all’eccessiva ampiezza con cui talvolta si dispone sulla trequarti avversaria. Basti pensare che al Parma, dopo il vantaggio, bastò serrare l’area di rigore per non subire alcun tiro in porta.

Inter, servono ancora dei miglioramenti | Numerosette Magazine

È fondamentale per Spalletti, adesso, che il nuovo spirito di quest’Inter venga a manifestarsi su altri versanti, che quindi oltre alla padronanza di sé stessi e delle proprie capacità si tramuti anche in una più profonda conoscenza dei tempi di gioco, velocizzandoli, e di un maggiore dinamismo nella disposizione in campo; fa ancora paura vedere una squadra in svantaggio che a 10 minuti dal termine tenta soltanto di lanciare cross alla disperata in area di rigore. E quell’ipotetico 3-4-2-1 che sembrava nel pre-stagione voler provare l’allenatore toscano sembra essere stato ridimensionato a mera velleità personale, ma chissà: potrebbe rivelarsi un’interessante alternativa. Rispetto allo scorso anno, comunque, la squadra nerazzurra ha già mostrato alcuni miglioramenti, come la più intensa pressione esercitata sulla metà campo avversaria in fase di non possesso, o la maggiore tendenza al taglio da parte dei due esterni, a cui seguono più verticalizzazioni. Importante e già efficace è la sovrapposizione dei terzini – Vrsaljko e Asamoah su tutti – adibiti al cross in un’area adesso più affollata di maglie nerazzurre, e allo scambio verso l’interno, come D’Ambrosio ha abbondantemente dimostrato con il gol contro la Fiorentina.

Il gol di Icardi contro il Tottenham è d’esempio: Asamoah avanza sulla sinistra con conseguente inserimento da parte degli esterni e dei centrocampisti in area, che liberano Icardi dalla zona da lui solitamente occupata, permettendogli l’inaspettata conclusione da fuori area. La stessa soluzione è stata più volte provata in altre gare con Nainggolan, con esiti meno fortunati. Per quanto riguarda la difesa, invece, si avverte ancora il bisogno di assumere maggiore fermezza, soprattutto in quei momenti in cui la squadra avversaria detta o aumenta i ritmi di gioco.

Sull’orgoglio individuale

Quest’anno, l’Inter possiede una rosa più ampia. I benefici di questo aspetto possono essere molteplici. A noi interessa, in quanto concerne col nostro discorso, la competizione amichevole instaurata da Spalletti nei diversi ruoli. L’impegno in Champions è il primo motivo di interscambiabilità dei presunti titolari con i panchinari, e sembra che quest’anno il tecnico voglia più che mai ribadire che nessuno ha l’immunità del posto fisso. Persino Icardi, al 99% inamovibile, potrebbe rischiare dovesse dimostrare poco impegno di fronte a un giovane scalpitante e talentuoso come Lautaro Martinez. Per non parlare della fascia destra, su cui vi è una triplice lotta gerarchica fra il preferito Politano, il recuperabile Candreva e l’ancora atteso Keita. E persino in difesa nessuno deve rasserenarsi, Asamoah a parte, vista la concorrenza di Dalbert che difficilmente potrebbe contendere la titolarità al ghanese. Insomma, per un’Inter dallo spirito forte, servono uomini disposti a tutto, minuto per minuto.

Il mondo interista non può più accettare altre gare come quella contro il Parma, e forse anche lo spauracchio di un’altra brutta figura a Ferrara, dopo quella dello scorso anno, è riuscita a scomodare lo stesso Perisic dai suoi fin troppo fissi binari visivi.

Insomma, è un’Inter di “Garra Charrua”, termine destinato a entrare nella storia recente dell’Inter, affibiato all’uruguagio Vecino da Lele Adani dopo quel Lazio-Inter e ripetuto contro gli Spurs al Meazza. Non deve destar noie vederla vincere male, non importa se spesso risulti brutta: l’interismo è pronto ad accogliere il mantra emanato fin dal primo istante dal vate Spalletti.

È ancora presto per dire se l’Inter abbia riacquisito l’anima di un tempo. Potrebbe dissolversi, come nebbia al sole, e smentire tutto quello che abbiamo detto; però, da quest’ultimo periodo storico resta la consapevolezza di una squadra maturata nello spirito. Nell’anima.

Quella che Spalletti ha sempre voluto fin da subito, per la sua squadra. Anche se un po’ folle, come lui.

Come questa Inter.

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